Non c’è niente da fare: quando sei già vivo, calato mani e piedi nel cemento fresco – vischioso, pericoloso – del quotidiano, non hai la possibilità di nascere, di fare tabula rasa e ripartire da zero, dal giorno in cui eri un neonato e l’unica esperienza che avevi appiccicata addosso era quella scritta a caratteri chimici nella combinazione di nucleotidi del tuo DNA. Come fa a nascere chi è già venuto al mondo?
Ci sono momenti in cui la vita s’infila in un vicolo cieco, in cui la boiacca inizia a solidificarsi nel modo e nelle forme sbagliate, lasciandoti prigioniero di un pilastro, come certi morti ammazzati dalla mafia, o come il Servillo/Di Girolamo nel finale del film “Le conseguenze dell’amore“.
Se si avesse la possibilità, in quei momenti, di morire restando in vita, si potrebbe sperare in una sorta di reincarnazione leggera, in cui mantieni forme e fattezze ma assumi un’identità nuova, fresca, una tavoletta cerata che viene riscaldata e rasata, fino a donarle nuovamente una superficie liscia, sulla quale ricominciare a scrivere la tua storia.
C’è un prezzo da pagare, per rinascere, e può essere sanguinoso, come la propria stessa vita. Ma, di solito, è più economico del continuare ad annaspare per rimanere a galla: nella peggiore delle ipotesi sarà finita là, sarà soltanto la fine di tutto. Anche delle sofferenze.
Ma se invece fosse vero, che ogni fine è un nuovo inizio?

Manlio Ranieri

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