Non seppi mai quale fosse il suo vero nome, tutti mi guardavano attoniti quando cercavo la sua gemma tra i fiori dei ricordi di un tempo mai vissuto, e più volte mi chiesi se davvero era lei il frutto dell’amore oppure era un’altra, me lo chiedevo spesso e non mi davo altra risposta che un disappunto cronico, era lei o no quel fiore? quel nome della rosa che da tempo cercavo? Orsù dunque, supremo reggitore, chiariscimi questo concetto, che ho necessità e volontà di saperlo, io devo saperlo, assolutamente. Tra i giorni e tra le sponde di quel mercoledì di fine Aprile, un tempo buio per la mia anima, allora capii che era Lei ciò che cercavo, si era Lei, non vi erano dubbi, non c’era altro da fare che cercarla, fermarla, e poi magari, chiederle perché era così, perché era così bella e mi rendeva i giorni migliori, forse che non se ne rendeva conto? Era il 1985 e tutto il mondo stava ai piedi di un Aprile maledetto, tutti guardavano cosa succedeva, nessuno aveva il minimo sentore di cambiamento, era un annus orribilis, bastava guardare i necrologi e la gente che decideva di partire, verso un mondo nuovo, migliore di quei tempi. Ed io. Cosa avrei dovuto fare? Stare come loro a guardare quella fine lenta oppure andare ed inerpicarmi sulle dune di un tempo nuovo? Cosa potevo fare? Rosaspina era qui. Bastava chiedere di Lei e tutti mi avrebbero detto dove stava, dove abitava. Avanti. Fatti Forza. Non sembrerà così difficile avvicinarla e magari chiederle, Come stai, fiore? Come stai, oggi mi dichiaro e ti dico che ho voglia di parlarti. Eh si. Oggi sono Io. Sorpresa? Non sai nemmeno come mi chiamo, ma continui a fissarmi. Pensi che non me ne sia accorto? Non devi temermi. Io sono Gioia. Io sono quello che ti serve. Il giorno dopo era Giovedì, il tempo, come gli emisferi celesti, su, oltre la linea dell’orizzonte, procedeva regolare, e al Mercoledì, seguì Il giovedì, era normale che così fosse. Così va il tempo. Era quello il giorno in cui dovevo incontrarla. Niente ripensamenti. O Giovedì o la vita. Così sarà. Così mi presi in spalla il mio coraggio. E mi avventurai su per le scale ripide del corteggiamento. Adesso il mio cuore mi parlava. Mi diceva cose giuste. Mi diceva all’orecchio che quelli sarebbero stati i giorni decisivi. Non sbagliare Achille. Il mio nome. Mi chiamo Achille. E sono piè veloce. Indossai quella giacca amaranto, i calzoni li misi subito, non volevo più di tanto osservare come parevo senza vestito, così inforcai le scarpe e presi la via del perdono. Del perdono per me stesso e per quell’anima che volevo mia, Rosaspina, sarai mia. Non c’è dubbio. Questa volta porterò il mio nome e il mio pentimento sopra le scale di quel Giovedì nuovo. La giacca amaranto era pronta. Feci molti passi. Davvero tanti. Ero quasi stanco, ma, arrivato sotto il portone di casa sua, la trovai che già usciva per andare a fare compere. Ciao, come stai? Le dissi veloce. Non volevo che il mio carattere mi fermasse e mi dicesse di tacere davanti a quegli occhi così verdi come un colore nuovo e rinfrescante. Non mi rispose. Non disse parola alcuna. Anzi. Prese la via delle cose da fare. Più importanti di me e delle mie patetiche osservazioni. “Non vedi che sono impegnata?” mi disse guardandomi negli occhi. Lì per lì non seppi cosa rispondere. Era davvero la verità. La stavo disturbando e lei se ne accorse che volevo il suo cuore. Mi guardò ancora ed io ancora le dissi “Ti ho vista l’altro Lunedì, eri davvero carina mentre ti avvicinavi al ponte delle Bazzecole, camminavi come una Dea”. Rosaspina, rispose “Non ero io, era mia sorella, mi somiglia tanto, sai da lontano succede che una persona possa sembrare altro, magari uno sbaglio”. Era la verità. nulla da obiettare. Non si poteva negare quanto la ragione dicesse al mio Io che quello era il vero. Ero vittima di un abbaglio. Quello spolverino rosso, era come un fuoco che camminava come una cosa di passione dentro quella città buia, mesta, meschina. Avevo torto. Ma ancora cercavo i suoi passi. Così, decisi di seguirla. Parlandole da dietro. E lei continuava. Il suo vestito si faceva accarezzare dal vento. Gonfiava le pieghe di quell’abito di signora. Una signora fine e maestra. Lavorava in quel negozio, lì in Via del Grano, 12. La vidi per la prima volta quando non ancora era che una bambina, suo padre la obbligò a quel posto per garantirle un futuro sicuro. Bisognava fare così. Era il mestiere che si meritava e che doveva meritarsi. Ma quel giorno, quel Giovedì di Aprile, era già una Donna. Aveva da poco sussunto i 17 anni. Non era più una bambina. Non più. Doveva essere quella che avevo in mente da anni. Adesso o mai più. Valle dietro, Achille, Valle dietro e dille che vuoi i suoi occhi. Seguitai ancora a seguirla. La strada si faceva impervia. Prese il tram. Io le andai dietro. Volevo parlare ancora. Anche se, forse, non c’era più niente da dire. I passanti la salutavano. Rosaspina, il nome della rosa che pensai per la sua anima, era conosciuta. Tutti sapevano di chi fosse. Non era mai triste. Sorrideva sempre e quel sorriso era una gioventù che marcia avanti nel tempo ignara di cosa sia il buio che invece invadeva la mia anima. Erano anni non ridevo. Mi svegliavo la mattina e la mia faccia la davo ai canarini che fuori, meschini, aspettavano che io decidessi di non uscire mai più. Il mondo mi andava contro. Lo sapevano che non dormivo, che insomma, non stavo bene. Ma decisi di andare avanti. Dovevo vivere per un motivo, insomma ci sarà un motivo per vivere o tutta la vita è sempre una cottura a fuoco lento? Quel giorno, quindi, decisi, di seguirla. Nel tram tutti parlavano. Tutti avevano qualcosa da dire. Era ancora mattino presto. Il sole teneva ancora lontano dai suoi raggi gli abiti cittadini di quei prodi del dovere. Rosaspina, anima leggera, andava verso la via del centro. E li doveva fare le sue compere. Comprare le cose che gli sarebbero servite per quell’attività che suo padre aveva deciso di donarle. Per il suo futuro. Gli anni, quelli che aveva, erano ancora pochi ma già erano quelli che servivano per una vita matura e felice. Nulla, nulla, nessuna malinconia nei suoi occhi. La sua sensibilità era quella di una donna che sente il mondo in maniera facile, come i bambini lasciano i giochi e poi ci ritornano dopo tanto tempo, e tutto è normale. Era Donna. Ma la sua femminilità era lieta. Non cupa. Non in atti di nera melanconia. Era sicura in tutto. Quando camminava, come atti precisi e circoncisi, le sue gambe e il suo corpo ne veniva ad essere modellato da quel fare sempre felice. Le ore passavano e scorrevano senza tregua. Niente avrebbe dovuto bloccare quel seme di felicità, in quella anima così leggera e pura. Ma c’ero Io. C’ero Io Achille Bini, di professione impiegato. C’ero io che potevo rovinare quell’anima. Ma era bella. Non sapevo perché la sua bellezza riempiva i miei giorni in quella maniera così giuliva. Era Lei. Era Lei che doveva essere come volevo essere Io. Rosapina, poi, arrivò al lavoro. La accolsero e poi, netta e vereconda prese il banco dove serviva quei volti felici. Ma io non ero felice. E volevo esserlo. Pensai che la felicità dovesse essere quel volto. Così, ancora una volta, le parlai. E le dissi “Quando tu ci sei, io sono Ombra”. Non rispose. La sua anima giovane e veloce andò oltre, come io non ero abituato, a quelle parole. Tornò a ciarlare con i clienti. Diventavano sempre più numerosi. Alcuni tra loro poi parlavano e costruivano storie ed opinioni. Erano le persone normali ed io ne fui escluso. Il negozio si fece pieno. Ma lei era sempre in quel rosso. Quell’abito così leggero era un quadro e una genialità di pennello, dentro quei pensieri utilitaristici e quadrati. Ma lei ci stava bene in quelle cose. Così, continuai a pensare a cosa dire. E manifestai tutto il mio  rammarico. Pensai, addirittura, di mostrarle, una foto di me mentre dormivo. Me la fece un mio vecchio amico, Gaspare, durante il mio servizio militare. Diceva che ero buffo. E per dimostrarle che avevo sarcasmo ed ero capace di riso, ebbene, dal taschino presi quel bianco e nero. Non rise. Torno all’abaco della sua vita esatta. La sua sensibilità non aggrediva il mondo, non ne era intaccata. Allora, in ultima istanza, pensai di corteggiarla per forza. Come un obbligo a me stesso. Se ti piace, devi dirglielo. Se no, tornato a casa, parlerai male con il dirigente di sezione. Litigherai con lui. Fallo oppure non te lo perdonerai mai. Fallo e basta. Le chiesi di nuovo “Hai del tempo libero per parlare di francobolli?” Lei mi rispose “Adesso basta, Achille, vai a fare le tue cose, non vedi che sono occupata?!”. Lo disse fermamente. Ma l’anima e i sentimenti di quella donna. In fondo insensibile. Non erano quello che io volevo. Non era quelle cose che avevo pensato di lei negli anni precedenti. Mi deluse. Non era Lei. Ero vittima di un parto dell’immaginazione malsana. Cosa fare adesso? Ero io il sensibile. Eppure si dice che la sensibilità sia donna. Un detto sbagliato. Io, ancora Io. Ci rimasi male. Presi la via di casa mia. Rosaspina era un mare di rimorsi. Ci avevo navigato, ma la mia galea è finita a fondo. L’amavo. Ma il mio amore era del cuore. Il suo, se poteva averne, era quello leggero. Calmo. Gioioso, come quei ragazzoni dal viso mogio che ogni giorno dispensano allegri e precisi complimenti al suo vestiario. Io, in Lei, vidi una bellezza straordinaria. Il suo incedere mi ricordava quello di una eroina di un romanzo rosa. Non era così. Mi ero sbagliato. E adesso altro mi pensava che la morale. Che così è. Che così sono i sentimenti. Bello il volto. Ma il cuore c’è? E cosa è? Non era un amore tumultuoso e melanconico quello che lei cercava, ma un amore calmo, rilassato, normale, borghese. Io invece pensavo a quando gli amanti tra loro bisticciano e uno, fa le corna all’altro. Poi ritornavano. E quell’amore io lo chiamo sentimento. Per lei i giorni erano veloci e normali. I ragazzoni la invitavano a bere del sidro. Ridevano di un riso muscoloso. Bianco. Dai contorni definiti. Io. Invece. Rosaspina, volevo il cuore e le emozioni. Non era quello che pensavo. Abbandonai i ricordi e mi confusi con il presente. Era giunto il momento di smetterla. E capii, in quel giovedì che Lei era il ricordo, e che Rosaspina, ero Io.

Giovanni Sacchitelli

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