Mi guardo  un po’ intorno; sì: sono proprio al Petruzzelli, fra fregi, stucchi e lampade con motivi floreali. Sono in uno dei punti di riferimento dell’opera lirica, in un edificio dichiarato monumento di interesse storico e artistico.
Poi si spengono le luci e inizia il documentario, sulle note di Territorial pissing, ed è subito violenza. Violenza nelle immagini, nelle parole, nella musica e, soprattutto, nelle sensazioni.
Lo dico da subito: non ho alcuna intenzione di fare una recensione – nulla di quelle robe che parlano di montaggio, fotografia, regia: le lascio fare ad altri, più bravi di me – perché questo documentario è una pellicola fottutamente emozionale e quindi voglio solo raccontarvi le mie emozioni.
Ho usato la parola “fottutamente” in un post che vorrebbe essere altisonante, che ha persino qualche velleità artistica, perché non c’è verso di parlare di questo film senza provare a essere un po’ sboccati.
Insomma: siamo qui dentro, in un teatro di quelli classici – che più classici non si può – e sullo schermo scorrono immagini di una band di ragazzini che vorrebbero fare i punk rockers e di un pubblico che si dimena con molta violenza e poca coordinazione. In quel momento, nella mia mente di quarantenne, appaiono come per magia brandelli di memoria in cui ci siamo noi, vent’anni fa, che non abbiamo altra pretesa che quella di essere abbastanza ubriachi mentre poghiamo, per l’appunto, proprio Territorial pissing. La nostra preferita.
Come ci siamo finiti, tutti, dentro al Petruzzelli? E, soprattutto, abbiamo sbagliato qualcosa per essere qui, in questo posto così raffinato in cui un punk rocker ci sta come la marmellata sulla pizza margherita? Questa è la prima domanda che mi faccio. La risposta è no. Non abbiamo sbagliato, almeno non io: sono cresciuto e oggi sono in grado di apprezzare anche la bellezza che c’è in quelle decorazioni così barocche, pur non essendo il mio habitat naturale, e se un posto così bello e importante ha deciso di ospitarci possiamo permetterci di essergli grati, perché non è detto che nella vita tutto debba essere sempre rabbia e ribellione, frustrazione e distruzione. Alle volte si può essere capaci di diventare sensibili alla magnificenza. Del resto, non erano i Marlene kuntz che, una decina d’anni dopo aver scritto Festa mesta hanno cantato, su una melodia lieve e dolce, “noi cerchiamo la bellezza ovunque”?
Ah, scusate, dovevo parlarvi delle emozioni. Giusto. E allora vi sfido a non farvi venire la pelle d’oca nel sentire le note di All apologies suonate al carillon sulle immagini di un Cobain bambino, che gioca con i personaggi Disney o con chitarre finte e soffia candeline come avete fatto tutti voi. Vi sfido a cacciar dentro la lacrima nel leggere le parole – dolci, semplici, ingenue – dei messaggi che si scambiava con le due ragazze con cui ha condiviso la vita: Tracy prima e, dopo, la ben più famosa Courtney. Difficile, del resto, non sentire una fitta in pancia quando la voce stessa del cantante di Aberdeen parla dei suoi dolori lancinanti allo stomaco e, soprattutto, non aver voglia di stringere il pugno o grattarsi la gamba fino a farla sanguinare nel vederlo schiavo dell’eroina, perso, sfatto, incapace di reagire, a volte persino davanti alla sua figlia neonata.
E poi c’è quel fotogramma: Courtney che entra nell’ospedale di Roma, i cartelli scritti in italiano e il corto circuito della mia mente: io li ho visti quasi in diretta, nei servizi dei telegiornali, ho seguito la vicenda da vicino, tifato per lui, sperato che ce la facesse, esultato quando è uscito dal coma.
Ma poi, lo schermo nero su cui si chiude il film: Kurt Cobain si è tolto la vita il 5 aprile del 1994 con un colpo di pistola.
Me lo ricordo, quel giorno. Ero andato a casa di un amico a riprendermi l’amplificatore del basso – perché anch’io coltivavo il sogno di fare rock’n’roll – lui me lo consegnò nel portone del suo palazzo e mi disse: “lo sai che Kurt si è suicidato?”
“Ah”.
Non riuscii a rispondere altro.

Kurt Cobain ha cambiato tante cose, nelle nostre vite.
Quel tipo di musica, quelle parole, ascoltate a vent’anni, non possono non lasciare il segno, non possono non insegnarti a guardare il mondo con un occhio diverso, a desiderare qualcosa di più. Di più. Di più. Forse molti di noi, molti di quei quarantenni che erano dentro quel teatro, oggi fanno gli impiegati, hanno una famiglia, delle responsabilità, degli orari e dei ritmi borghesi, ma tutti – dico tutti – siamo rimasti persone capaci di provare emozioni forti, di apprezzare un buon libro o un buon film, di non lasciarci appiattire e omologare completamente.
Io, personalmente, devo molto anche a lui se oggi lotto ancora per fare l’artista, se non ho mai visto spegnersi questo fuoco: ha cambiato colore, calore e forma, ma non è del resto nelle caratteristiche intrinseche della fiamma stessa?

Mi considero davvero fortunato ad essere stato fra i primissimi, in Italia, ad aver visto questo documentario, e forse questo lo devo anche al fatto di vivere in una regione e in una città che si sforzano – con risultati altalenanti, senza dubbio, ma almeno ci provano – di essere all’avanguardia culturale in un paese sempre più piatto.

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