C’è tutto un nuovo codice di comportamento che l’avvento dei social network ha coniato e continua ad aggiornare. Nascono neologismi di ogni tipo e in mezzo a questo ribollire di novità linguistiche e di comportamento che spesso smarrisce il quarantenne medio c’è un termine su cui è il caso di soffermarsi.
La famigerata FRIENDZONE. Ne è nato un verbo, e per quanto i cruscanti possano indignarsi, usarlo rende infraintendibile la frase che lo contiene. Si tratta di un verbo efficacissimo. Coniugarlo è quasi uno scioglilingua. Friendzonare qualcuno vuol dire relegarlo entro il confine invalicabile dell’amicizia, nei secoli dei secoli amen, mettendo in chiaro un limite invisibile oltre il quale è inutile procedere. In sé possiede una chiarezza quasi commovente. E’ il “restiamo amici” 2.0. Tra gli adolescenti è una specie di cataclisma.
Le relazioni in quest’epoca sembrano diventate ancora più un mistero. Non esiste un manuale o un diario di bordo per diventare mulini bianchi felicissimi con una brioche in mano e una famiglia in tasca e i modelli vanno sgretolandosi sotto i nostri occhi. Il “restare amici” ha acquisito un significato pseudosfigato che sembra non dare valore al vissuto autentico. Quando parliamo di vissuto autentico non ci riferiamo solo a quello bello, è autentico anche un dolore, una mancanza, una nostalgia canaglia, un lutto, è tutto maledettamente v.e.r.o. Quando una relazione finisce fa sempre male. Fa sempre male anche prima di tornare a star bene.
Ma quanto bello sarebbe conquistare la saggezza dell’ammettere di essere diventate delle persone più ricche dopo la fine di una relazione? Vivere la cautela di preservare le scelte e l’audacia che ci avevano fatti “buttare” senza darci degli sciocchi solo perché non è andata come speravamo? Non dirci “che stupido sono stato”, “avrei dovuto fare… e invece…”, o peggio “è tutta colpa sua”.
E’ inutile cercarla, specie in questo tempo sembra che non ci sia davvero una rotta tracciata, una via sicura per riuscire. Non basta il rispetto, non basta la cura, non basta il sesso, non basta l’innamoramento e nemmeno la buona volontà. Non basta intervistare le coppie di anziani insieme da una vita e chiedere “ma voi come avete fatto?” Perché la loro risposta non si aggancia ai tempi che corrono e che continuano a sfuggirci sotto gli occhi.
Ma dopo una giusta gestione del dolore (che se si riesce a guardarlo è un dolore che fa bene e porta oltre), è magnifico riuscire a riconoscere e custodire in noi tutto il bello. Ma come si fa? Non c’è una risposta esauriente, ma ci sono complici intelligenti. Il tempo. Un alleato potentissimo. Non per niente lo definiscono galantuomo. Le parole. Dette sincere, scelte, con i toni e i mezzi giusti. Le risa. Le risa insieme. Una bellissima sanissima ironia con l’altro e con se stessi.
E poi l’avventura di ricostruire e continuare a cercare. Da soli o insieme. Restando su tutto amici di se stessi.

Photo by Chris Dickens 

Shiny Happy Counseling, rubrica mensile a cura di Antonella Petrera, counselor per Colori Vivaci Magazine.

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