Ciascuno di noi ha i propri luoghi dell’anima.
Può trattarsi del paese dei nonni in cui si sono trascorse le estati dell’infanzia, un sentiero che portava a un ruscello, la porzione di mare dove abbiamo dato il primo bacio a quella che pensavamo potesse essere la donna della nostra vita, persino “una stupida villetta con uno sputo di giardino”, come in “Ritorno a casa” degli Afterhours.
Non ha importanza la loro natura, la loro collocazione geografica: ciò che contraddistingue i nostri luoghi dell’anima sono i brandelli di vita che ci lasciamo dentro, e che li trasformano da angoli di mondo inanimati in contenitori di vissuto e di significato.
In molti vorrebbero provare a immortalare, in qualche modo, i propri posti speciali, a renderli indistruttibili facendoli protagonisti di una fotografia, un dipinto, una canzone, una poesia o un racconto; Mirca Ferri, in “Radici d’infanzia, ali di vita” prende per mano il lettore e lo accompagna in un posto che diviene magico anche agli occhi di chi non ci è mai stato.
Nel caso dell’autrice, il luogo dell’anima è rappresentato dall’azienda agricola di famiglia, un allevamento di suini che – a leggerne il racconto narrato con gli occhi che vi hanno trascorso l’infanzia e l’adolescenza – appare quasi un intero mondo in miniatura, con i suoi boschetti, i laghi, le colline, le case, i depositi di rottami. I bambini, si sa, sono capaci di trasformare uno sperone di roccia in un luogo magico capace di far avverare i sogni, o un’area in cui viene abbandonata la ferraglia arrugginita in un villaggio. Sono esperienze che più o meno tutti abbiamo vissuto, nelle fervide fantasie delle nostre menti ancora giovani, e il romanzo di Mirca Ferri rappresenta un’occasione di tornare bambini insieme a lei, immergendosi in un mondo rurale pieno di fantasia e di storie inquietanti, dove un boschetto si tramuta in una foresta nera inaccessibile, proibita, e un corvo o una civetta annunciano misteri o sventure, riportandoci quasi alle atmosfere di Edgar Allan Poe.
Ma “Radici d’infanzia, ali di vita” è anche amore per la natura e rispetto per il lavoro. Il passaggio cui l’autrice racconta che l’azienda, alla fine degli anni ’90, è stata fra le prime ad assumere manodopera straniera perché si faticava, ormai, a trovare fra gli italiani qualcuno che volesse svolgere quelle mansioni è privo di retorica, non vuole imporre il proprio modo di vedere con la violenza; eppure è disarmante il punto di vista di chi si è avvalso di questi lavoratori, la sua incredulità di fronte al sentimento diffuso del “ci vengono a rubare il lavoro” e “sono degli scansafatiche”, dopo aver attraversato un’esperienza che racconta esattamente il contrario: se non fosse stato possibile avvalersi della loro collaborazione, probabilmente, l’azienda avrebbe dovuto chiudere per mancanza di operai.
Mirca Ferri ha una penna lineare e scorrevole, che riesce a mettere nero su bianco il suo variegato mondo interiore: lo si percepisce anche nelle poesie della raccolta “Identità perse, raccolte, perdute, ritrovate”, dove racconta della sua malattia e di come l’ha combattuta, ma anche dell’amore che l’ha sostenuta nella battaglia. Mirca parla a tu per tu col male che le ha minato il corpo, senza paura.

Vorrei vederti mentre mi strappi il cuore ;
vorrei che i miei baci fossero a te dolci come miele e mortali come veleno.
Vorrei le tue mani sulla mia anima e le mie unghie
sulla tua pelle.

Eppure, nel delirio della debolezza di un corpo provato, si percepisce anche una forza di volontà che non vuole lasciarsi domare

Comunque ne usciremo, saremo persone nuove, persone diverse forse migliori

La forza della ragazzina che abbiamo imparato a conoscere nelle prime pagine del romanzo è cresciuta insieme a lei, ha superato la morte del padre e affrontato a viso aperto la malattia, e permette ancora all’adulta che è diventata di poter dire “Io sono fuoco”.

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