Mentre l’estate sembra non voler mollare la presa, ma le prime foglie ingiallite cominciano a far capolino sugli alberi stremati dal caldo e dalla siccità, la stagione che rappresenta l’inizio dell’anno scolastico e di tutti i campionati, entra nel vivo. Gli Stati Uniti si preparano alle elezioni mid-term, in Francia gli studenti protestano contro il caro-vita, mentre l’Italia sonnecchia come al solito sotto una coltre di foglie.

È un periodo dell’anno in cui, spesso, si ha bisogno di una bella sferzata di energia ma, al tempo stesso, c’è questo sottofondo costante di malinconia ad accompagnare la caduta delle foglie e le prime piogge, mai come oggi necessarie, da sbirciare dietro la finestra.

Vi metto sul piatto, quindi, due dischi indie-rock che, a mio avviso, si accordano perfettamente con entrambi questi mood. L’aspetto singolare è che entrambi sono usciti in piena estate, nell’apice del solleone, con l’energia solare a bombardarci di ultravioletti , fotoni e sudore, eppure hanno un mood così autunnale.

  • The strokes: Reality awaits
  • Death cab for cuties: I built you a tower

In un periodo in cui si discute più che mai del fatto che gli artisti si debbano schierare politicamente, gli Strokes rispondono “presente” a gran voce. L’album si apre con una melodia a tratti malinconica, a tratti acida, spesso delirante nella voce ultra-distorta. Nel complesso, irresistibilmente struggente. Il titolo è tutto un programma: “Psycho shit”: Siamo tutti morti? / Qual è il tuo prezzo?
Dopo questo inizio meravigliosamente spiazzante, tornano a regalarci un po’ di buon rock come sanno fare loro: mai scontato, mai banale, ma comunque irresistibile in un modo tutto particolare. Ma poi si fermano di nuovo davanti alla malinconia di “Fallin’ out of love”: Ballare nella pioggia acida da solo è una sensazione nuova / ma non lo voglio fare più / preferisco cantare da solo.
L’album continua in questa alternanza perfetta fra momenti intimi e momenti pervasi da un’energia oscura.

“I built you a tower”, invece, si apre con uno struggente cielo “Full of stars”: Tutto ciò di cui avrei bisogno / è che tu sia gentile / ma sembra che per te non ne valga la pena.
La voce di Benjamin Gibbard sembra echeggiare a tratti quella – inconfondibile – di Brian Molko e la dolcezza della melodia potrebbe, in effetti, far pensare ai Placebo. La copertina, con un uomo solo, minuscolo, seduto in un cerchio di luce – che sembrerebbe essere il sole o la luna – ha un impatto visivo molto forte, e richiama la sensazione di sconfitta che fa da sfondo a tutti i testi.
Anche l’album della band di Washington prosegue con un’alternanza ben bilanciata di alti e bassi, di rincorse e pause di riflessione. Il suono è più pulito rispetto ai colleghi newyorchesi, le chitarre si alternano fra overdrive e arpeggi puliti: in tal senso, la seconda traccia “Punching the flowers” sembra quasi un manifesto. A volte, ed è proprio questo il caso, è il basso a emergere prepotente.
Melodie disarmanti sporcate quanto basta dagli arrangiamenti.

In attesa delle attesissime uscite mainstream di questo autunno – Fontaines D.C., Editors e U2 – vi consiglio di lasciarvi conquistare da questi due gioielli.

Manlio Ranieri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*