Un giorno ricevetti una lettera da San Pietroburgo: di un uomo che, avendo letto il mio libro tradotto in russo, mi scriveva: “Quando gli Alpini ruppero l’accerchiamento a Nikolajewka. In quella notte ci siamo sparati, ma per fortuna siamo tutti e due vivi”.

(Mario Rigoni Stern)

Il 26 Gennaio del 1943 ciò che rimaneva dell’Armir, più frotte di reduci tedeschi e ungheresi, da inizio alla battaglia finale, Nikolajewka, un insignificante villaggio nella gelida steppa russa. Il nemico? ovunque, il gelido inverno russo, l’Armata Rossa, partigiani russi ovunque!

L’assalto è violento e disperato, l’biettivo è quello di forzare il blocco sovietico di Nikolajewka ed evitare ai reduci italiani del Don di finire in una sacca, accerchiati in una tenaglia letale ed evitare l’annientamento completo.

Alla Divisione alpina Tridentina, l’unica delle divisioni italiane ancora in grado di combattere, fu assegnato il compito di iniziare l’assalto al villaggio! Il generale Luigi Reverberi guidò personalmente l’attacco: al grido di “Tridentina avanti” gli alpini si dettero all’assalto, le perdite tra gli italiani furono enormi, ma l’esito vittorioso permise a quel disperato serpentone di reduci di raggiungere Shebekino il 31 gennaio 1943, località al di fuori della “tenaglia” russa, la salvezza!

Dopo la battaglia di Nikolajewka si contarono 13.420 uomini usciti dalla sacca, più altri 7.500 feriti o congelati, altri 40.000 uomini rimasero indietro, morti nella neve, dispersi o catturati. Migliaia di soldati vennero presi prigionieri durante la ritirata e radunati dai sovietici in vari campi. Uno dei più tristemente noti fu quello di Rada, nei pressi della città di Tambov. Solo una percentuale minima di questi prigionieri farà ritorno in Italia a partire dal 1945.

Fra gli alpini che hanno preso parte a questa battaglia, si ricordano Giulio Bedeschi (che scrisse “Centomila gavette di giaccio”) e Mario Rigoni Stern.


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