Quando si affronta un classico, e Dostoevskij è un titano della letteratura, l’errore più grande è presentarlo come uno scrittore da biblioteche universitarie, testi pieni di polvere e velati da timore reverenziale da leggere per dovere.

I lettori deboli, senza averlo mai letto, direbbero che è un autore “pesante”, bacio della morte per qualsiasi scrittore.

Dostoevskij è uno scrittore brillante, capace di una prosa talmente elegante da svanire per lasciare spazio a innumerevoli personaggi intriganti ed eterogenei.

Penso a una frase di un altro scrittore moscovita, Bulgakov, che ne Il maestro e Margherita scrive, e vado a memoria, Basta aprire un libro qualsiasi di Dostoevskij e leggerne otto pagine a caso, per sapere che è uno scrittore, non serve una tessera per essere scrittori.

Volendo mettere da parte lo stile e guardar solo alle individualità che Fmd crea sulla carta, viene da chiedersi perché alcuni si lamentino che tutti i personaggi abbiano un nome e un patronimico complicati e difficili da tenere a mente. Dostoevskij caratterizza così tanto i suoi personaggi che si sa di chi sta parlando anche senza leggerne il nome, fraintendere è davvero difficile. Sono così orgogliosi e patetici, o ingenui, o belli e dannati, o ancora servili, laidi e ripugnanti, o geniali ed eccentrici.   Vivono in chi legge, come scordarli?

Il suo primo romanzo Il sosia, pubblicato quando aveva venticinque anni e le Memorie del sottosuolo, sono più stringati dei romanzi della maturità che, è vero, pesano sui quattrocento grammi. Il sosia meno di duecento pagine, le Memorie dal sottosuolo è forse ancora più breve. In questi primi lavori il personaggio principale è uno, e la storia ruota attorno alla singolarità dell’uomo del sottosuolo e alla doppiezza schizofrenica del protagonista de Il sosia.

Una volta conversavo con un amico, e si è meravigliato nello scoprire quante analogie avesse Il sosia con Fight club di Palahniuk.

L’uomo del sottosuolo si comprende pienamente considerando il clima oppressivo in Russia in quegli anni, incarna la risposta scomposta e contraddittoria all’orrore. Un malato che si auto diagnostica una patologia di mania di grandezza e disprezzo di sé, fervore ideologico e ignavia nel far seguito alle proprie convinzioni, una serie di caratteristiche che gli conferiscono singolarità e universalità, chiunque può riconoscersi in qualcosa di lui, ma è talmente poliedrico da essere unico.

Il sosia invece, che gli diede fama da star letteraria dell’epoca, ci presenta un individuo anonimo, che lavora in uno dei tanti uffici pubblici della gerarchia russa, che non si sa come faccia a permettersi un servo. È una particolarità dei romanzi di Fmd, alcune cose sono anacronistiche e per noi incomprensibili, tipo l’abitudine di tutti anche se pezzenti di avere almeno un servitore, il far continuamente “visita” a qualcuno, il bere sempre tè, visto le temperature russe che ghiacciavano l’acqua nell’ottocento, tutta una serie di ranghi e gradi che sono solo di contorno e mai indispensabili ma che dipingono il clima che allora si respirava.

Il protagonista scopre nel corso della storia di avere un nuovo collega poco più giovane di lui e che gli somiglia in maniera impressionante. Il nuovo arrivato presto diventerà una fonte di sciagure per il protagonista. Scambiandolo per lui, i suoi conoscenti cominceranno a odiare ed emarginare lo sventurato eroe dostoevskijano – anche questa è un’altra caratteristica dei testi di Fmd, ci sono eroi che sono antieroi, comici a volte tragici, sempre ingarbugliati e dalla vita tormentata, e ci sono una serie di parole che  ti colpiscono per bellezza e singolarità: “una bugia tutta storta” dove magari si consuma una candela, gli occhi che “scintillano” di continuo, “le faccende”, che hanno sempre dietro “un intrigo” o qualche “mistero” e tutti escono da casa “afferrando il berretto”.

L’antieroe de Il sosia, una volta che sarà faccia a faccia con il suo nemico scoprirà una verità ancora più pericolosa.

Dostoevskij come nessuno prima di lui è entrato nella testa, nella psiche dei personaggi, rendendoli contemporanei. I suoi nevrotici parlano da soli e perdono la strada immersi nei pensieri, hanno attacchi d’ansia, di panico, rimorsi enormi e casini pazzeschi.

Nei suoi quattro capolavori indiscussi: Delitto e castigo, L’idiota, Demòni (alias I demoni, I diavoli eccetera per le varie traduzioni, ma tenendo conto che si riferiva a quelli cattolici, fate voi) e Fratelli Karamazov, Dostoevskij oltre a questioni politiche con la P maiuscola, affronta temi esistenziali quali: valore, identità, amore sessuale e spirituale, suicidio, verità, dio – alcuni affermano che dopo di lui nei Karamazov, è diventato impossibile scrivere di religione in un libro di fiction – e ancora narra di tradimenti, inganni, omicidi, rancori e vendette. Ci sono vecchi laidi e puttane, giovani puri e malfattori, c’è la rovina assoluta e la redenzione, la sua capacità di capovolgere gli eventi, di mischiare le carte in maniera terribile e magica come fa la vita.

Basta leggere la biografia di Dostoevskij per capire quanto materiale abbia avuto. Era un antipatico che si fece spontaneamente carico dei debiti del fratello Michaìl e della rivista L’epoca,  andando incontro alla rovina. Giocava come un matto alla roulette e chiedeva di continuo soldi in prestito. Appena raggiunto il successo venne arrestato, condannato a morte e al momento dell’esecuzione graziato per essere spedito ai lavori forzati in Siberia. Durante la prigionia dovette fare i conti con l’epilessia che lo ha accompagnato tutta la vita. Al suo ritorno il mondo letterario si era completamente scordato di lui.

Sua madre morì che lui era giovanissimo, il padre andò incontro alla dissoluzione e la famiglia si sfasciò. Poi il padre fu assassinato dai suoi stessi servi.

Dostoevskij da adulto ha perso una moglie, due figli piccoli, il fratello all’improvviso e un carissimo amico, e il tutto mentre continuava ad ammalarsi, scrivere,  giocare d’azzardo, fuggire ai creditori e scrivere ancora.

È stato in Italia, a Livorno, Genova e Milano, Napoli e Firenze, ha girato mezza Europa quasi sempre di corsa e da precario, anche con la compagna. Tra gelosia e disastri finanziari.

Manara ha detto che mentre leggeva Delitto e castigo sognava di essere braccato dalla polizia, è successo qualcosa di simile anche a me. Dostoevskij è coinvolgente.

I libri di Fmd hanno tutto. Ce ne sono di brevi Il sosia, Il giocatore (la vecchia di questo romanzo è divertentissima), Memorie dal sottosuolo, Le notti bianche, e di lunghi e avvincenti, con il respiro di oltre ottocento pagine, come i Karamazov, la sua ultima opera, che ha dentro un universo intero, tutto lì, racchiuso in un libro. Urrà Karamazov, urrà!

Davide Venticinque

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