L’Abruzzo è una terra variegata e variopinta e questo, forse, in molti lo sanno. È nota ai più per i primi due parchi nazionali istituiti sul territorio italiano, per la cima più alta degli Appennini, per le località sciistiche e quelle marine.
Ma la storia che vi raccontiamo oggi parla di qualcosa di diverso. L’Abruzzo è una terra ferita, ma anche questa è storia nota: chi di noi non ricorda il terremoto dell’Aquila, nel 2009? Credo che in molti abbiano sentito parlare dell’arte giapponese del kintsugi, ossia il “riparare con l’oro”. Utilizzare, cioè, oro liquido per sanare le fratture degli oggetti di ceramica rotti, rendendo in questo modo più prezioso proprio il punto in cui c’è stata la frattura. Ecco: quello che abbiamo scoperto in questo viaggio, è che a volte anche la terra sa fare del kintsugi. L’Abruzzo è un posto di paesi abbandonati, spesso duplicati – c’è il paese vecchio, ormai lasciato da tutti gli abitanti per via di terremoti o perché inaccessibile, e quello nuovo, più a valle, più solido – ma anche di borghi ritrovati, in qualche modo. Nei nostri cammini lenti, abbiamo incontrato centri abitati che contavano solo qualche decina di residenti, ma magari con una vineria “slow” calda e accogliente, attorno alla quale si radunavano più avventori degli abitanti stessi del paese.

La strada per Sperone Vecchio
Interno di una casa abbandonata


Abbiamo visto il piccolo miracolo di Aielli, dove le greggi rientrano dal pascolo al tramonto e le case di montagna si stanno colorando di Murales dipinti dai migliori writers del mondo, e il turismo, pian piano, rifiorisce per ammirarli. L’avreste mai detto che un intero romanzo può essere trascritto su un muro? Ecco, lì è successo. E nella “torre delle stelle” – una costruzione che svetta alla sommità del paese – abbiamo anche incontrato un astrofisico che è stato capace di farci capire l’universo in maniera così chiara e avvincente, che ci siamo sentiti tutti degli scienziati.

Se sai raccontare le cose, persino la materia più ostica diventa un’avventura meravigliosa.

Il fiume Tirino

E poi l’acqua.
Noi siamo pugliesi e, come tali, abituati a considerare l’acqua come un bene prezioso e raro. Ne abbiamo tanta, limpida e colorata, nei mari attorno alle coste, ma non è la stessa cosa. Là dove siamo stati scende dalle montagne, dolce e fresca. Mi perdonerete per aver involontariamente fatto una semi-citazione del Petrarca ma, di fatto, è così.
Non avete idea di cos’è il fiume Tirino. Dico davvero: non avete idea. Le fotografie non bastano a raccontarlo, perché alle foto mancano almeno un paio di sensi, oltre alla tridimensionalità: manca il tocco fresco della mano che si immerge nel fiume e il suono che fa lo scorrere lento e limpido, i versi degli uccelli. Il suono che fa il silenzio. Sì: il silenzio ha un suono! Non ci credete? Lasciatevi trasportare dalla corrente sul Tirino, e poi ne riparliamo.
Ma l’acqua fa anche rumore. Un rumore assordante, quasi pauroso. E la paura, a sua volta, ha un suo fascino. Andate nelle grotte di Stiffe. Mettetevi davanti a una delle due cascate che rimbombano nella pancia della terra. Sentitevi piccoli e impotenti, davanti a questa maestosità. Lì dentro si è nel ventre della montagna, e c’è tanta acqua che scorre, scroscia. E’ una sensazione ancestrale, legata alla gestazione che ci ha visti embrioni, poi feti, poi neonati. Quando si esce da un posto così, ci si trova sempre un po’ spiazzati.

Grotte di Stiffe

Infine la meravigliosa follia delle Pagliare: queste casette di pietra sperdute in una vallata remota, che per raggiungerla devi farti chilometri e chilometri di sterrata. Chi le ha costruite, neanche ce l’aveva una macchina: se gli andava bene, ci arrivava a dorso di mulo. Casette di pietra senza elettricità né acqua corrente – sì, avete capito bene: altro che tecnologia, fibra ottica, Netflix, iperconnessione – dove invece che guardare la TV hai davanti un panorama immenso, sempre uguale e sempre diverso. Ci credete? La guida ci ha confidato che vanno a ruba. C’è un sacco di gente che le compra per andarsi a fare una vacanza distaccato da tutto. Quella stessa guida che, a cavallo fra dicembre e gennaio, va a farsi il bagno nei torrenti. Ma non fa freddo? Le abbiamo chiesto. A me piace, ci ha risposto.
Una cosa che questo viaggio lento ci ha insegnato, è che c’è sempre un altro modo di vedere le cose.

Le pagliare
Interno della chiesa di San Pietro ad Oratorium

 

 

 

 

 

 

 

 

Testo e fotografie di Manlio Ranieri

Per questo viaggio ringraziamo:

Il tour operator Ciclomurgia
Le guide sul fiume Tirino Il Bosso
La guida alle Pagliare e a Sperone vecchio Vanessa
La natura.

Total
1
Shares

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*