Soffro ma con stile Gabriele Cabassi

La sofferenza, di qualsiasi tipo essa sia, quando si presenta a noi la vediamo come un elemento di disturbo. Disturbo della quiete, della serenità, di uno stato apparentemente soddisfacente. Qualcosa che in realtà non ci si addice. Come un vestito troppo largo o un abbinamento sbagliato.

Soffrire vuol dire mettersi in ascolto di quale luce può starci meglio addosso, ascoltando le parti che fanno male e scoprire perché.
A volte sopportare lo sguardo dei nostri motivi di sofferenza può essere molto difficile, perché ciò che vediamo rivela altre debolezze che vorremmo non vedere né tantomeno avere.
Cosa non è elegante, allora, quando soffriamo? Cosa va a stonare con lo splendore che pure abbiamo, in quei momenti?
Nella sofferenza la fuga, non è elegante.
Ci si ritrova trafelati, sudati di un dolore che non passa anche quando pensiamo di averlo seminato. Ma ci sta inseguendo ancora, e ci mette in disordine dentro.
A volte anche sedersi e attendere che passi non è una buona idea, perché si crea intorno a noi una patina di grigiore che non ci dona affatto.

Altra pessima idea, aprire il libro delle lamentazioni e recitarlo a memoria perfino quando ci chiedono “Come stai?”. Quanti passi di quel libro mandiamo a memoria, vero? Che fare, dunque?

Dunque.

Dopo un legittimo momento di smarrimento occorre organizzarsi.
Cosa vuol dire soffrire con stile?
Cercare un colore intorno a noi. Abbinare ad una cosa che ci sembra brutta una lucente. Ce l’abbiamo senz’altro, chiusa da qualche parte. Soffrire con stile può voler dire trovare la dignità di fronteggiare con il mento alto perfino un evento o un imprevisto che ci sembra titanico.
Posso scegliere di non diventare un peso per gli altri. Posso scegliere di cercare persone amiche a cui posso dire frasi profonde. Posso scegliere di cercare le parole per dire frasi che non colpiscano nessuno, ma solo raccontino. Posso scegliere di non farmi rendere brutto, e prendermi cura di me nonostante tutto.
Posso scegliere di organizzare le mie giornate e il mio tempo in modo da organizzare anche la sofferenza.
Sono legittimi i momenti di pianto e di smarrimento. E sono utili. Ma queste bestioline, se gli diamo troppo spazio, hanno il vizio di prendersene sempre di più.
Lo spazio che gli diamo può essere quello del tè davanti ad un dialogo con le nostre ombre. Può essere quello di una persona fidata ed esperta che ascolti e basta. Senza dirci che fare. Senza troppi consigli ne’ giudizi.  Può essere la scelta di un silenzio charmant, che non accusi nessuno ne’ inveisca su pulpiti virtuali.
Stare al mondo con una patina grigia è brutto per tutti e non fa bene alla salute. Anche quando il problema è di quelli grossi, chi ci sta intorno può avvertire la dignità di qualcuno che fronteggia un dolore grande, e questa testimonianza acquista un valore e una pesantezza e una autenticità enormi, che hanno un impatto di luce sulla vita dell’altro in modi inaspettati.
Scegliamo con cura che stile avere quando soffriamo.

Il più fine possibile.

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foto: Gabriele Cabassi

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