Comunicare è indispensabile, farlo bene o peggio dipende da noi e da come siamo fatti. Il bisogno di parlare con qualcuno, anche se questo qualcuno è un libro, è connaturato all’essere umano e non esiste individuo che sia pienamente realizzato se non nello scambio attivo di contenuti con l’altro. Siamo pienamente noi stessi soltanto quando affermiamo la nostra individualità in un’alterità che ci sta dinnanzi. Comunicare non vuol dire soltanto parlare ed esprimersi nella lingua propria, ma anche e soprattutto esprimersi con il corpo, a livello non-verbale e paraverbale. Con il primo termine si intende il linguaggio del corpo, con il secondo il ritmo della voce, la velocità, il tono. Comunicare quindi è automatico, anche se non emettiamo alcuna frase. Ad colloquio di lavoro, o parlando con la propria/o partner, trasmettiamo informazioni ad un osservatore attento che verificherà la coerenza tra il detto e il non detto. Le espressioni del volto, i toccamenti, la postura, la posizione delle braccia, tutto ci dà informazioni sul reale contenuto mentale del mittente-destinatario. Se quindi dentro di noi non siamo minimamente interessati a quanto ci sta dicendo l’interlocutore il nostro sguardo vagherà nel vuoto, le nostre palpebre saranno pendenti verso il basso, probabilmente anche le spalle (e il busto) saranno inclinate in avanti. Un tono deciso darà enfasi e assertività alle nostre parole, un ritmo cadenzato (come quello dei giornalisti televisivi) darà importanza a certune parti del discorso e minore peso ad altre. La classica posizione con le braccia incrociate è sinonimo di chiusura, mentre il busto dritto e le braccia ai lati distese implica apertura mentale ed accoglienza dell’altro e del suo punto di vista. Si definiscono scarichi tensionali  le reazioni automatiche del corpo agli stimoli, per il corpo vale il principio di ad ogni azione una reazione uguale e contraria. Questo perché l’inconscio reagisce agli stimoli scaricando le tensioni e facendo sì che non si accumuli energia nel corpo. Quindi se ad esempio ci comunicano di essere stato licenziato, in una minuscola frazione di secondo, digrigneremo i denti o alzeremo le spalle in segno di disappunto, senza rendercene conto. Così davanti ad un dolce invitante ci passiamo la lingua sulle labbra (linguino) come reazione inconscia allo stimolo di appetibilità e di gusto. Comunicare in maniera efficace (perché si può anche comunicare chiudendo la relazione attraverso strategie interne errate, spesso anche per mancanza di conoscenze in materia) vuol dire armonizzare le tre componenti (verbale, non verbale, para verbale) per raggiungere un obiettivo comunicativo definito; se vogliamo mantenere la relazione aperta, useremo costruzioni sintattiche che fanno si che sia possibile una frase successiva a quella espressa, se vogliamo informare il pubblico su un argomento e vogliamo semplicemente imporre la nostra opinione allora useremo la strategia comunicativa delle frasi esclamative dette con tono autoritario. Tutto questo è l’ambito dell’efficacia della comunicazione. Se vogliamo sedurre di certo non utilizzeremo un linguaggio asettico e troppo assertivo, ma accompagneremo le enunciazioni con un certo para-verbale (si dice che gli uomini acquistano un tono di voce più basso quando vogliono sedurre) e parleremo delle nostre idee in maniera cinematografica e non formale come se stessimo scrivendo un verbale dai carabinieri. Quanti però sono in grado di utilizzare lo strumento linguistico in maniera efficace, senza gravi danni? Non tutti, magari anche ad alti livelli dirigenziali, conoscono anche le minime basi della comunicazione, oppure paradossalmente chi lavora in ambito di ricerca e selezione del personale, non conosce le strategie comunicative basiche per  l’ascolto. Perché l’ascolto, non è soltanto una cosa passiva, ma è anche attivo, anzi pro-attivo. Se un individuo conosce bene il linguaggio del corpo e sa che per ascoltare bene è necessario (pena il fallimento dell’obiettivo comunicativo e la chiusura della relazione) sospendere il giudizio, limitarsi ad ascoltare il punto di vista dell’altro, accoglierlo, poi emettere giudizi di valore su quanto detto dall’altro. Ma questa qualità spesso non attributo di molti perché implica anche una certa dose di naturale sensibilità e di amore per il prossimo, ma tutti possono imparare, anche i più ottusi. Molti, dunque, non conoscono le regole della comunicazione, e dunque non conoscono nemmeno loro stessi. Le tribune politiche quotidianamente ci pongono dinnanzi ad esemplari poco comunicativi o che attivano meccanismi arcaici di difesa per evitare il confronto con la veridicità e la giustizia mediante buon senso di quanto detto dall’altro. Per comunicare bene bisogna usare il cervello, agire razionalmente. Non esiste un atto comunicativo in cui l’illogicità permetta lo scambio di messaggi autentico.

Una conoscenza più approfondita dei canali comunicativi, ma soprattutto della logica formale della comunicazione efficace, eviterebbe molte liti, anche in privato. Figuriamoci in azienda. Se non la penso come il mio collega di ufficio, o come mio zio, non esplodo subito dicendo “non è come dici”, ma faccio un esercizio mentale interno di riflessione, e dico “accolgo il tuo punto di vista, lo rispetto, ma io la penso così”. Questo semplice stratagemma permetterà all’altro 1) sentirsi rispettato 2) sarà più invogliato ad ascoltare quello che abbiamo da dire. L’altro, sentendosi rispettato nel suo punto di vista, sarà in grado di porre attenzione alla nostra opinione. Non esiste pensiero che sia di per sé non sia dialogico (vedi Bachtin), quindi il rapporto con l’altro, oltre ad essere indispensabile (dal punto di vista psichiatrico una mancanza di comunicazione scivolerebbe nella patologia schizofrenica, o negli attacchi di panico) è fatto sempre di un rapporto a due. Il pregiudizio che porta all’esclusione di ciò che pensa l’altro, senza un fondamento logico o di buon senso, è un principio di fallimento comunicativo che non porta a nulla. Di questo atteggiamento si fanno portatori  gli estremisti politici di ultra destra (casa Pound), o quelli anarchici (come le recenti vicende a Torino), ma anche i sindacati. La scarsa conoscenza di se stessi e la propria abitudine all’introspezione porta questi ultimi a gridare allo sfruttamento, anche quando giuridicamente non si danno i presupposti ed i fatti. Nei tavoli dove si siedono le associazioni di categoria (datoriali e dei dipendenti), il sindacato (per dottrina e per storia politica) attiva strategie comunicative inefficaci perché “ragiona” con il pregiudizio che il datore  di lavoro sia necessariamente sfruttatore. Se invece si guardasse (con la strategia della sospensione del giudizio) al sinallagma contrattuale come una cosa positiva e non sede di conflitto, allora si comunicherebbe meglio e si farebbero progressi anche a favore dei lavoratori. Se uno lavora male o non lavora bene, di fatto sbaglia, quindi il pregiudizio del datore sfruttatore cade dinnanzi all’evidenza empirica. Tribune politiche con rappresentanti delle istituzioni ingabbiati nelle loro giacche e cravatte, che intonano inni alla crisi economica o al calo dell’occupazione, impugnando l’arma del “voi nello scorso governo cosa avete fatto?”; c’è però qualcuno di buon senso che introduce il termine dati e analisi statistiche. Se, come ho detto sopra, la logica della comunicazione deve essere  razionale e fondata, prima di inveire contro l’avversario del partito opposto, meglio lavorare su noi stessi e dire ”posso veramente rispondere in maniera assennata?”. Onestà intellettuale, analisi delle proprie conoscenze, rifiuto umile del contraddittorio se non si hanno le basi per comunicare.

 Giovanni Sacchitelli

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