Il treno stava per entrare in stazione – la voce metallica dell’altoparlante l’aveva già annunciato con i consueti dieci minuti di anticipo che causano un insensato accalcarsi di passeggeri vicino alle uscite – e io stavo ascoltando Cosmo, con quegli auricolari che mi ovattavano il mondo fuori.
Ho selezionato volutamente “Sei la mia città”, proprio mentre vedevo scorrere di fianco i primi cartelli con scritto “Bari Centrale”.
Ci sono entrato così, scivolando sui binari con uno sferragliare muto, cancellato dalla voce che cantava

E risalendo la valle
Abbiamo scoperto che il cielo era sgombro
Eppure nemmeno lì sotto
Neppure lo schifo d’inverno
Nemmeno all’inferno
Vorrei starti lontano
Te lo dico più piano

Lo penso ogni volta che devo partire
È sempre bello tornare
Confuso, spaccato, fatto, sfatto

È bello percorrere i sensi vietati
Guidando veloce con gli occhi bendati
Raggiungerti e dirti mi piaci
Cazzo se mi piaci

Sei la mia città fuori dal centro
Sei la mia città, è un complimento
Sei la mia città, ti sento dentro
E quando tornerò, qualcosa cambierà

Bari l’ho sempre amata, anche quando era solo un’ipotesi remota. Io sapevo vederla, quell’ipotesi, ce l’avevo sotto pelle. Ma da quando ho imparato a non avere più dubbi? Negli ultimi dici anni, sicuramente, e non è un caso che, contemporaneamente, anche tutti gli altri abbiano iniziato a rendersene conto, persino i più scettici.
Adesso ce la vogliono scippare.
Qualcuno vuole banchettare sulla tavola già imbandita, vorrebbe sedersi lì a mangiare dopo che qualcun altro, per tutto questo tempo, ha cucinato a fuoco lento tutto questo ben di Dio.
Sei la mia città. La nostra città. Non possiamo permetterlo.

Testo e fotografia di Manlio Ranieri

Sei la mia città by Manlio Ranieri is licensed under CC BY-NC-SA 4.0

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