Esercizio di stile e racconto emozionale. Per fortuna che ci sono le emozioni che ci rendono umani. Sicuramente più umani degli errori voluti di alcuni giornalisti di bassa lega che inventano errori di audio durante il servizio sul Pride oppure che dicono che Il concerto di … è più importante del Pride. Occhi puntati sul Concerto di … (evito il nome, trattasi di una star del rock rinomata e conosciuta in Italia) che più importante del Pride. Ecco, questa è quella che alcuni filosofi avrebbero definito tolleranza repressiva. Concedere si, ma poi al contempo negare e nascondere. Chi discrimina, in maniera evidente o sottesa. Oltre ad essere altamente deprecabile e boicottabile, e anche molto, estremamente inattuale e arretrato. Il 5g o la fibra ottica non rendono più veloci pensieri o parole che sono ancora ferme all’età della pietra. Torniamo alla cose belle. Parliamo di musica italiana. Io che amo solo te diceva Sergio Endrigo (1962), autore ligure, e lo diceva per un discorso finale, di commiato e di ricerca di una essenza finale delle cose che potesse in un certo senso giustificare gli errori passati ed il tempo passato a fare e e stare con persone che erano soltanto un errore, tempo perso, cose sbagliate. Ferite profonde o male necessario? Canzone dal titolo semplice ed evocativo. Una dichiarazione sentimentale concisa e netta. A me piaci solo tu e non mi perderò per le strade del mondo  (“..c’è gente che ha avuto mille cose, tutto il bene o il male del mondo […] c’è gente che ama mille cose..” sintomo testuale e semantica del bene ricercato in cose toccabili con mano, ma la vera felicità non si tocca, si vive e si percepisce) alla ricerca di altri amori o di altre cose. Io ho avuto solo te e tu sei il mio orgoglio. Non ti lascerò per cercare nuove illusioni. Non c’è altro più da ricercare. Tu sei la mia ricerca finale, il mio punto di approdo. Quella canzone, album omonimo, del 1962, ha un titolo semplice, ma al contempo universale, come i titoli delle canzoni inglesi. Scuola genovese. Sergio Endrigo come Tenco, Paoli o De André. Pur tuttavia una versione pop e più popolare di quel senso della vita così malinconico che abita le vesti di quei cantastorie a ridosso di quel mare scuro, che si muove anche di notte, non sta fermo mai (Genova Per Noi, Bruno Lauzi, 1975). Da considerare come una litania di una vita mal spesa, citando le parole tristi di Una giornata uggiosa (Battisti, album omonimo, 1980), che alla fine di essa fa autocoscienza che ogni strada mi conduceva da Te, e che ogni cosa che ho fatto, in fondo, era per raggiungere te. Il rapporto, ipotetico metafisico, tra un Padre e una Figlia. Meglio le femmine che i maschi. Un padre che decide, ad un certo punto della sua vita, di fermarsi (“…io mi fermerò..”. Affermazione estrema ed etica. Io davanti al flusso di umanità mi fermo e butto l’ancora nel mare di emozioni dei tuoi occhi. Ero morto ed adesso sono vivo.), e di vagliare il da farsi. Cosa ancora da fare? Ha senso questo continuo andirivieni di azioni e di intenzioni? Dove mi sta portando la mia vita? Cosa ho sbagliato? Gli interrogativi di un genitore a ridosso del suo tramonto. Ma potrebbe scegliere. O la borsa o  la vita. O lasciarsi andare ancora alle cose umane oppure ritornare su i suoi passi, e decidere di cambiare le sorti delle cose. Fare qualcosa che possa fare bene a qualchedun altro. A una donna, ad una piccola donna. E nei suoi occhi, vedere quanto aveva cercato inutilmente, magari nella fama  o nel riconoscimento, di un cuore che si è deciso di donarlo agli occhi degli altri, ma, il vero destinatario di quella missiva immaginaria non era il giudizio di un tutti, ma era un cuore di donna, di piccola donna, nel fiore dei suoi anni, quando gli anni vanno direzionati con una saggezza precedente di chi li ha già vissuto e di chi anche io sono stato giovane e so come ci si sente, e nei suoi occhi ritrovare l’orgoglio perduto. Ritornando al titolo, io che amo solo te, si arriva a questo punto, di decisione finale quando si capisce anche che non andrò alla ricerca di nuove avventure. No, questa volta no, le donne mature non mi danno quello che posso vedere nei tuoi occhi. E’ giunto il momento di essere sinceri con se stessi. Questa volta davvero. Io che amo solo te. Io ti regalerò oppure io ti donerò (cfr. Etica del dono), quello che resta della mia gioventù. Ti parlerò di cosa mi piaceva fare da giovane, quali dischi ascoltavo, quali erano le cose che mi piacevano. Ti insegnerò e ti dirò tante cose. Io e te. In una vita futura piena di sorrisi e di emozioni. Ti proteggerò dagli inganni del tuo tempo. Perché, ho capito, che amo solo te. E l’amore vero, quello dei sentimenti e degli occhi, io lo vedo soltanto in Te. Mi piace vedere a quella canzone, come si vede ad una poesia finale, di dichiarazione universale e onnicomprensiva. Mi sono accorto in tutto questo tempo che ho dedicato le mie intenzioni più pure a persone sbagliate. A cose sbagliate. Non può essere così. Devo ricredermi. Devo ritrovare il tempo perduto. Quando magari, non ti consideravo, oppure non ti ritenevo così importante. Ti regalerò quello che resta della mia gioventù. Indosserò i blue jeans, per andare a ridere e scherzare vicino al lago. Faremo il confronto tra i suonatori del passato e le cose del presente. Riderai del mio essere all’antica.  Parlerò della musica che mi stonava le orecchie. Dei miei vagabondaggi, delle mie vittorie e dei miei fallimenti.  Delle mie ricerche. Di ciò che cercavo in cose vane e inespressive. Perché tu, che sei il te della canzone, tu sei parte della mia anima e anzi, tu ed io siamo la stessa cosa. Padri e figli. Un padre ed una figlia prediletta. Al termine dei miei anni, mi accorgo che tu eri quello che volevo. Che le altre donne non possono darmi e che invece tu piccola donna puoi darmi, anche senza parole. Tutta una vita passata in cose vane. Gente che vuole sempre di più e non si accontenta. Io che ho avuto solo te. Gente che ha avuto tutto l’oro del mondo. Io, quell’oro, non lo avuto e se anche lo avessi in tasca, non mi sentirei ricco se non guardando negli occhi quanto di bello c’è al mondo. Ci sono persone che mi hanno ferito, persone che mi hanno fatto del male. E in tutti quei brutti trascorsi, io ti escludevo, pensavo che non potevi capire. Troppo giovane. Troppo leggera. Ma, invece, era proprio in quei giorni che io avevo ancora bisogno di te. In quei giorni, ancora necessitavo di stare vicino a te. Eri tu la luce che cercavo per illuminare le tenebre del mio quotidiano vivere. E alla fine di tutto. Alla fine tu, finalmente tu, come diceva quella canzone di Gino Paoli.

Giovanni Sacchitelli

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