È l’alba.

Mi avvicino lentamente alla finestra.

Scosto le pesanti tende che mi nascondono dal mondo.

Guardo fuori.

Lo cerco, ma non c’è.

 

A Kabul, per noi donne, il sole non sorge mai.

Sono anni che è buio qui.

Il terrore e l’oppressione oscurano la luce del sole,

come fanno le tempeste di sabbia nel deserto.

 

Ieri hanno chiuso l’ultima scuola aperta alle donne.

Era una scuola di ostetricia.

Chi mi aiuterà quando dovrò dare alla luce?

I medici sono quasi solo uomini ora.

E nessun uomo ha il diritto di toccarmi, per curarmi o soccorrermi.

 

Quel diritto se lo sono arrogato, però

Quando mi hanno braccata dietro il ginepro,

e punito con la violenza uno sguardo scambiato per insolenza.

 

La violenza…l’arma dei deboli

L’oppressione… l’arma di chi ha paura

 

Paura della nostra voce, che viene messa a tacere.

Paura del nostro corpo, che viene nascosto ed abusato,

mentre intorno il silenzio complice del mondo diventa sempre più assordante.

 

Ascoltare una musica dolce,

amare senza paura,

imparare qualcosa di nuovo,

cantare.

 

Prendete tutto ciò che di più bello esiste

e mettetelo in una gabbia.

Questo siamo noi.

Bellissime rondini chiuse in una gabbia.

Vive fuori, morte dentro.

 

Ma oggi il violento barbuto non è in casa.

Oggi sento che sono viva anche fuori, che respiro.

Indosso l’abito più elegante e i gioielli più luminosi.

Scopro che suono fa la mia voce 

Quando canta il dolore delle mie sorelle.

 

Oggi ballare non è reato,

sognare non è punito.

 

Oggi, dietro le tende che mi nascondono,

vedo un raggio di sole fendere il buio dell’oppressione.

scritto di Marilisa De Giglio prodotto durante il nostro laboratorio di scrittura  in presenza “Gli incontri Vivaci di scrittura”  

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Foto di Wanman uthmaniyyah su Unsplash

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