Nel silenzio irreale che segue ogni proiezione del documentario “Naza” nelle sale, il mio sguardo ferito dall’improvvisa accensione delle luci – ma, prima di tutto, dall’orrore che l’aveva preceduta – ha notato un particolare insignificante, ma strano: in molti, mentre si alzavano dalle poltrone, portavano con sé i cartoni vuoti dei pop-corn o delle patatine che avevano mangiato durante il film.

Ora: voglio che sia ben chiaro che quel che sto per dire non è in alcun modo un giudizio morale nei loro confronti, perché sono cosciente che una persona che spende dieci euro per andarsi a prendere volontariamente un pugno nello stomaco piuttosto che andare a bere una birra al pub con gli amici, o a giocare a calcetto, sia tutt’altro che indifferente.
Ma, istintivamente, io e la mia compagna ci siamo chiesti: come hanno fatto?
Come riuscivano a mangiare tranquillamente i pop-corn come se stessero vedendo una commediola romantica?
Ci ho pensato, comunque, pur con un moto di affetto e solidarietà per ogni persona che fosse con noi davanti a quello schermo.

La risposta mi ha folgorato questa mattina, dopo un sonno ristoratore: è, probabilmente e con le debite proporzioni, lo stesso effetto di stordimento che porta gli abitanti di Tel-aviv a continuare le loro vite normalmente, mentre attorno a loro si consuma l’olocausto.

Mi correggo: nei confronti degli abitanti di Tel-aviv, il giudizio morale c’è, ed è anche molto pesante. Ma quel che voglio dire è che esiste, forse, anche in noi una sensazione involontaria di scollamento dalla realtà, quasi fosse ridotta a un post di un social network. Il film, in fondo mostra proprio questo: immagini di vita quotidiana – traffico, finestre illuminate dietro cui si svolgono le normali attività di casa – mentre le voci dei protagonisti del massacro più atroce di questo secolo raccontano, con tono monocorde, quasi senza pathos, la brutalità del loro lavoro.

Uccidere.
Come se fossero in un videogame.
È esattamente quello che dicono le loro parole: come se fossero in un videogame.

Ecco: siamo anestetizzati all’orrore. Lo siamo tutti, nessuno escluso: anche noi che ci indigniamo. Che non vogliamo rassegnarci, che andiamo a manifestare e a vedere “Naza”. E, anche in questo caso, non si tratta di un giudizio morale: mi ci sto mettendo in mezzo anch’io. È una constatazione, un dato di fatto. Il punto da cui dovremmo ripartire per mettere in moto una ricostruzione dell’umanità sull’orlo di una catastrofe imminente.
Perché non basta che la catastrofe sia a pochi metri dalle nostre poltrone, per sentirci al sicuro. Né per sentirci innocenti.

Mangiare i pop corn a Gaza © 2026 by Manlio Ranieri is licensed under CC BY-NC-SA 4.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*