Oggi tutti condividono fotografie dei propri papà, messaggi d’amore o d’affetto.
Io questa giornata l’ho festeggiata accompagnando il mio in ospedale, per l’ennesima volta: credo siano state più le volte che siamo andati insieme al policlinico di quelle in cui i miei contatti hanno condiviso, negli ultimi cinque anni, la foto delle zeppole di San Giuseppe con la scritta “Led Zeppolin” nei caratteri ben noti del logo del gruppo (la prima è stata davvero carina. La prima).
E così non ho voglia di chiedermi cosa vorrei scrivere su di lui, come potrei esprimere quello che sento dentro, oggi. Non ne ho voglia perché ho capito che adesso ogni istante è prezioso, anche quello in cui lo aiuto a sfilarsi di dosso gli abiti di casa per infilarsi il pigiama e stendersi nel letto con la spalliera reclinabile, sotto il controllo di una squadra di medici amorevoli.
Perché sì, lo devo dire: tutti i dottori che gli si sono avvicendati intorno in questi anni si sono mostrati molto più che dei semplici professionisti che facevano bene il loro mestiere, sono diventati degli amici, gli hanno mostrato affetto, e in certi momenti questo fa persino di più di quelle iniezioni maledette che lo tengono in vita e, nel frattempo, lo svuotano.
Non ho voglia di scrivere, di diventare patetico, ma al tempo stesso ne ho bisogno per non lasciar scorrere via niente, per sfogare, per alimentare queste lacrime che devono uscire da me allo stesso modo in cui, da lui, devono venir fuori tutti i liquidi che si accumulano nelle gambe, nei polmoni, affaticandolo.
Ci sono stati tempi in cui mi ha preso in braccio, mi ha sorretto, e anche se appartengono a un’altra dimensione li stiamo rivivendo, insieme, a parti invertite.
Auguri, papà. Questa festa mi è sempre stata un po’ antipatica, come tutte le altre da vetrine comandate, ma quest’anno no.

Manlio Ranieri

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