Torniamo italiani e alleggeriamo il  discorso. Ve lo ricordate quel film? Quel film del 1984 (regia Castellano-Pipolo), che parlava della caratteristica fuga dalla provincia alla città? Era una cosa fattuale del ragazzo della via Gluck. Dove, in quella via, c’era ancora l’essenza provinciale autentica e genuina dell’uomo. In una casa, fuori città, gente tranquilla che lavorava. E lo diceva, mentre piangeva. Anzi. Invidiava chi stava in campagna a piedi nudi a giocare nei prati, mentre là in centro io respiro il cemento. (A. Celentano, 1966). Lo smog e la grande città. Le persone urbane e i loro modi urbani. Paragonare la vita tranquilla in provincia al frastuono della città? Non proprio la stessa cosa. Il film, divertente, era il Il ragazzo di campagna. Il protagonista si chiamava Artemio (Renato Pozzetto), e andava via dalla provincia alla Città, Milano. Lasciava tutto, lasciava la madre, lasciava il suo tranquillo lavoro, il suo trattore, e tutto ciò che costituiva la sua vita. Voleva fare il salto di qualità. Nella sua mente la città era una serie di idee semplici come realizzazione e futuro. Lavoro e indipendenza. Sogni di gloria, coltivati senza: potrai lavarti in casa senza andare giù nel cortile.  La madre che gli preparava la zuppa o colazione ricchissima mattutina per affrontare il suo lavoro di contadino, scarpe grosse ma cervello fino. Accudire e prevedere la vita dei campi, mica cosa da tutti? Il protagonista era un allegro contadino. C’era anche una potenziale amante, la Maria Rosa (Sandra Ambrosini) qualcuna che poteva insomma soddisfare le sue ambizioni amorose. La snobba. Il giovane uomo in carriera vuole fama e denaro. Una donna bella a fianco. Non era molto bella, La Maria Rosa, aveva l’acne, poco curata, era insomma, contadina e pragmatica, ma poteva, in un certo qual modo, adattarsi a come era Lui. Lui, era come Lei, e quello si meritava. Inutile negare l’evidenza. Meschino negare le proprie origini e le proprie radici. Un grande classico del cinema italiano che fa riflettere su come spesso le aspettative (cfr. teoria della partenza), tradiscano poi la percezione reale, come le cose sono realmente e come possono presentarsi alla percezione fattuale. Di come un contadino poi si trovi del tutto inadeguato in una realtà diversa spazio-temporalmente dalla campagna in cui vive. A cominciare dal trattore che guida nel traffico milanese, cosa che in città non si può fare. Oppure quando si va nel famigerato locale, scena famosissima, del monolocale tutto pieghevole, con cibo in scatola e tac, tutte le azioni meccaniche e sequenziali e che poi portano ad una lavanda gastrica. Era un contadino che voleva vivere la grande città. Prova a fare il cittadino. Con un completo grigio. Ma poi, questa imitazione o riproduzione si rivela fallace, inadatta e finisce così per essere quello che lui non può essere. Nel ragazzo di campagna  Artemio, vive allegramente nel suo casolare. Ogni giorno va a lavoro. La madre (Clara Colosimo) poi gli taglia anche le unghie, che sono talmente lunghe, che è necessario fare questo in officina. Gag comica classica e grottesca. Gli intrecci e i luoghi della commedia all’italiana. Qualche volta il pranzo se lo mangiano gli insetti. E poi nella meraviglia dei contadini ci si siede seduti per guardare i treni che passano. La campagna e la città. La storia di quel film di commedia all’italiana, racconta un tema che confina con quello della concezione spaziale  e valoriale delle cose. Lo spazio in campagna e quello in città. Quindi l’urbanistica, e degli individui che in campagna sono immessi in una comunità (Bachtin, uomo agreste e spazio psichico privato),  e la concezione degli spazi tra un paese di campagna e quello invece, della grande metropoli. In campagna ci sono casolari e campi. Aria pura. Spazi aperti. Tutti conoscono tutti. La mente umana è progettata e si adatta a quel tipo di spazio concettuale e valoriale. In città, le cose sono tutte più in grande. Gli spazi sono più aperti. Le persone vanno tutte per i fatti loro. Ognuno pensa a se. E anche il vigile urbano che dirige il traffico parla la lingua del fischietto dirigenziale del traffico che dice cose che non si possono fare, quando ad esempio bisogna attraversare un incrocio e andare per un sottopassaggio. In città non c’è il piccolo passo tra un casolare e il campo così come la mente pensa che la realtà sia quel passaggio corto tra la casa, il sentiero e poi i campi. Ne consegue che quando è posta a spazi molto più aperti, la mente è si trova ad essere spaesata, perché lo spazio psichico adatto a contenere quei semplici oggetti. Quelle semplici rappresentazioni, poi, viene posta davanti a cose molto più grandi, a palazzi o a schemi molto più grandi dei consueti. Ma non è solo una questione di spazi, è anche questione di rapporti. I rapporti umani in città sono più periferici e molto superficiali. Ma è il sogno, di andare dalla campagna alla città, che muove la mente del giovane Artemio, a prendere la sua valigia e andare verso l’ignoto; si prende tutti i soldi che ha e va verso la nuova meta del suo desiderio. Prova ad adattarsi a quella nuova vita. Spende tutti i soldi in abitudini da diario di un parvenu. Pensa che stare in città, pensa che stare in quel luogo mitico e nuovissimo, sia presentarsi sempre elegante, per questo provvede subito ad acquistare un costosissimo vestito. Pensa che stare in città sia sempre vivere in un sogno ad occhi aperti, i grandi negozi, la metropolitana, il traffico, i rumori della vita che lì in campagna sono assolutamente inconcepibili. Tutto è nuovo ed inconsueto. Ed è proprio questo desiderio di novità e di città che spinge il contadino a voler cambiare vita. A voler mettersi alle spalle tutto il mondo provinciale. Per questo motivo, sogna il cambiamento totale. Il self made, l’uomo che si fa da solo. In città, prova anche a comprendere le relazioni amorose. Si innamora di una ragazza giovane, cittadina, aitante, in carriera. Angela (Donna Osterbuhr). La classica donna in carriera in tailleur. Prova a corteggiarla. Ma quella donna non è come pensa. Sono amori diversi. Amori distanti. Amori della città. Vorrebbe dichiararsi ma Lei appare sempre distante. Lui, vorrebbe fare sempre quello che Lui non è, per questo cerca di adattarsi a quel nuovo mondo cittadino. Cerca di imitarne subito e senza esperienza le abitudini. Quelle persone devono essere un punto di arrivo. Lui, vuole essere assolutamente come, Loro, non c’è alternativa. Vuole rifarsi e darsi una nuova identità. Ma, come si dice, chi nasce quadrato non può diventare tondo. Un po’ alla volta si accorge di quanto la città sia estremamente diversa dal posto in cui vive, molto più grande, molte più persone, mentalità molto più aperta, persone molto più astute e monadiche. Mentre in campagna, ci si conosceva tutti, pochi passi dal trattore e poi dai campi. E’ un desiderio tipico dell’essere umano quello di voler conoscere, di porsi degli ideali che possono guidare l’azione e la scoperta; e il divario tra campagna e città, è così grande, che un giovane uomo di lavoro nei campi, vuole cambiare, vuole deridere i suoi amici che non sanno oltre quelle piccole vie e quelle ripetitive e cieche abitudini. Il carattere poi, il personaggio principale, bene si adatta a quel tipo di interpretazione. Ingenuo e dal cuore semplice. Come le persone buone non abituate al consorzio della vita in città, agli spintoni in metropolitana o agli sguardi distanti di chi ti passa accanto. Quante persone. Quanta gente. In campagna c’erano poche persone. Lì invece, quante opportunità, quante novità. Ma per essere cittadini bisogna essere nati in Città. Ci sono tante cose che attirano l’occhio, ma le insegne luminose attirano gli allocchi. Un tema frequente, quello della partenza, ma tra due realtà completamente opposte, la campagna e la città. Speranze e aspettative. Azioni grottesche. Personaggi e azioni inadatte a quella realtà. Nostalgia di casa c’è, ma al telefono la madre lo accusa di aver speso inutilmente i soldi ed adesso sono responsabilità sue. Decide così di tornare all’ovile. E torna in campagna e poi, decide di prendere in sposa la Maria Rosa, che è diventata bella, ed è sincera e spontanea, non come Angela, che sembra essere sempre lì per fuggire rincorrendo i suoi impegni, come quelle persone che abitano quei posti nella natura. Semplici e gioiose.

Giovanni Sacchitelli

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