Qualcuno ne approfittò e i risultati furono devastanti: per ogni focolaio di violenza su cui si interveniva, se ne accendevano altri più gravi, in punti a distanza di sicurezza: cassonetti in fiamme, portoni sradicati, auto devastate; il tutto con una meticolosità e un’organizzazione che facevano pensare ad azioni tutt’altro che casuali.
Joe aveva ripreso a fotografare, nonostante le nostre preghiere.
Quando si accorse che la carica lo stava raggiungendo fece appena in tempo a consegnarmi con una mossa rapida e furtiva la macchina e scappare per qualche decina di metri, poi fu braccato e scaraventato a terra.
Ci scagliammo tutti in suo aiuto, ma pochi riuscirono a superare lo sbarramento di scudi e manganelli che si era formato istantaneamente fra noi ed il nostro amico.
Per un attimo fummo allontanati tutti dall’epicentro, portati via con violenza da uomini in divisa, le braccia dietro le spalle in una torsione dolorosa, le urla nelle orecchie, il sottofondo di rumori agghiaccianti.
Ciascuno al proprio destino.
In pochi momenti persi tutti i miei compagni.
Con un criterio che non riuscii mai a spiegarmi, ognuno fu sbalzato a distanza, in un posto diverso, senza riguardi; lasciato lì con minacce di arresto, riverso a terra e sopraffatto dall’esortazione a ringraziare per come ci era andata, che poteva essere peggio.
Ci cercammo a lungo, ai margini, e ad ogni momento l’angoscia saliva, in un vortice di sensazioni negative, un gorgo che sembrava inghiottire verso il fondo di un lago limaccioso qualsiasi speranza e proiettarla lontano, in un punto inarrivabile.
Riuscii a trovare solo Greta con il suo ragazzo Leo, poi Patrizia, ma senza Joe. Tutti scossi, isterici, in lacrime nervose e nere di rabbia.
Per quanto avessimo ronzato intorno al corteo, alla polizia, ai focolai sedati e a quelli ancora da sedare, non trovammo traccia né di Giovanni né di Cinzia.
Lo sgomento montava, si faceva sempre più soffocante.
Era impossibile raggiungerli al telefono e la speranza di rivederli in mezzo alla folla diventava sempre più vana.
Io sono un non-violento.
Sono sempre stato affascinato dal carisma e dalla forza di figure come Gesù, Mahatma Ghandi, Martin Luther King, Nelson Mandela o Aung San Suu Kyi; gente che senza far ricorso all’aggressività, alla lotta armata, è riuscita a ribaltare uno stato di fatto, a creare delle vere e proprie rivoluzioni, a liberare popoli dalle schiavitù o anche solo a risvegliare le coscienze delle masse.
Credo nel potere della parola, della cultura.
La mia arma preferita è la penna. L’ho usata, sempre, per dire ciò che pensavo, per mettere in moto le idee e le menti, per unire le forze e lanciare attacchi, per scardinare.
È il mio mestiere, in fondo.
Non credo nella forza della violenza, benché abbia indossato anch’io, da adolescente, la T-shirt di Che Guevara.
Io sono sempre stato contro tutte le guerre, le invasioni della NATO, le bombe intelligenti e quelle all’uranio impoverito. Sono e sarò sempre uno di quelli che ripetono il mantra senza se e senza ma.
Provo un fremito di ribellione davanti a ogni divisa, nonostante la ragionevolezza mi induca spesso a capirne le ragioni. Avverto militari e forze dell’ordine come nemici naturali ma, come con tutti i miei nemici, sono disposto a dialogare e ad ascoltare le loro logiche.
Capisco perfettamente anche che loro siano degli stipendiati che in piazza vi si trovano per svolgere il proprio lavoro. Capisco che molti di loro preferirebbero sicuramente essere da un’altra parte, che magari qualcuno odia quel governo contro cui noi stessi stavamo lottando che, in nome di una discutibile visione della sicurezza nazionale, ha tagliato i fondi per le forze dell’ordine per regalarli a gruppi di dilettanti organizzati a caso in ridicole e pericolose ronde private.
Capisco che spesso il loro lavoro consista nel prendere ordini e che, se vogliono conservare il posto, devono imparare a non discuterli, persino a non rifletterci su.
Capisco che in mezzo a loro ci siano dei violenti, sadici e fascisti esattamente come in mezzo al corteo si celano facinorosi e teste calde.
Sono sempre stato nemico acerrimo delle generalizzazioni. Mi rendo conto che sarebbe stato un bene per tutti se fossimo riusciti a sfilare in ordine verso piazza San Giovanni, dove avrei potuto tenere il mio discorso preparato con tanta cura e infiammare la folla con la parola, con l’emozione.
Tuttavia sono cresciuto ascoltando i Rage Against the Machine e i 99 Posse. Dal mio punto di vista so bene dove si trovi la ragione, e capisco chi ha voglia di urlarla con tutti i mezzi. Ma d’altra parte credo che una vittoria conquistata con la violenza sarà sempre più debole di una raggiunta con la ragione, perché i dissidenti non li avrai convinti, li avrai soltanto provvisoriamente domati. E, soprattutto, non li avrai rispettati, motivo per cui sarà lecito attenderti qualcosa di simile in cambio, presto o tardi.
Il problema è che quel giorno ognuno di questi lodevoli propositi soccombeva di fronte a un sonno totale e incontrastabile della razionalità.
Quel giorno eravamo in balia di un’enorme follia collettiva: manifestanti contro manifestanti, poliziotti contro facinorosi, dimostranti contro forze dell’ordine.

[Da “Un romanzo inutile” di Manlio Ranieri. musicaos:ed]

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