L’anziana signora incede lentamente, col passo malfermo di chi non ha fretta di arrivare da nessuna parte perché la prossima meta che la vita le riserva, ormai, è solo la morte.

Cammina a braccetto della badante filippina.

Entrambe le donne avanzano su questa stradina di un posto pieno di ville e giardini lussuosi e ben curati: probabilmente anche la vecchia viene da una casa simile a queste che stanno costeggiando. Ha il portamento di una nobile a cui solo l’età avanzata ha sottratto l’autorità di un tempo, sostituendola con troppe rughe e un’espressione un po’ triste negli occhi.

Indica alberi e cespugli di fiori, e di ciascuno racconta alla sua accompagnatrice le proprietà e le caratteristiche: questa è una pianta molto resistente, quest’altra ha bisogno di molta acqua, questo arbusto in primavera si ricopre di splendidi fiori rossi.

La sua dama di compagnia ascolta, in silenzio. Chissà quanto conosce bene la lingua, quanto capisce di quel che la signora le sta dicendo e se ha la proprietà di linguaggio per rispondere; quanto le interessa realmente.

E soprattutto: chissà cosa pensa. Forse odia quella donna, la sua voce incrinata dal tempo che le parla di cose che non le interessano; forse è solo annoiata. Forse prova una forma di compassione, le fa tenerezza quella vecchietta che un paio di decenni fa doveva essere una gran signora e ora non può fare a meno della sua compagnia a pagamento.

Ci sono cose che non si possono comprare, dice una pubblicità.

Anche se, a onor del vero, questa donna ha comprato persino le orecchie di una persona disposta ad ascoltare le sue lezioni di botanica, i suoi sfoghi, la sua voglia di raccontare qualcosa che, forse, in un passato più o meno remoto deve averla appassionata in qualche modo sebbene ora, probabilmente, non interesserebbe a nessuno. Non gratis, quanto meno.

Ha comprato l’antidoto alla solitudine, insomma.

Ma quanto funziona?

Eccomi: davanti a questa pagina elettronica, a questo monitor, a specchiare un me stesso che rifletterò su di voi che cliccherete su questo link e aprirete questo breve testo.

A volte mi sento come quella vecchia: parlo, parlo, parlo e spero che qualcuno mi stia ad ascoltare. O meglio: scrivo, perché le parole, nero su bianco, mi escono molto meglio, non hanno esitazioni, indecisioni. Bla, bla, bla, io qui a ticchettare sui tasti e voi – che siete arrivati fino a questo punto – ad ascoltarmi come quella badante.

Ma nei giorni migliori mi rendo conto che la solitudine di quella vecchia non mi appartiene perché io chiacchiero con un sacco amici anche quando sono solo, cosa che – per fortuna – accade abbastanza di rado: li ascolto attraverso le pagine dei tanti libri che affollano la mia libreria e dico la mia attraverso quelli che scrivo.

Non ho bisogno di pagare orecchie orientali che – pazienti – ascoltino le mie disquisizioni inutili.

Eppure mi chiedo se sarò capace di ascoltare mio padre, quando avrà l’età di quella signora, sempre se non se lo porterà via prima questo sangue anemico.

Perché tutti quanti, al mondo, abbiamo bisogno di qualcuno che ci ascolti e tutti dobbiamo saperlo fare.

 

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