L’amore è la poesia delle donne

H. de Balzac

In un letto di spine aspettando che il giorno avrebbe portato morbidezza ai suoi aculei interiori di femmina, Helène continuava a remare tra i flutti violenti e impetuosi della sua malattia nervosa, il cuore decise una volta per tutte che l’amore soltanto avrebbe soddisfatto le sue richieste intangibili, invisibili soltanto agli estranei al suo perenne dolore interiore. Non c’era altro posto da visitare se non quelle quattro mura povere di granito così come d’affetto sincero, una coltre di pregiudizi gravava senza tregua sulla sua reputazione, figlia di uno stimato commerciante di stoffe  di Amiens, non aveva voluto seguire il successo dei suoi padri, scalando la montagna rocciosa della borghesia rupestre, non volle per ragione alcuna intingersi le mani come fece Pilato prima che il Cristo venisse giudicato, nel sangue scuro dell’economia e dei proventi; il suo animo ingenuo di fanciulla trasognata la portava spesso lontano da ciò che la circondava, il suo sguardo non era un chiarimento sugli oggetti del mondo delle cose, soltanto un passeggero colpo d’occhio furbo, che poco dopo avrebbe cambiato compagno, come gli amici conosciuti da poco e subito allontanati perché attirati da qualcuno o qualcosa di più interessante. Come tutte le donne amava la superficie, come una sicurezza lontana che ci fa fare grossi sforzi, andando oltre il buon senso, recitando sempre una parte di attrice mondana, preferendo sempre le idee al fatto, il colore al grigio inespressivo dei contenuti, la leggerezza alla morale maschile. In questo differisce l’uomo dalla donna, se per capire un sentimento o un’emozione le seconde si limitano a percepire, i primi invece comodamente agghindati di certezze cercano teorie nei discorsi e non nel sentire puro e infantile. Helène parlava uno strano idioma, fatto di reazioni primitive ai dubbi e alle incertezze, nell’arco quotidiano dei progetti e delle risposte, ella taceva, quasi assorta nella sua demenza. Perché proprio questo appariva agli occhi della gente, una demenza, affetta da un grave ritardo mentale, quando amici del padre facoltoso si recavano nel suo studiolo per avere novelle sull’andamento delle vendite o sulle nuove commesse estere, Helène era un oggetto insignificante, messa in un angolo, niente poteva suggerire agli interlocutori se non curiosità meschina e indifferenza, non era assolutamente nulla di serio quella cosa, non era un essere animato, era una cosa. Il maschilismo galoppante della provincia, si esprimeva nei commenti offensivi fuori dalla drogheria, “hai perso la mamma? dov’è la mamma? Idiota! Non vali niente, non servi a niente!”, e la madre Flora non portava alcuna obiezione a queste accuse, se pure sforzandosi cercava di mantenere un contegno urbano ed evitava di ridere. Il rapporto con la madre era statico, privo di forma, vuoto, come uno strano essere mostruoso e spaventoso, Helène andava nascosta, nessuno doveva guardare quell’aborto, la madre faceva di tutto per elidere quella presenza dalla sua onorabilità. Quella mania di orgoglio e di rispetto che è proprio di chiunque viva di forma e di bel vedere, baciando pile, accarezzando i sermoni giusti dei sacerdoti, chiedendo amore ed affetto non dandolo a sua volta. Anche loro, padre e madre, provavano tra le loro viscere dei sentimenti umani, ma erano rivolti sempre alla prole altrui, quelli che ragionavano ed erano attenti al mondo borghese. Ad Amiens non c’era un motivo per essere diversi, tutti avrebbero dovuto seguire i precetti del buon senso, andargli sempre incontro, evitare le cattive compagnie come poteva essere la scema del paese. Come tutti quelli che seguono alla lettera i dettami della poesia o dei romanzi d’amore, Helène portava con sé i suoi desideri, portando con sé l’opera e i suoi protagonisti, la musica dello spirito che accompagna le nature nobili in un mondo fatto di presenze e non di progetti. Aveva letto in un poeta delle fiandre che l’amore andava ricercato come un frutto raro, in una foresta di ostacoli, e per presentarsi bene a quel giorno anche le sue vesti avrebbero dovuto essere adeguate all’incontro. Nei momenti vuoti delle faccende domestiche, inamidava i suoi occhi delle gesta di Ludovico di Baviera, amante di Claudia della Loira, e in questi attimi la sua idiozia diveniva saggezza infinita, non era più quella che i ragazzoni della provincia insultavano e inveivano contro, era anche lei qualcosa, al pari del padre commerciante di stoffe, esercitava l’arte del sogno, ingenuo e febbrile. Imitando l’andamento di Claudia della Loira, indossò delle vesti bianche perlacee, un mantello di errori, gravitando eterea per le carretttiere di Amiens; chi continuava a sputargli insulti rimaneva marmoreo accorgendosi che la droga e l’incenso della donna sognatrice distruggeva i loro sguardi di maschi, materialisti e semplici. La mente di Helène era complessa, ogni singolo frutto della sua intelligenza era legato da delle radici sottili e irritabili a quelle altre parti dei pensieri antichi e dell’immaginazione di ogni giorno, non era possibile limitatezza e chiarezza alcuna nel descrivere su carta gli argomenti difficili dei suoi sentimenti e del suo pensiero in amore. L’uomo non è la donna, e gli scienziati che dicevano che in fondo entrambi erano ugualmente animali della stessa specie, erano anche essi maschi, non erano capaci di percepire la differenza di amore, per loro capire le due nature, quella presunta forte e quella presunta debole, era un progetto preciso, una casa dalle fondamenta sicure ed eterne, ogni singolo pilastro dava respiro a chi gli stava su, ma era un tutto definitivo, ed è proprio in questo che i profumi di una donna divergono dalla staticità maschile. Se in un giorno di sole o in un grigio di pioggia, l’anima femminile riesce ad andare oltre il nero dei pensieri che ostacolano l’entusiasmo, l’uomo invece rimane intrappolato nei suoi schemi infantili, nonostante lui li ritenga virili e forti, sguazzando nel basso della concretezza e dell’utile ignora che il duro inossidabile della materia può essere rotto da un salto emotivo o da una giornata soltanto d’amore. Se in una casa piena di oggetti, un marito prende in esame ciò che può essere d’aiuto o che vale qualcosa, allora la mente di una compagna si ferma alla contemplazione pura, casta, senza la minima alterazione di ciò che gli sta davanti, come disse il filosofo Kant parlando di un oggetto bello, di cui non miriamo al possesso. Il pensiero ingenuo di un maschio, semplice e definito nelle sue interne costruzioni, è come una massa gelatinosa, compatta ma in fondo così debole, se può essere confrontata con i monti infiniti  e duraturi del pensiero di una dama. Non era facile comprendere Helène, non riuscivano nell’ardua impresa nemmeno chi aveva provato a stargli accanto nei suoi tentativi accademici, capì che il gusto di una storia non era il servizio passivo ad un docente di lingua francese, ma il tenerselo per sé non dandolo a nessuno, come si alleva un piccolo pulcino, senza pensare poi a farlo diventare corposo e adatto ad un ottimo desinare; gli ordini borghesi di una madre gelida e distante, avevano quasi obbligato la scema del villaggio, a trovarsi un lavoro, quanto prima possibile, se durante gli studi del ginnasio riusciva a tenere a bada le richieste oltremodo utopiche dei suoi sogni, allora finito questo era nella sua maggiore età vittima borghese dell’impegno, quello a tutti i costi, senza possibilità di resa o di vittoria, per i suoi sogni. La sua mente inadatta all’utilitarismo proprio dei giovani facilmente condizionabili, l’aveva trasformata in un perfetto trionfo di inettitudine, a parte i compiti del ginnasio, mai del tutto portati a termine come la regola voleva, era sua abitudine oziare, lasciando spazio alla sua mente, dandogli quello spazio necessario al chiarimento dei propri quesiti esistenziali. Gli occhi dei genitori, non tolleravano quell’inettitudine alle più comuni mansioni di una donna, la cucina, la cura dei piccoli, la dedizione incondizionata alle messe e alla morale religiosa, Helène odiava i bambini, li riteneva furbi e commedianti, a chiunque piace fare il ruolo dell’estraneo ai problemi della maggiore età. Il timbro della sua voce interiore era sempre basso, non poteva essere espletato a pieno, nei momenti di solitudine, vagando come una poco di buono tra le strade di Amiens, dialogava con se stessa, lo diceva prima di lei Platone, ma essendo un uomo la sua teoria la guardava con un po’ di disprezzo. Non c’era una terra oltre la pura contemplazione degli oggetti del suo mondo, glielo imponevano i suoi sogni, così era disattenta quasi sempre, nelle abitudini di un contabile sarebbe stata una creatura subumana. Se ogni percezione delle sue mattinate andava ascoltata e portata alle sue estreme conseguenze, il maschilismo del padre superava tutto con cattiveria ed ironia, non era possibile vivere il presente, peggio poteva farlo una donna. Tutti i suoi compagni erano avvezzi al meccanismo logico dell’utile e dei progetti futuri, chi si sposava presto, chi subito era impegnato in attività incolore, chi amava i bambini subito, chi aveva spento i sogni e disinfettato la sua mente da quell’afrore tipico delle menti perverse, dementi, inette alla vita giusta. Helène non riusciva facilmente a ragionare, la vedeva come un’attività inutile, se non impossibile, la ragione avrebbe condotto sempre da un’altra parte, ma gli avvenimenti futuri erano proprio lì con lei, come si poteva mettere insieme il fuoco interiore con le reti precise di un sillogismo. Sempre sorridente a se stessa, divenne poi definitivamente malata, trasformandosi quella spensieratezza giovanile in un acuta forma di isteria nell’età adulta. I suoi giorni erano finiti in un letto dalle lenzuola unte dal sudore e dagli eccessi di quel male inspiegabile agli occhi meccanici di suo padre. Com’era possibile? Non mancava di niente? Per alcuni fu soltanto un’isterica, lei invece chiedeva soltanto fuoco e presente.

Un racconto breve di Giovanni Sacchitelli

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