Sfogliando la Plath come i fumetti: un museo di mirabilia. Quella sua aria che è un mulino d’uncini,  l’ ho respirata milioni di volte. Mentre il pensiero ricorsivo indugia sul vespaio nella specchia: qualcosa di molto lontano dalla sera estiva nel centro città. Si parlava d’economia e tungsteno, cactus e obsolescenza tecnologica, bevendo chi birra e chi discorsi, lungo il binario sbuffante di una ragione improvvisamente desta. Le api nel comignolo, quella santissima libertà di parola sciolta. E mistica, una scrittrice che leggo poco, mi rapisce così rapace, non l’avessi mai compresa prima. Il gioco serissimo della vita, i miei scacchi digitali, questa querula attesa d’improvvisi, una storia di Camilleri. Tutto in vortice: ennesima piroetta di piccola vite che incide nuove pareti. E voler restare qui, poi. Digerito il pensiero, provare a ordinarlo in uno scaffale. Non riuscirci mai. Qualche sputo finisce sul soffitto, molto altri tornano indietro a parabola. Tutti i pop-corn mancati, i pugni stretti e le parole che restano intenzioni imperfette sotto gli alveoli: una costante matematica che si mette in dubbio per poi ritrovarsi sempre uguale. Il mulino d’uncini.  Lo immagino così: il perentorio ritmo di una clessidra che corrode e scopre. La purezza affilata di dolori dimenticati e un lento frullare d’ali e vento.  Quegli antichissimi “astratti furori per il mondo offeso” che da adolescente davano un senso profondissimo alle veglie. Strane parabole da montarsi addosso, quindici anni fa, quando ero a scuola dall’altra parte e litigavo con mia madre. L’intuizione immatura di quella che avrei battezzato “cognizione del dolore”, pensando a Gadda e ai suoi funambolici giochi lessicali. Con certi aggettivi non puoi che farci l’amore. Certi grovigli sintattici sono l’esatta sbobinatura di un qualche affastellamento sinaptico intraducibile. Quelli che neanche la biro sostiene tremando sconfitta. L’inchiostro ribolle nella canula, inespresso, solo come certi speakers radiofonici alle quattro del mattino, di lunedì. E quelli del primo treno che non si guardano neanche più le spalle. O le biciclette alle 22 e 40 in un paese della pianura padana il 4 novembre. Vorrei tanto dire come svernano gli uccelli migratori. Dare alla carta l’esatto colore dei tramonti estivi. Di questo amore indolente che si guarda intorno nostalgico, mentre conta tutti i cambiamenti del suo nido, ricordando l’esatta posizione di ogni pagliuzza, alla partenza. Questo giro di vite che sparpaglia, riunisce, annega e soffia via. Pensare poi che per ogni momento riflessivo c’è una frase di Seneca, la giusta distrazione o una rassicurante abitudine a cui tornare: ci sono almeno tre modi di affrontare le cose. Sempre. E ad ogni modo corrisponde una percentuale di rischio. Mi è sempre piaciuto trovare le costanti per poi sorprendermi all’eccezione. Quando scopri il problema dei tre corpi cambia tutto, soprattutto Newton. Ed è in quell’esatto momento che compri una sedia, decidendo di guardare tutto meglio. Come per la prima volta, ma con qualche cognizione che ieri non c’era. La rabbia, dopo qualche secolo, diventa un soffione. Si smembra dolcemente tutto quel caos che non si può dimenticare. Poi torna intatto, ripugnante. E ancora si scioglie nell’aria. Anche questo è un ciclo con le sue variabili. Che gioco assurdo! Più dei fili di lana in tasca, più della fisiognomica e della teoretica delle scarpe. Quelle appese ai fili e quelle che scorrono sulle strade. Sono mesi che cerco di ricordarmi la filastrocca che mi aveva insegnato il nonno per far suonare le zampogne. E mi arrovello sul mistero canoro dell’avena fatua. Alcuni flauti sono di bambù. C’è qualcosa di stupefacente nel filo sottile che lega ogni cosa. Vorrei dirlo. Dirlo davvero. Chiaramente. Come i miei scrittori. Mi manca il tempo, l’attenzione. Quella bravura sovrumana. Accendo una sigaretta e sorrido. Penso all’acido crisantemico, all’odore di cancelleria e al lento inchino degli spaghetti nell’acqua che bolle.

La strada è lunga per chi non sa dove arrivare.

Delia Cardinale

 

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