Deckard, cacciatore di androidi, della sezione blade runner,  conduce un’esistenza regolare, con tutti gli spazi tipici della natura solitaria (alcolici, mangiare da solo ad un fast food, riflessioni con sé stesso) in una Los Angeles del 2019 pienamente immaginata come la tipica città del futuro post-moderno: caotica, macchine volanti (vedi back to the future 2 del 1989), oscurità, pioggia incessante, schermi digitali enormi con pallide attrici orientali che invitano al trasferimento sulla colonia extra mondo, insegne con i marchi tecnologici più in voga in quegli anni (tdk, panasonic) bene in vista, anche nell’ultima famosissima scena, quando Deckard affronta Roy Batty. L’ambientazione di un film del 1982 diretto da Ridley Scott, che è sempre un piacere rifrequentare, sia per la forma (la fotografia e il tutto generale dei costumi, delle ambientazioni) sia per i contenuti molteplici, dal rapporto con la macchina a quello più generale del pensiero e dell’esistenza (penso al cogito ergo sum cartestiano enunciato da Pris “penso dunque sono”). Negli anni ottanta, pensare un futuro del 2019, significava ribaltare la realtà, esasperandola fino agli estremi delle cose che c’erano in quegli anni, ipotizzando come sarebbe potuta essere una città ultra-moderna, a distanza di 37 anni. Vediamo così una città troppo caotica, scura, con un archittettura mista, decadente, come è stata definita più avanti cyberpunk ; ci sono individui di ogni genere, soprattutto orientali, ci sono palazzi enormi, larghi, abbandonati, dove è difficile trovare un amico, si è soli. Sono soli lo stesso Deckard, anche J. Sebastian progettista genetico della Tyrell corporation (la compagnia che crea androidi nexus 6), un risvolto ovvio questo della città moderna, la solitudine creata dal capitalismo, un’idea costante nella filosofia della prima metà del novecento. Gli anni ottanta immaginano un futuro confuso, schermi digitali dappertutto, rovine, individui nani. Un bel lavoro di composizione quello di Ridley Scott, ne ha fatto un cult venerabile. Come non voler partecipare al lavoro di J. Sebastian nel suo studio di progettazione di giocattoli (“questi sono i miei amici, li ho fatti io”), immersi in quegli edifici bui, tra le sue innumerevoli creazioni, bambole, piccoli soldatini che lui stesso crea per avere qualcuno che gli apra la porta. Quando Deckard, verso la fine del film, entra nello studio dell’ormai defunto J. Sebastian, cerca Pris (Daryl Hannah) ed è sublime il tutto che lo circonda, affetto da malinconia e gioia al contempo; tonalità di rosso tendente ad un arancio giovane colorano gli abiti impolverati dei giocattoli, per la maggior parte in forma umana, e Pris appare nascosta sotto un velo, un capolavoro della fotografia cinematografica. Vedere questo film significa entrare nel misto malinconia-gioia nell’esempio dello studio di J.Sebastian, ma più in generale nel seno di un’umanità arida, che ha perso ogni contatto entro se stessa e si trascina in massa nelle strade di una Los Angeles impossibile ma con una base reale. Mi ha sempre affascinato il rapporto dell’uomo con la macchina, che si traduce più in generale nel rapporto con la tecnologia, così come il tema dell’intelligenza artificiale. Cosa può l’essere umano facendo uso della tecnologia? Qual è il suo rapporto con la robotica? Un computer può sostituire l’uomo, può essere suo servo, come sono i nexus 6 creati dalla Tyrell corporation utilizzati come schiavi nella colonia extra mondo, oppure può dominarlo? Qualcuno parlo di dialettica dell’illuminismo, in ambito della filosofia della scuola di Francoforte, illuminismo come razionalità, è una via per liberarsi oppure la tecnologia ci domina? Ci domina, spesso inconsapevolmente. Blade runner è un film su diverse cose, su come può essere una città ultra-moderna del 2019, vista da un regista nel 1982, è un film d’amore (quello tra Rachel e Deckard), è un film cartesiano sul problema della coscienza e l’esistenza, è un film sulla morale dell’automa. I moderni computer nascono grazie all’opera del logico Alan Turing, autore negli anni trenta della macchina omonima a schede perforate, in grado di dare sempre una determinata risposta ad un determinato stimolo, tramite l’applicazione di una serie di operazioni (algoritmo). Le macchine nascono da questo piccolo esemplare rudimentale. I robot sono programmati nello stesso principio, certo con una base hardware-sofware molto più avanzata. Un sistema hardware-sofwtare che imita il principio cartesiano mente-corpo, una res cogitans che agisce su una cosa estesa, una res extensa tramite l’epifisi (la ghiandola pineale ) che nella fisiologia cartesiana avrebbe permesso all’anima di agire sul corpo. Il problema morale delle macchine e dei robot è la possibilità o meno che le macchine siano d’aiuto o offensive per l’essere umano. Pensiamo banalmente a quanto può essere pericoloso per la carrozzeria della nostra auto l’errore di programmazione dell’automa cancello per capire i limiti degli automi. In blade runner viene creato un esemplare di androide nexus 6 che è del tutto identico all’uomo, se non superiore agli ingegneri che lo hanno creato, tanto da richiedere la necessità di un test con relative domande per capire se si tratti o meno di un robot; creati come macchine perfette, i robot sono impiegati come schiavi in una colonia extra mondo (nella metropoli del 2019 c’è evidentemente la necessità di uno spostamento per conseguenze riguardo alla sovrapopolazione), da questa colonia scappano, ritrovandosi sul pianeta terra ricoprendo vari ruoli, uno cerca di diventare operaio nella stessa Tyrell corporation, una lavora in un locale notturno per spogliarelliste (Zora) altri vagano alla ricerca di sé e di un po’ di vita in più. Le macchine diventano così pericolo per gli umani, colpevoli di aver creato qualcosa di troppo perfetto per essere non offensivo. I nexus 6, sono agili, scattanti, veloci di pensiero (come quando Roy Batty comunica le giuste manovre agli scacchi a J. Sebastian per entare nella sede della Tyrell). Le macchine tuttavia hanno dei limiti, vivono solo quattro anni, Roy Batty, Pris cercano l’elisir di lunga vita, in una manipolazione genetica, ma non serve. Le macchine, in quanto tali hanno dei limiti, anche nelle emozioni, che possono provare solo dopo un certo periodo di tempo, hanno degli innesti che rappresentano i loro ricordi (come quelli dell’adorabile Rachel). Le macchine, dal punto di vista morale, sono nocive, diventano ribelli. Come in Frankestein, la creazione si ribella al creatore, odia chi lo ha creato tanto imperfetto. Roy Batty ri rivolge al capo della Tyrell chiamandolo Padre, lui è il figliol prodigo che è tornato a casa in cerca di vita, della vita vera e propria e non vivere nel terrore, di una fine imminente. Il fatto cartesiano del rapporto tra mente e corpo, il cogito ergo sum delle meditazioni metafisiche in ambito filosofico ha introdotto l’idea che soltanto la coscienza dell’esistenza è l’esistenza in sé. Pris, Roy Batty, Zora, dunque vivono? L’esistenza allora è un’atto della coscienza, seppur biomeccanica, oppure è un qualcosa di presistente a quest atto? Gli automi sono un bel campo d’indagine della filosofia della mente, in quanto simili nella struttura base all’uomo. Addirrittua una paradossale esistenza ultra terrena, quella del dio della biomeccanica, un paradiso nel quale entrare soltanto se non si sono fatte azioni peccaminose, come quelle di Roy Batty. C’è anche l’amore in Blade Runner, quello tra Rachel e Deckard. Rachel è un automa, convinta di non esserlo, ha dei ricordi arficiali, compreso il saper suonare benissimo il piano, Deckard cerca di non ucciderla e salvarla dal piano di ritiro dei nexus 6. Rachel è bellissima, delicata, sensibile, animata da emozioni innaturali per un androide, forse è questo che obblighera Deckard a farle dire ti amo, ti voglio. Come se, convinto di avere avanti a sé una macchina, cercasse di convincersi del contrario, tuttavia, non tutte le macchine sono nocive.

Giovanni Sacchitelli

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