Che cosa è questo lavoro,  il lavoro per il quale le persone gridano allo sfruttatore il giorno del Primo Maggio, il lavoro per il quale si ottiene e si cerca la dignità, il lavoro che i bambini sognano da piccoli, se l’astronauta oppure il pilota d’aerei; la vita non è sempre rose e fiori, attira il modellino di un aereo, nei film gli attori sono sempre entusiasti di svolgere il loro ruolo, ma la vita non è un film. Cosa sono i termini come alienazione, termine già specificato ed utilizzato in passato cosa sono i giorni di chi decide di consegnare la propria esistenza a questo fare, a questo agire, a questo dover essere. Vorrei, come ho fatto in precedenti articoli, che si riflettesse su questo termine indicando cosa esso poi possa diventare di fatto attraverso una definizione ostensiva e dimostrativa di cosa sia davvero nei particolari un fatto alienante, una cosa alienante e come Marx in fondo avesse ragione quando diceva che in fondo lavorare stanca e rende le persone diverse da sé; perché lo scrittore contemporaneo e il ruolo che svolge, parla anche di queste cose e di cose sociologicamente rilevanti al fine di evidenziare fatti universali che tutti in fondo pensano ma che nessuno poi ha il coraggio di dire nei dettagli. Non è  un giudizio. Non è una cosa che va contro. Non è una considerazione arrogante e presuntuosa, è una descrizione di uno stato di cose, che si voglia o no, determinate cose alterano la psiche e la fanno diversa da come è naturalmente. Inventiamo per l’occasione un altro pezzo letterario. Per oggi Domenica dodici Giugno duemilaventidue e che essendo il giorno di riposo sia di auspicio per la sociologia dei giorni a venire. Penso che la normalità sia volersi bene. Penso che la normalità sia volere il bene della propria psiche e del proprio corpo. Desiderare e sognare come spesso accade, una vita futura è cosa pensabile e futuribile ma spesso questo desiderio raggiunge il paradosso. E i fatti concreti e reali tradiscono le aspettative di felicità, sin da piccoli che tutti sperano. Alfredo Pacini vive a Treviso, ha 19 anni e vive quasi in periferia. Va a scuola e vorrebbe diventare un perito tecnico, stare tra gli arnesi, vivere di comune accordo con orologi e segna tempo, livellatori, macchine che parlano come umani. E’ giovane e sta spesso in casa, vorrebbe averne una tutta per sé, in futuro, sogna per sé e per la propria futura moglie o la propria allegra e spensierata prole, una vita felice. Felicità. Ma cosa è per lui questa felicità? La felicità è un’idea di felicità. E’ un concetto. Casa in comune. Figli, magari più maschi e meno femmine, non si sa mai poi per  la trasmissione dei beni, una moglie felice e accogliente. Sta per finire le scuole e il suo sogno lavorativo sta per essere raggiunto, mancherebbe poco all’ingresso in società. Ma poi questa società cos’è? Sono quelli che come lui hanno un impiego, che sognano un impiego, che sono convinti, di una convinzione ferma come le lettere di un timbro postale, che la vita sia una serie di cose messe in fila e che la felicità sia un’aspettativa di vita, che sia normale avere quei desideri che anzi, sia necessario avere quei desideri. Così è fatta la mente umana. Così sono fatte le parti dell’anima del senso e del buon senso comune. Allora facciamo uso delle categorie sopra elencate per spiegare cosa sia il concetto di lavoro come sistemazione e poi spieghiamo nei fatti con alcune ardite e dettagliate descrizioni letterarie che cercherò di fare quanto più realistiche possibile per spiegare da sottile psicologo come fu definito Stendhal, cosa poi avviene progressivamente e nel tempo alla mente del caro Alfredo. Alfredo è ancora un ragazzo, ha 19 anni, tutta la vita davanti, come tutti vuole che la sua vita sia una somma precisa di cose messe una accanto all’altra. Immagina il lavoro come qualcosa di emozionante in una grande fabbrica, magari con vetrate trasparenti che danno su una grande rotonda e tante macchine nuove di zecca che ci girano intorno. Questo è quello che si immagina sia un’azienda o una fabbrica. Nei libri di scuola e nell’antologia legge di storie di successo, di tecnici che stanno vicino ad enormi macchinari e fanno tante cose bellissime, emozionanti, stanno sempre con una divisa blu ed un cappello rosso, una scritta sopra la giacca che sta ad indicare un nome ed un cognome, perché in azienda, si ha un nome ed un cognome, si viene considerati, insomma si è importanti. E poi legge negli altri paragrafi di come si fa successo e di come le aziende più importanti premino i loro lavoratori. Le ore commisurate al prezzo. Niente di superfluo. Tutti fanno quello che devono fare e nessuno viene penalizzato. E poi i bonus aziendali e tanto altro. Sui libri di scuola Alfredo prevede il suo futuro. Si vede già in giacca e cravatta che dopo anni di sacrificio diviene capo settore e poi la sua moglie con gli occhi azzurri, bionda e figli belli e intelligenti, la macchina poi sotto la fabbrica che luccica e che è tutta bordeaux; la madre e il padre poi incoraggiano il figlio a quella vita felice, che si aspetta che si è sognato, che si è desiderato sin da piccoli. Cosa vuoi essere da grande? E lui, felice e con tanti soldi! Finita la scuola, a Treviso, il buon Alfredo Pacini, trova lavoro in una fabbrica proprio vicino casa sua. Ci va in bicicletta. I primi giorni sono dedicati all’illustrazione dei materiali e della componentistica, si tratta ancora di entusiasmo e di emozioni, tutto come nel libro di tecnica, ma poi dal quarto giorno inizia il lavoro. Ancora con il sorriso attaccato ai denti Alfredo inizia il suo turno, ci sta dal mattino presto fino a metà giornata. Il primo giorno si occupa di resettare e ripristinare macchinari andati in panne. Tutto facile. Ancora la felicità è possibile. Si va di entusiasmo e di roba liscia come l’olio. Subentrano poi i giorni successivi. Dal suo capo-settore Alfredo viene impiegato per aggiustare per tre ore consecutive gli stessi macchinari, sono tutti uguali, grigi e rettangolari, su di un tavolo lungo e di colore grigio perla; quella emozione primaria si trasforma in un atto ripetitivo che canalizza l’emozione principale e l’entusiasmo di sistemare circuiti in un macchinario elettronico in una cosa che è uguale per un tempo definito e per tante cose tutte uguali. Dopo il primo macchinario, Alfredo, va sul secondo, poi sul terzo, poi sul quarto, e ancora per tre ore. Che noia! pensa tra sé. Il suo sorriso iniziale si trasforma poi, in un muso lineare come un sorriso cucito tra due labbra di disappunto e di nevrosi malcelata. Le altre ore successive si occupa di compiti diversi ed evasivi. Per i cinque giorni successivi e per tutti gli anni successivi Alfredo farà sempre la stessa cosa. Quei macchinari elettronici saranno il suo futuro e la sua vita. E’ capitato così. Ma la vita non è tutta al lavoro! C’è ancora la possibilità di essere felici, attenzione, mica scemi. La vita sarà in quiz, ma quelle domande, uno, se si prepara, le può indovinare. Al lavoro Alfredo è sempre più svogliato, va al lavoro con la barba incolta, parla poco, e di notte sogna pecore elettriche. Le persone intorno a lui sembrano tanti piccoli tester e circuiti da aggiustare. Qualche passante lo confonde per un quadro elettrico e prova anche a resettarlo, ma poi il passante lo sveglia e lui resta attonito, non reagisce. Ma quello che stava sul libro di tecnica? Eh si. Ma non è proprio così quel lavoro. E’ un perito infelice. Un perito anche de-perito. Mangia poco. Durante la sua pausa pranzo non pensa altro a come trovare la voglia di riempire le lunghe ore sempre con quella triade di macchinari davanti ai suoi occhi. Sembrano tante statue. Stanno lì. Non potrebbero aggiustarsi da sole? Per la miseria, verrebbe da dire! La felicità durò 4 giorni, e poi sempre un umore impassibile, continuativo, regolare, come quella ragione che si usa al lavoro dove il cuore non c’è e soltanto un cervello che segue il passo del dovere e le altre parti dell’anima restano a bocca asciutta, in un deserto arido. Alfredo, nelle sue ore libere, trova anche il tempo di cercarsi l’amore. Lo trova. Non è con gli occhi azzurri e non è bionda. Diventa una compagna di vita in quel susseguirsi di giorni tutti uguali. La sposa perché non c’è alternativa. Nelle ore libere deve poi gestire le pratiche di prestiti e di altre cose che serviranno per sostenere quell’assurdo vivere. Una donna che gli fa compagnia, non parlano molto, si cibano, poi dormono. Così ogni giorno. E in quell’andirivieni di giornate e di giorni che passano sempre uguali, inalterabili, ci sono anche i figli, spuntano all’improvviso di sera tra i rami di una familiarità astratta e vuota, una vacuità che quando si sta a tavola si palesa quasi nell’incomprensione di aver messo insieme una vita tanto assurda. Alfredo, che voleva essere felice, si chiede perché di tutto quello. Alfredo è alienato. Fatto diverso da sé. Le emozioni represse e canalizzate in un’attività senza fantasia, ripetitiva e per anni, lo trasformano progressivamente in una persona che beckettianamente si trascina senza comprendere il perché del suo dovere. Sono i giorni di Alfredo. I giorni della sua infelicità. Da bambino sognava la felicità, adesso deve necessariamente desiderare questa infelicità e la sua anima è trafitta e sconfitta poi dalle scadenze e dalle cose economiche. Desiderare ciò che mi fa male? Perché? C’est la vie.

Giovanni Sacchitelli

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