In evidenza: Luigi Ghirri, Parigi, 1972

Sono pochi gli individui capaci di intellezione, e l’intelligenza sicuramente non corrisponde al sapere o al saper fare; in un articolo di tanto tempo fa, strategie di inganno, avevo messo in guardia gli individui sani dal contagio con il male dell’idiozia, elencando i vai passaggi tramite i quali il furbo-idiota  ci dà la parvenza di ascoltare i nostri discorsi (che poi se sono risultato di un intelligenza scarsa, allora è un dialogo tra sordi) ma in realtà succhia il nettare delle nostre intuizioni, alla maniera di un vampiro. La mancanza di intelligenza non è certo imputabile al soggetto interessato, non decidiamo noi il nostro quoziente intellettivo, sta di fatto che un imbecille è difficile da sostenere. L’intelligenza certamente non dipende da quanto sappiamo, non è semplicemente cultura o nozioni. Un esempio molto comune di scarsa intelligenza è rappresentato dagli uomini (o donne) macchina-ripetitrice; la loro intelligenza apparentemente acuta e brillante, in realtà è uno sviluppo dell’area del cervello atta all’imitazione (meccanismo tipico prodotto dal  processo di evoluzione e selezione naturale) che li porta ad agire come nastro trasportatore di nozioni, ripetendo a memoria nozioni (se ad esempio il cervello è nell’atto di studiare)  dando la parvenza di originalità e diligenza, quando in realtà è semplicemente una parte del cervello che si è abituata all’imitazione, quindi ripete meccanicamente il processo originariamente appreso ed ha risultati brillanti. Come un software che dà sempre gli stessi risultati, perché gli algoritmi l’hanno creato così e non sbaglia mai. Laureato con il massimo dei voti, massimo esperto della materia, uomo  (o donna) dalla cultura infinita, ha letto un sacco di libri (come se leggere fosse garanzia di successo! Dipende da cosa leggiamo non quanto!). Queste etichette sono molto frequenti per gli abitanti della società  moderna. Ciò vale anche per i fruitori di questi  prodotti culturali; una componente molto accentuata di stupidi è costituita dai seguaci delle mode, questo atto presuppone un soggetto poco sveglio, in cui la parte razionale salvifica, poco sviluppata, cede il posto all’irrazionalità del così si fa. Dunque, la prima classe di stupidi è quella costituita da quelli che apparentemente non sono tali, i genii che escono fuori dalle università, i grandi laureati, coloro che studiano soltanto per l’esame. Non è importante apprendere il perché si studiano certe nozioni, soffermarsi sulla loro ragione di essere nel percorso di studi, approfondire con letture secondarie, non ingolfarsi nel ripetere (con il meccanismo di cui sopra) concetti come un automa, tutto ciò non è importante, l’importante è il voto. Così poi potranno vantarsi con gli amici o con i genitori, ed inserire il risultato del loro percorso di studi sul peggiore esempio di intelligenza deturpata: il curriculum vitae. Ho sempre diffidato degli individui di tale sorta, se a molti apparivano lodevoli, a me sembravano solo sepolcri imbiancati. I titoli di studio non garantiscono la capacità di praticare e avere senso critico di quei concetti che si vanno a mandare a memoria, uno laureato in giurisprudenza probabilmente saprà benissimo la regola ma avrà, per mancanza di sensibilità (perché gli stupidi non hanno sensibilità. La sensibilità è la capacità di provare empatia, questo  dipende da quella superiore del cervello di mandare stimoli), la capacità di interpretare quella regola, cioè di rendere pragmatico un concetto. Quanto meno si ha sensibilità, quanto più si ha successo nel processo di uomo-nastro ripetitivo. Fregiarsi di titoli altisonanti per poi non essere in grado di comunicare. Non è garanzia di empatia la capacità di essere intelligenti a nastro. Come risulta chiaro da questo discorso, stupido è chi non lo sembra, chi ha capacità intellettive spiccate di imitazione, ma non è in grado di analizzare. Lo stupido non pensa.

Immanuel Kant, nella sua difficile Critica della ragion pura, diceva Ich denke ist ich verbinde  (pensare è collegare). Pensare significa mettere insieme, istituire paragoni, agire, mettere in movimento. L’intelligenza dei grandi laureati è semplicemente ripetizione automatica, non azione intellettiva. Lo stupido, avendo una scarsa conoscenza di sé dovuta ad una mancanza di azione analitica, prova emozioni contraddittorie, ne fa uso nel pensiero-linguaggio involontariamente, dandoci l’impressione di empatia, bontà d’animo, comprensione. Lo stupido manca di sensibilità, dunque è fondamentalmente malvagio, prova astio nei nostri confronti, ci odia, gli stiamo antipatici; questo sentimento, pur essendo presente nella sua coscienza, agisce involontariamente sulla sua espressione verbale. Uno stupido è felice di ascoltare una persona che odia. L’odio sussiste nella sua coscienza, ma in maniera pallida, quindi non se ne rende conto. Continua a provare gioia (con un misto di odio impercettibile alla sua debole capacità di analisi) ma dentro di sé la sua anima malvagia ci è contro. In tutto ciò (quella che io chiamo dialettica della stupidità) avvengono fenomeni contraddittori: a) emulazione b) volontà di aiutare c) invidia d) derisione. La psicologia della comunicazione tra essere umano sano e idiota è complessa, tuttavia con questi piccoli strumenti possiamo tutelarci. Non cercate di cambiare uno stupido, non donategli le gioie del sentimento, non parlategli del vostro Io più intimo, non abbassatevi ai suoi livelli, sarebbe più facile camminare sull’acqua.

Giovanni Sacchitelli

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