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Nell’articolo L’immeritocrazia in Italia, di denuncia e direi di sinistra, avevo parlato del meccanismo tipicamente italiano dell’azione commisurata al merito, ovvero dello schema causa ed effetto tra una prestazione, che poteva essere l’invio di un curriculum vitae o un colloquio o un concorso o una qualunque prova per selezione che sia per titoli o per esami, e poi il risultato finale, in cui non sempre c’è questa relazione biunivoca tra agire, tra ciò che si è fatto e ciò che alla fine si diventa o si guadagna (guadagno non economico, ma simbolico. Guadagnare una posizione lavorativa, guadagnare un certo rispetto o rilevanza sociale – aziendale). Vorrei oggi, undici Giugno duemilaventidue, creare per voi un altro piccolo pezzo letterario in cui si descrive cosa sia de facto un’azione immeritocratica e di come sia essa poi legata alle dinamiche baronali (spostamento delle dinamiche di cui in Darsi del Lei all’ambiente universitario e accademico. I cosiddetti professoroni che ti “mettono il bastone tra le ruote”) oppure ad altri atteggiamenti non proprio diretti e trasparenti e dove valgono altre competenze che non sono quelle hard and soft ma sono quelle del servilismo, ingraziarsi, fare il volto simpatico a tizio per il determinato obiettivo. Essere meritocratici avviene anche e soprattutto quando di mezzo ci sono gli artisti ed il loro operato, quello che loro hanno composto, le loro creazioni poetiche o musicali; lì il campo del plagio e del fare propri i meriti altrui è altamente probabile ed avviene spesso, troppo spesso. Facciamo finta che il bravo Enzo Contini, ragazzo di 19 anni, che vive a Monza, scriva tanto, scriva poesie, e poi queste vengano musicate con un arrangiamento a cura di lui stesso, che è pianista e anche chitarrista; compone melodie al piano e poi, quando è fuori di casa, magari con i suoi amici, con la chitarra strimpella e canta le sue poesiole e canzoni agli amici. Il suo sogno è diventare un musicman. Per essere quello che vuole diventare deve spostarsi, andare fuori, magari a Milano, che è la patria per eccellenza dello scouting di talenti e lì poi mostrare le sue poesie, autografe, ad una casa discografica. La casa discografica facciamo finta si chiami Talenti D’Agosto, agenzia consigliagli da un “amico” che da tempo lo segue e in realtà non vorrebbe faccia strada, così gli consiglia con volto e parole rassicuranti questa casa discografica specializzata nella produzione e nella edizione di dischi per l’estate all’Idroscalo. Parte tranquillo con il treno. Nello zaino sogni e speranze. Fa caldo, porta la sua chitarra nella tasca portatile. La porta in spalla. E’ un vero musicista cantore. Ed in ogni momento è pronto per dare emozioni a chi lo vuole sentire. A chi crede, come lui, giovane artista in erba, al potere salvifico e quello che la musica può fare. Nello zaino le poesie e le liriche messe in bella copia. Le bozze scarabocchiate lasciate a casa. Il quaderno ha una copertina lucida come i sogni che si vogliono raggiungere, in tutto e per tutto. Nessuna via di mezzo. O la fama o la fame. Nel treno immagina di dare risposte a quel vento che qualcuno trovò ma non erano le risposte giuste al blowing in the wind, erano sbagliati i dilemmi e i quesiti. Si crede importante. Vuole superare i classici. Ha tanto da dare e ha un’aria di sfida per il mondo a venire. Pensa che la musica passata sia importante ma scuote il capo quando sente dire che certe cose sono sacre e non possono essere violate o migliorate. Nei suoi occhi soltanto sogno e la sua mente di artista eterea si affaccia a quella giovinezza che è pronta ad accoglierlo sulle ali di un entusiasmo giovane, vivo, forte, che soltanto a quell’età si ha. Enzo, vuole essere famoso. Ci crede. Mette in bella copia le sue poesiole. In un quaderno verde come la speranza di fare qualcosa di bello nella vita e magari anche, di essere felici. Abbinamento raro. Ma possibile. E la possibilità, i sogni, sono propri soltanto di quella età e non dopo. Quando il cuore si indurisce e del sogno restano soltanto le punte economiche e dei soldi. Enzo vuole diventare un artista, pensa di meritarlo. Le sue poesie sono davvero originali. Antiche. Attuali. Verbo desueto, immagini ed emozioni astratte, metafisiche e anche per il futuro. Nei suoi anni di giovinezza ha scritto quelle parole perché nel mondo che lo circondava vedeva solo vacuità, menzogna, banalità, cattiveria. Pensava, mentre era sdraiato con il pennello dell’ispirazione in mano, a quello che potevano essere le persone quando leggevano quelle parole. Dipingeva l’anima. E l’anima durante la giovinezza c’è. Si può esprimere. Perché è naturale e spontanea. Le regole non arginano la potenza del cuore. Vivo e giovane. Enzo Contini a Monza non ha molti amici, spesso da solo al pianoforte intere giornate, quelle note le deve sentire dentro, non vuole nessuno vicino, vuole che quei fa diesis o quei mi bemolle siano non solo lo schema di uno spartito, ma siano anche delle emozioni che insieme formino una vita nuova, emozioni profonde, andare oltre le apparenze. E mentre suona, mentre cerca come Flaubert la parola chiave, ci sta tante ore, ed è serio. Ci crede. Vuole davvero che le parole siano aria per i polmoni. Enzo vuole suonare e scrivere poesie. Una poesia e la musica. Un musicante fine e delicato. Per questo i suoi unici amici fidati sono il pianoforte o le corde di una chitarra. Una chitarra leggera e semplice come sono le ambizioni di chi è bravo davvero e non pecca di superbia. Gli amici spesso non gli parlano. Le donne lo isolano. Pensano che l’amore che canti sia un amore inferiore, infantile, inutile. Ma in quella chitarra sogni e e parole d’autore. D’autore grande. Di grande autore. Quelle musiche le fa per dire a tutti quanto la vita possa essere bella se scopriamo i tasti delle emozioni più autentiche. Enzo, insomma, merita il successo. Lui pensa di meritarlo. Non perché sia pieno di sé, ma perché, come tutti i grandi artisti, ha le antennine per intuire il proprio originale contenuto e lo sa, di essere bravo. Ma come in ogni storia c’è sempre l’antagonista. Il perfido Ponzoni, Alessio Ponzoni. Un suo amico. Compagno di banco a pochi metri da lui, al Liceo. All’apparenza sembra così accomodante, il Ponzoni, quando porta la chitarra in giardino, lui lo ascolta e con fare convenevole gli dice anche guarda lì che bravo il Contini, da Oscar!! Prende abilmente il suo quaderno di poesie, lo scruta, ci guarda dentro, fa complimenti di facciata sa che il Contini è più bravo di lui che a malapena sa suonare il campanello della sua casa. Allora per distoglierlo dai suoi propositi gli consiglia una casa discografica scalcinata, che prende talenti a poco prezzo, ma il poco prezzo dell’edizione del disco per l’estate all’Idroscalo, beh, non vale la candela. Il gioco non vale la candela. La casa discografica accoglie il Contini nel suo ufficio con il direttore dei talenti. Il talent scout. Codesto individuo ha l’aria di saperla lunga. Mostra fotografie venute male di Lui con grandi artisti. Ma i grandi artisti hanno più la parvenza di annoiarsi in quelle foto che il vero piacere di stare a fianco di un vero talent scout. Le belle parole del poeta musicante Contini vengono messe nelle mani sbagliate. Il Ponzoni ha colpito nel segno. Le emozioni e le note auliche del cuore del Contini vengono spifferate da una casa discografica di bassissima lega. Il disco viene mandato dalla balera che sta proprio di lì a poco. Gli anziani hanno un animo diviso. Non sanno se esclamare che bello! oppure dire ma chi è sto qui?. Quando qualcosa di elevato viene posto a chi non lo può comprendere. Le emozioni sono talmente forti che l’essere umano non è quasi in grado di riconoscere una cosa molto bella, tanto è abituata alla feccia, ne viene fuori un atteggiamento sarcastico in cui si decide di non credere alle proprie orecchie e ritirarsi in un diniego evidente e palese, quanto la faccia del povero Enzo, che vede i suoi pomeriggi duri passati al piano o alla scrivania con una biro e tante cose da dire, finire nelle mani e di proprietà di una Casa Discografica che non sarà in grado di rendergli il successo che merita. Enzo è vittima di quello che si chiama immeritocrazia. Quello che c’è stato di mezzo non è l’azione del merito ma l’antipatia che egli provoca nell’antagonista Ponzoni che ha fatto di tutto perché lui andasse fuori strada. Enzo ha l’unica colpa di essere una persona educata e perbene che rispetta le regole e per questo, rispettando anche il valore dell’amicizia e delle conoscenze nei percorsi di vita e di consiglio, è stato punito. E’ ingenuo. Pensa davvero che intorno a lui ci siano persone che gli vogliono bene e sperano nella sua felicità. Il Ponzoni all’apparenza era simpatico e credeva in lui. Le persone trasparenti ed oneste, credono in ciò che vedono, e così si aspettano facciano anche gli altri. Ma sono proiezioni. Proiezioni di una mente pura ed idealistica. Ci sono altri fattori. Fattori psicologistici. Fattori di simpatia. Fattori irrazionali. Enzo crede ancora nello schema esatto dell’azione e del relativo merito. Ma non è così. Scriveva nelle sue poesie di un mondo diverso, autentico, di sentimenti puri, di amicizia tra pari, di verità. La verità delle sue poesie messe in bella copia per l’occasione. Aspettandosi che il buon intervistatore della casa discografica Talenti D’Agosto, fosse una persona colta, che conoscesse la musica passata, la storia delle espressioni poetiche passate, vedeva in lui qualcuno in cui proiettare le sue aspettative. Ma niente. C’è stato un fraintendimento. Una casa discografica diversa, magari più nota, avrebbe avuto in lui un effetto diverso. Sarebbe diventato, forse, famoso. Il Ponzoni è felice. E’ riuscito a distogliere il buon Contini dai suoi propositi. Enzo è demoralizzato. E’ vittima di un’azione immeritocratica e codarda. Fingersi amici per distogliere. Fingersi amici per deviare. Così è stato fatto con Enzo, che pensava di sfondare nel campo della musica d’autore, invece è affondato nel mare del rimorso e dell’amarezza più nera. Il golpe del Ponzoni gli ha fatto male nell’animo. Non sa cosa fare. Non gli resta che piangere. Mentre il Ponzoni, astuto, è riuscito nelle sue intenzioni. Le poesie del Contini messe in una balera con anziani e persone che per tutta l’estate ascolteranno liriche inadeguate e non proporzionate al pathos e alla situazione. Parole forti e decise sull’amicizia e sull’amore, con voce straziante e struggente, in un luogo volgare e prosaico. E’ finita. E questo può accadere spesso, attenzione. Accade in Italia. Dove non c’è raziocinio. Dove non c’è purezza di intenzioni. Dove ci sono i muri valicabili soltanto con il consenso dei forti e di quelli che decidono loro chi deve superare il concorso. Ma ci sono anche i regolari. Quelli che sono per azione e conseguenza. Perché così è la logica. Così è la ragione. Così è la verità.

Giovanni Sacchitelli

 

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