In evidenza: Sergio Rubini, Carlo Verdone e Francesca Neri in Al Lupo al Lupo, 1992.

Ritrovarsi, magari dopo parecchio tempo, le cose sono cambiate, ognuno ha preso la sua strada ed è andato per la sua strada, succede questo quando nel paradigma di vita comune, di vita prevista e di vita sognata ci si trova poi a ri-adunarsi e quelle cene con gli ex-compagni di scuola, che a volte si decide di declinare l’invito, a volte poi si ripensa a tutto e chi poi accetta subito e volentieri; restano quelli ancora con l’amaro in bocca, di quello che era successo quando si stava tra i banchi di scuola, qualcuno preferirebbe non vedere taluno o talaltro perché durante quegli anni, beh, stava per i fatti suoi e preferiva stare così, poi, però la vita ti cambia e diventi diverso, magari importante ed hai la rivincita su quelli che ti trattavano male ed adesso stanno a guardare a come sei cambiato. Dai facci vedere come facevi quel verso!?! Cosa fai il timido?. Quando cercano di riportarti a come eri. Classico del cinema italiano, Compagni di Scuola (1988, regia di Carlo Verdone), film basato proprio su una rimpatriata di liceali, in una mezza età in cui si è oramai grandi e tutti possono giudicare gli altri, il loro percorso di vita, quanto hanno fatto di buono e quanto hanno fatto di sbagliato. C’è il secchione (Luigi Petrucci), la psicologa pronta ad ascoltare tutti con fare materno e compassionevole (Athina Cenci), poi c’è l’infantile cronico che prova a fare diversi mestieri (Ciardulli), c’è quello che è nel commercio romanesco e pragmatico (Angelo Bernabucci) e poi c’è chi svolge un ruolo di “docente” (Carlo Verdone). Ognuno di questi caratteri rappresentano il mondo moderno come poi si spiega e caratterizza ogni singolo personaggio, come A. Benvenuti che finge di essere un paraplegico sulla sedia a rotelle, e poi c’è anche il politico spietato che deve fare favori (Massimo Ghini). Film italiano incentrato proprio sul tema del cambiamento e su quelli che restano sempre uguali e come stanno nei tempi del liceo. Si inscena una improbabile interrogazione e si riproducono quelle mini-dinamiche di quando si stava in classe ad ascoltare la professoressa. Le cose che vengono riprodotte a distanza di tempo e si cerca anche di fare come era in quel periodo. Si ride, si scherza, poi c’è chi la prende male, tutto sembra essere come prima, all’inizio del film, poi lentamente le cose scivolano nella consuetudine e nell’essenza e tutto sembra essere esattamente come prima; il tema del ritrovarsi, oltre al tema eterno della memoria involontaria, dei conflitti irrisolti, porta al tema del cambiamento e di come vogliamo essere. Come vogliamo che gli altri ci considerino. L’adunata dei compagni di scuola come simbolo, come rappresentazione in micro delle speranza e dei sogni di liceali che nella notte prima degli esami (e adesso, dato il periodo siamo proprio in tema) al massimo speravano di azzeccare sul portale giusto, le tracce, per copiare e quella copia era proprio un esempio di come l’anima voglia talvolta imbrogliare il sistema e che poi, la maturità, sia una cosa puramente formale ed esteriore, e che sia soltanto carta scritta, poi, però le cose non cambiano. Mi è venuto in mente quel film, sia per il fatto che è un film eighties (anni ottanta), sia perché per lo stile verdoniano (finali amari ed interrogativi. Cfr. Acqua e sapone) e per tutti quelli che ne fanno parte è propriamente un classico che riporta un tema altrettanto classico del ritrovarsi. Ci si ritrova dopo tanto tempo, realismo post-liceale. Alcuni cambiano la voce, la tengono impostata come la posizione che si sono guadagnati, alcuni sfuggono al confronto, alcuni sono presi da un entusiasmo che è come la professione che svolgono, altri sono cambiati radicalmente, prima non studiavano o erano pigri, adesso sono grandi studiosi oppure stimati professionisti perché evidentemente in quell’ambiente (cfr. Soggetto e ambiente) non si sentivano a proprio agio e cambiando persone, cambia anche quello che sei. Si ritrovano anche i protagonisti del film Al lupo Al lupo (1992, regia di Carlo Verdone) ma lì è il tema figli-genitori, che si innesta su quello del ri-incontro alla ricerca di un padre scomparso e che non si fa trovare. Si tratta di una reunion intra nos. Il tema invece, del ritrovarsi dopo, tanto tempo, dopo che si è fatto il percorso di vita e si è realizzati nella vita, è in pratica la forma borghese (la “formazione” borghese) e poi più avanti, quanto questa formazione abbia formato gli individui che sono diventati professionisti. Sulla facoltà, che si è scelto. E se poi “a quale facoltà ti sei segnato” corrispondesse ad una reale facoltà di scelta. Cioè l’ambiente da notte prima degli esami e la matematica non sarà mai il mio mestiere e poi quel mestiere che magari ci sta proprio dentro la matematica. Quel salto di qualità inaspettato caratterizza l’individuo che si pone a contatto con il mondo esterno. La vita che è imprevedibile e che forma l’individuo magari diversamente da quando egli si aspettava. Per questo, nelle grandi adunate, c’è poi quanto la vita reale abbia contribuito a formare gli individui e come li abbia cambiati nella prospettiva di inserimento professionale o di adattamento alla vita. Si ritrovano vecchie relazioni nate tra i banchi di scuola. Il secchione che si fa sempre di tutto per evitare i suoi pipponi intellettualistici. Il secchione, poi, ha sempre gli occhiali a fondo di bottiglia. La psicologa, sempre pronta ad ascoltare. Il carattere-incompleto, che è Verdone. Ciardulli, chiassoso e cialtrone. Prova anche a fare successo nel mondo della musica. E’ poi si ritorna ragazzi ogni volta che ci si ri-aduna. Quelle professioni, che alcuni hanno scelto per elevarsi o per cambiare la propria posizione, talvolta non cambiano le essenze interne. Ecco perché talvolta si decide di declinare ed evitare queste adunate per riportare vecchi conflitti irrisolti. Magari cose vecchie che non si vuole più ricordare (cfr. articolo omonimo). Il film ha un finale amaro, tragico, decadente e discendente. Perché forse in quella villa fuori città, si cerca di cambiare posto, ma le persone in fondo non cambiano. Gli spazi corti tra i banchi e quelle cose che davano fastidio. Il baccano. Fare chiasso. I chiacchieroni che poi si prendono una cattiva condotta (quel 7 in condotta che poi sul lavoro diventa un’ammonizione, una multa o una sospensione. Servi e padroni) . Tutti quegli spazi corti che formano l’anima anche per i tempi a venire, non cambiano e restano quello che sono, l’inconscio riproduce esattamente quelle prepotenze o quei comportamenti lesivi e antipatici che animavano le dinamiche dell’anima liceale. Probabilmente si sceglie un luogo aperto anche per dare spazio all’inconscio e per fargli credere che le cose siano cambiate; liceo e poi la vita professionale. Studio e poi si accede al mondo reale, concreto. Cambiano gli atteggiamenti. Cambia il vestiario. Evito quelle persone che hanno sempre di me un giudizio sbagliato, invece io, nel tempo, sono cambiato e non sono più quello che ero. Devono metterselo bene in testa. Io mi sono realizzato. Per loro, magari, resti il solito pigrone dei banchi in fondo. C’è anche questo. Succede anche questo. Sono cose che possono accadere. Alcuni non sono cresciuti. Sono restati sempre come erano. Altri sono diventati belli e cordiali. I caratteri del mondo che si esprimono in un film classico che va bene anche a distanza di anni. Sono i compagni di scuola, presenti, passati e futuri. Vita reale.

Giovanni Sacchitelli

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