E vorrei fregarmene di che ore sono e delle crisi di governo. Ma continuo a sporcarmi le dita d’inchiostro come alle elementari, scoprendo, nel mezzo del cammin di nostra vita, che i sogni sono di quello stesso spettacolare catrame.

Penso a te che eri così bella, alle giraffe nane e alle scatole blu.

Penso che si possa fare molto di più per questo paese a forma di stivale che sembra prenderci costantemente a calci in culo.

Penso che non hai mai letto il bigliettino che ti avevo lasciato in quel primo libro, quel primo legame e che mi dispiace di questo. Una cosa così insignificante. Infinitesima come i quark, come la luna sulla Pianura Padana e le lampadine.

Nessuno ci pensa mai alle lampadine, per questo si fulminano. Le lampadine ti puniscono perché non dai loro nessun tipo di attenzione. Neanche le spolveri, ammettilo.

Non le ringrazi.

Eppure ti permettono di vivere di notte. Eppure sono così essenziali.

Che tragedia poi, quando muore una lampadina.

Il suicidio delle lampadine è emblematico del modo in cui viviamo, dando tutto per scontato. Una ribellione romantica, la loro, che sfila bestemmie e non rivoluzioni assiologiche. Che spreco.

Penso a così tante cose dimenticate che non so dove più dove poggiarle. Anche ai fili di lana, come sempre. I fili di lana sono le poesie più belle, più belle anche di te.

Peccato tu abbia comprato un paio di forbici.

Compra una lampadina, ti avrei detto.

Se solo mi avessi ascoltato…forse non sarebbe cambiato proprio niente. È passato, come sempre, troppo tempo. Se l’avessi saputo, su quel bigliettino, avrei scritto parole diverse. Non l’avresti letto comunque, ma, forse, non sentirei questo vuoto caustico che mi riporta ai tuoi piedi come un’alga sul litorale.

Uno sputo del mare che non abbiamo navigato: fatto d’inchiostro e sogni e lampare.

Certo, te ne ho cuciti di vestiti dopo che ti ho vista nuda.

Senza sapere assolutamente nulla di te. Innamorandomi dei nei, delle fibre tessili, dei tuoi occhi di bosco.

Di tutto questo non sapere e quindi immaginare.

Sognare davvero un vestito bianco, l’idea di qualcosa che non conosce fine perché non ha mai avuto inizio. Un gioco della mente, forse. Un appiglio ideale, puro e altissimo. Qualcosa che mi aiuti a non sentirmi così maledettamente arido e solo, in questa decrepita torre d’avorio:

lo specchio, una penna d’oca e due lampadine.

Delia Cardinale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*