Vi è mai venuto un attacco di panico durante un film?
No, non è una cosa brutta come sembra. Intanto non troppo forte, ho potuto continuare a soffrire e godere con il film.

Mi ha ricordato di quanto e di come sono viva. Di quanto sento forte.

Almodovar si riconferma un genio della pellicola, pellicola che diventa pelle, sudore, eccitazione, dolore, ardore, pazienza,  umanità. Genio della parola, dell’immagine, dei ricordi, dell’inquadratura, dell’incontro.

Sì, l’incontro è fondamentale in questo film , come nella vita, gli incontri ci svelano, restituiscono, ci formano.  E c’è la memoria. Un fiume, delle donne che cantano, un bambino sulla schiena della sua mamma, così inizia Dolor y gloria.

“Il cinema della mia infanzia sapeva di pipì. Di gelsomino. E di brezza d’estate.”:  sono i ricordi del protagonista, di un regista che trova negli occhi tristi di Antonio Banderas la stanchezza ideale per esprimere un’esistenza divisa e compenetrata tra fare arte e vivere l’arte.

Il film dunque parla di memoria, di incontri (che riportano alla vita), del dolore fisico, del dolore interiore, del dolore di non poter salvare chi ami, del reale che si nutre d’arte e che influenza l’arte, per questo va vissuto a fondo.

Questo film rimarrà nel tessuto della mia anima, sintesi acuta e perfetta della vita, con i colori e le geometrie e gli occhi e gli strati di significato che solo Pedro Almodavar sa restituire nella sua maniera, unica.

Annalisa Falcicchio

 

www.colorivivacimagazine.com  

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