Senza la musica la vita sarebbe un errore aveva detto Nietzsche. Con il termine musica, diceva il mio prof di Filosofia, “lui intendeva Wagner, Bizet! mica le cose che danno i radio!!!. Ma le cose non sono mica cosi nette. Pop-sofia. Pop ricerca. Critica musicale. Già condotta in precedenti articoli, per la musica italiana ricordo la mia analisi in La voce del padrone, frutto di un resoconto in varie parole della mia passione per Franco Battiato. La new wave per eccellenza. Ciao Franco, mi sono accorto di non averti salutato abbastanza. E’ andato via ciò che era poco italiano, sperimentale, di denuncia. Oggi invece, per la musica di Patty Pravo. La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me, così diceva Patty Pravo, in quella canzone del 1997 (album: Bye Bye Patty) con il testo di G. Curreri, un testo di caratura italiana, per un altro paroliere importante nella storia della musica italiana. Portami al mare, fammi sognare e dimmi che non vuoi …. Parola tabù. La paura del Flaubert. La fine definitiva. L’ultima parola meglio splittarla  ed evitare ulteriori precisazioni, apparirebbe troppo cupa e definitiva; per chi ama la musica italiana che in sé, di Gente come noi, che sogna ancora e crede ancora nell’amore sentimentale, ha qualcosa anche di contenutistico e testuale che è consegnata alla mano di saggi parolieri che carpiscono perfettamente quando e cosa dire, quando e con quali termini. Dimmi, sono solo guai per te. Qualcosa da bere. Bevi qualcosa? E poi ancora cosa volevi? La rima cantata da una voce veneziana al giusto timbro tra preghiera e consiglio; il nome della canzone è E dimmi che non vuoi morire. Il testo a cura di uno dei leader degli Stadio. Gruppo pop-rock, italiano e per una semantica della poesia pop, che a tutti piaceva negli anni ottanta e a tutti ancora adesso piace. Almeno agli intenditori. Cosa è quella canzone. La canzone di un autrice che mi ricorda un incontro. Un’ambientazione come nel mare di inverno, un ombrellone che rimane aperto, e poi uno strano concerto. Per un mare amaro in un’estate strana. Pomeriggio Strano, diceva Enrico Ruggeri, in quella ballata synth pop del 1983 che si chiama Polvere. Quella canzone, cantata da Patty Pravo, è una canzone di un legame che non può finire. Di una storia che c’è, e che continua ad esserci, anche quando tutto è finito. In un mare di inverno che può essere anche di estate. In bilico tra santi e falsi dei. Sorretto, da una sensata, voglia di equilibrio che si vuol trovare. E la si trova in una hai un donna che se non ci sei, come fa a resistere senza te. Piangi insieme a me, dimmi cosa cerchi. Seguendo ancora la linea testuale della canzone. E’ una canzone del rammentare, del ricordare, di portare ancora fuoco ad un braciere che è spento, ma che sta in piedi sull’orlo del fallimento e di una crisi sentimentale soltanto perché c’è una donna che pensa: la vita mi ha deluso più di te. E nonostante questa delusione, e i tanti amanti che ancora le stanno intorno, “…guarda sono qui per me, non ti ricordi, eri come loro te..” come una Penelope alla ricerca di attenzioni, l’amore e l’attrazione per chi va lì nel fallimento e nella briglia soffocante dei pensieri e delle cose amare, nonostante tutto questo, ancora l’amore resta, resta sempre, come un fuoco eterno. Quando vuoi quello che non sei te, ricordati di me, forse  non mi credi. E lei, l’unica rimasta, che ancora, in un’estate amara e con un sole tiepido come le cose della vita che non cambiano, resta ancora, resta con me. Patty pravo, ha cantato anche in altre occasioni, l’amore come salvezza e come cura. Come te non c’è nessuno, diceva qualcuno. E anche in quei pomeriggi tristi e nella vita di solitudine resta ancora qualcosa che si chiama rammarico, nostalgia, senso e voglia di combattere il male di vivere. Ragazzo triste io sono uguale a te  (Patty pravo, album omonimo, 1970). Ragazzo triste, siamo in riviera, la sabbia è umida. Non so cosa fare. Nessuno può star solo, nessuno deve stare solo quando si è giovani così. Quando la musica ti entra nel sangue. E quelle scene di malinconia, sono così frequenti quando l’anima si affaccia al mondo e vede soltanto ostilità, perché non sanno come sei. La storia, in una canzone, di una ragazza triste, che vede qualcuno come Lei. Altrettanto timido e solo. E negli occhi suoi vedeva tanta tristezza (Rita Pavone, 1963). Musica e nuvole. Talvolta le persone sole appaiono come un lume che sta acceso in un buio ad occhi aperti. Come se l’anima dei comuni fosse scissa in due parti, una che così fan tutti e l’altra che si tiene nascosta. E quel senso di cosa nascosta ci sono alcuni che non sanno celare. Quelli sono gli spontanei. Quelli sono i soli. Quelli sono che non si vergognano ad apparire come sono in quel momento. E i loro occhi sono una musica dell’anima leggera che si dà al senso interno, chiara ed alta voce. Nessun nascondimento. E negli occhi tristi sta l’infelicità e la melanconia. Patty pravo la cantava in quella canzone. Da jukebox. Quella canzone del 1997 è una descrizione di un attimo. Di un incontro. Di due persone che in realtà non possono stare insieme, ma comunque, si fanno compagnia, sempre e per sempre. Perché non può essere altrimenti. In un tempo piccolo. Quando vuoi quello che non sei tu. Quando vuoi qualcosa che va oltre la tua essenza più intima, ti perdi. Non sei più tu. Allora torna  a te stesso. Siamo due anime disgraziate. Entrambi, alla vita, diciamo un No. Un no convinto. Perché gli occhi non sanno fingere. Fai finta che solo per noi due passerà il tempo ma non passerà questa lunga storia d’amore diceva il poeta ligure, Paoli. Storie d’estate. Storie di malinconia.

Giovanni Sacchitelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*