Il guru del parco
Ogni mattina, alle sei in punto, prima che il sole con la sua luce dorata rompesse l’oscurità della notte, Ernesto usciva di casa e si dirigeva al grande parco cittadino.
A parte la necessità di estraniarsi dal mondo, dalla frenesia della città quando si sveglia, dai normali pensieri quotidiani riguardo le bollette da pagare, le faccende domestiche e il noioso lavoro in ufficio, sentiva l’impellente bisogno di immergersi nella natura e darsi all’unica cosa che lo teneva in equilibrio: osservare.
L’altro motivo per cui Ernesto si svegliava all’alba ed usciva di casa era sua moglie Vanessa: aveva cominciato a seguire su YouTube una nuova disciplina chiamata MediYo che ad Ernesto ricordava il nome di una sbriciolosa merendina confezionata, ma altro non era che un mix tra meditazione e yoga. Per cui, ogni mattina, la cucina e il salotto si trasformavano in un ambiente unico ricoperto di tappetini, candele, incensi e immerso nel silenzio: il borbottio della caffettiera era proibito così come il tintinnio del cucchiaino nella tazzina, il rumore dell’accendino messo in funzione o lo scarico del bagno, fondamentale dopo caffè e sigaretta. Poi l’avversione di Ernesto per i tappetini era rinomata e visto che l’ultima volta, dopo essere inciampato in uno di quegli aggeggi infernali, aveva rischiato di ammazzare la signora Francesca, si era convinto che l’unica soluzione era uscire di casa, cercare il suo spazio e lasciare alla moglie Vanessa il suo.
Col tempo ci aveva anche preso gusto e aveva cominciato a notare come l’acqua nei laghetti non fosse mai uguale ma cambiava in base al colore del cielo, alla velocità del vento, all’umore delle stagioni.
E così era iniziata la sua personale pratica spirituale: fermarsi ad osservare. Il che implicava rinunciare a sè per qualche momento e ascoltare quel che gli diceva il mondo, senza volerlo interpretare per forza.
Capì che osservare non era solo guardare, ma fermarsi ad ascoltare le storie che il parco gli raccontava: la tartaruga che, ad una certa ora, immobile, rubava i primi raggi di sole e sembrava fosse in pace col mondo, le mamme che con un occhio leggevano le riviste di moda e sognavano una vita diversa e con l’altro (più amorevole) si assicuravano che i bambini giocassero senza farsi male o quel tizio ciccione che, correva al primo giro del parco, gli passava davanti con un gran fiatone ma poi si fermava a sedersi su una panchina, nascondendosi dietro un grosso cespuglio, per giocare a Candy Crush.
Un giorno, fissava, nel laghetto, due pesciolini a cui aveva gettato un pezzo del dolcetto che stava mangiando: sembravano due atleti per come si rincorrevano, saltavano, si spingevano a vicenda, si immergevano così tanto da scomparire e rispuntavano appena sotto la superficie dell’acqua, ma poi Ernesto aveva capito che forse erano solo ubriachi visto che il pezzo di dolce che aveva lanciato e su cui i pesciolini si erano fiondati, era di babà al rhum. Mentre si riprometteva di guardare un documentario su quanto durava l’effetto dell’alcool nei pesci, gli si avvicinò un ragazzo alto, smunto, col naso aquilino e gli occhi strabici che gli chiese con fare minaccioso “Cosa guardi?”.
Ernesto, concentrato com’era ad osservare i pesci, trasalì, in una frazione di secondo immaginò che il ragazzo fosse uno spacciatore che aveva appena trafficato con un cliente e che aveva pensato di essere stato scoperto dall’Ernesto poliziotto che c’era in lui, ma poi si rese conto del trip mentale che stava facendo, probabilmente a causa dello stesso babà che aveva lanciato ai pesci e gli rispose: “Io non guardo, osservo. Osservo come le nostre inquietudini ci impediscano di fermarci e di guardare cose che nessuno vede”. Ernesto stesso non comprese esattamente cosa aveva appena detto, il ragazzo strabico sembrò confuso, ma alla fine sia a lui che ad Ernesto la risposta sembrò molto profonda.
Il ragazzo ne rimase così colpito che tornò tutte le mattine al parco ad osservare insieme ad Ernesto e considerandolo una specie di guru. Dopo un mese gli chiese: “Maestro, cosa posso fare per imparare ad osservare bene come te?”. Ernesto rimase per un lungo momento in silenzio.
Restò immobile, trattenendo il fiato per non spezzare l’incanto e la bellezza di quel momento in cui il primo raggio di sole del giorno aveva colpito la superficie dell’acqua nel laghetto, nello stesso momento una foglia era caduta in quel punto esatto e aveva increspato leggermente l’acqua e subito dopo il vento l’aveva sospinta come una barchetta in mezzo all’oceano, solitaria, sperduta ma decisa a navigare.
Poi rispose: “Smetti di far rumore e lascia parlare il mondo”.
Fece un altra pausa drammatica e continuò: “E porta i babà. Osservare è più complicato a stomaco vuoto”.
Testo di Annamaria Lucarelli, scritto durante Gli incontri di scrittura condotti da Annalisa Falcicchio
Il guru del parco ci fa sorridere e lascia anche una lezione molto preziosa.
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Fotografia di copertina di Irina Chishkova su Unsplash