Con una curva a gomito inizia questa mia preghiera e prosegue lenta mentre scalo le marce e il volume della radio; da una parte e dall’altra ci sono colonne sapienti che mi scortano e mi guardano, in silenzio piccola per come sono.  Segno la strada del ritorno e intanto ingoio aneddoti come pillole di lentezza che si gonfiano nello stomaco per non lasciar posto a nient’altro che non sia niente.  Pillole, di quelle che di tanto in tanto si fermano in mezzo alla gola e scendono giù solo dopo un colpo sul petto.  Come le nostre foto mosse con dentro scie di quel tipo di bellezza che non sta ferma.  Come i suoi denti viziati dagli eccessi; come me con un orecchino soltanto.

          Rinunci? Passo dopo passo ai rumori confortanti della città, ai grandi magazzini, alle villette a schiera coi gerani appesi, ai viali illuminati la sera. Rinuncio ai segnali stradali, ai marciapiedi e al gorgoglio della lavastoviglie. Dritta fino ad una colonna di pietre sconnesse, di là a sinistra e poi ancora. Rinunci? All’asfalto liscio, ai muri intonacati, al caldo dei termosifoni.  Rinuncio al mio letto oversize, alle notifiche sul cellulare per una specie di anarchia che mi accoglie senza mai abbaiarmi contro;  sulle mappe non esiste ancora ma c’è una una casa qui,  senza chiavi né imposte alle finestre, dove di giorno c’è luce e di notte c’è buio. Delle fresie gialle son nate da sole tra i cocci di vecchie caffettiere: si fa a meno, a volte, di dover capire per forza il motivo delle cose.

          È buio adesso in questo spicchio di mondo che ha ancora le sue stelle. Appese come bestemmie accennate. Come me, che con la testa all’insù penso e non dico niente, per non fare rumore. Avvolta dalla lirica che vibra da dietro la porta scorrevole bianca, umida del nome mio. Un gradino e poi la scorro, piano per non scuotere neanche un atomo della perfezione calda delle candele accese. La tenda rossa con la fascia a coralli, il pensile bianco sul lavandino, i piatti da lavare, la bottiglia di vino sul tavolo, i suoi vestiti sul divano. Le cipolle nella cassetta, le mensole appese e il narghilè; la scatolina di legno intarsiato che non ho mai aperto.

          Nei suoi campi senza campo un giorno mi ha regalato un anello fatto di carta e gocce di caffè. Mi ha promesso che se l’avessi seguito mi avrebbe riportato al punto di partenza e mi avrebbe tolto tutto. Così mi ha detto: ti toglierò tutto! Prima di andare a dormire lui regola la fiamma della lanterna blu che è appesa al soffitto e poi mi sussurra mie notizie nell’orecchio destro perché a volte mi capita di perdermi. Con una mano suona  l’arpa sulle righe di un bicchiere di plastica bianco e poi mi racconta di quando lo vedo ballare in punta di piedi un valzer suonato dalla fisarmonica che non ha studiato mai.  Di quando prende per mano la mia rabbia e la lascia turbinare libera tra le foglie impazzite dei giorni. Senza paura e coi pugni aperti di chi sa di uscirne indenne.

         Talvolta chiude un occhio e con l’altro guarda nel recipiente di terracotta dove tengo custodita la mia malinconia.  E poi seduto sul suo lettino con gli abiti da lavoro, mi racconta di quando lo vedo accarezzarla e sorriderle. Accoccolarsi e restare così. A dormire insieme. I suoi occhi randagi e la mia malinconia.

Cristina Carlà

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