In evidenza: Sophie Scott di Sophie and the Giants.

Ha tutte le carte in regola (album Io e te abbiamo perso la bussola, 1973) diceva quella canzone, canzone di Piero Ciampi, artista livornese. E non gli fa paura niente, tantomeno un prepotente. Beve come un irlandese. E’ malinconico. Preferisce stare solo, anche se gli costa caro. Quel senso di solitudine talvolta proveniente dall’esterno. Talvolta voluto necessariamente. Meglio soli che male accompagnati. Da soli, come diceva Pasolini, si vedono le cose per quelle che sono. Tutte le qualità insomma di cosa è un artista, secondo almeno le parole singolari di quel cantautore. Arte e artisti. Arte e pubblicitari che cercano solo visibilità e gettano fumo negli occhi. Tutta forma, ma i contenuti? E con questo termine si intendono non soltanto la pittura, ma la scrittura, la scrittura di libri o di canzoni. Seguendo ancora l’anima del Ciampi: “…se incontra un disperato non chiede spiegazioni, divide la sua cena con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi..” Le anime di una diversa e variegata umanità di quelle città a ridosso del Tirreno. Città di protesta. Città rosse. Come i flaneur che abitano Pisa e le notti con i bagordi e le personalità contro il sistema.. Quella canzone, diceva ancora, questo è un miserere di chi non ha più illusioni. Anche di De André e quella gente un po’ selvatica (Genova per Noi, Bruno Lauzi, 1975), si diceva, ad esempio che amasse mescolarsi agli ambienti di taverna e lì poi, tra un bicchiere di troppo e l’altro, si accendevano risse dalle micce di menti che in sé avevano idee negate e pensieri tra loro confusi al normale vivere e alle rinunce, alle negazioni. Vite spericolate. Quella confusione di cui parla ancora una canzone di Lauzi, 1965, Il poeta. Vita e metafora. Penso che la sensibilità e lo spleen (che è cosa diversa dalla “tristezza” o dallo stress del logorio della vita moderna) sia la base fondamentale di ogni opera artistica. E che, chi non è realmente sensibile, non possa comprendere a pieno la profondità dell’attività artistica e di come essa vada alla base fondamentale della coscienza borghese e la cambi. Penso che la principale qualità di un artista sia l’avere un mondo tutto suo, ovvero una vita interiore (cfr. Lessico dell’animo sensibile) che lo caratterizzi e lo rende inequivocabilmente diverso dagli altri. L’animo dell’artista, spesso lo si dona al potere ottundente dei fumi dell’alcool. Come E. A. Poe. Perché sono troppi i cerchi e i salti interni del pensiero, quelle molteplicità tumultuose che animavano la mente del Kafka scrittore. Tornando all’incipit di questo articolo, di oggi, diciotto Giugno 2022, quella canzone, definiva bene cosa vuol dire avere le carte in regola, ovvero, avere stoffa, avere la tempra dell’arista. La bonarietà (citando il testo “…divide il suo pasto con pittori sordi, ciechi ecc..”) e l’essere contro le regole. Attenzione alle imitazioni, ai falsi d’autore. Attenzione alle poesie e alle committenze. L’arte non è meccanismo. Una poesia non è una scrittura netta come quella di un elenco telefonico. Agli atteggiamenti artistici. Ma non all’artista vero e proprio. Alla sua versione alternativa della visione del mondo (cfr. visione del mondo e genio poetico), al fatto che sono tanti i dubbi, tante le problematiche, tanti i problemi e i nodi da sciogliere. Vive male la sua vita, diceva la canzone di Ciampi. Difficile trovare un ordine nell’anima quando intorno c’è soltanto assurdità e alienazione. E’ la mente dell’arista. Non c’è nulla da fare. La canzone termina dicendo l’hanno preso per un egoista, invece è soltanto un artista. Quell’egoismo, di cui parla il Ciampi cantautore, è quello che tempo fa dicevo essere il centro dell’io su se stesso. Ovvero il fatto che l’Ego dell’artista non è confuso al mondo e ci tiene a starci fuori. Preferisce, talvolta, cattive compagnie. Per il fatto che esse sono più dirette. Ambienti da trivio e popolati di lazzaroni. Bere troppo. Ciò contribuisce a quel senso di libertà dell’Io che l’artista cerca, alla sua capacità di intercettare le essenze delle cose, ma libero, e diretto. Come si fa quando si ha un desiderio e lo si vuole realizzare, subito. Averci le carte in regola per fare l’artista, è una prerogativa dell’Io creatore per dare al mondo quello che lui, in fondo, pensa ma, nella mente del borghese o “ordinaria”, viene subito superata da altre percezioni accessorie e successive, di modo che le parole dall’artista appaiono ovvie e frutto di una meraviglia inutile. Quel fluttuare continuo dei sensi e significati, diviene insopportabile talvolta, le parole ferme della morale borghese e del quieto vivere, troppo definitive, bisogna andarci oltre e ripensare a quei legami tra le azioni, ai legami tra le parole. La sensibilità è la definizione delle cose tumultuosa. Non chiarissima. Non netta. Non definitiva. Non credo si possa essere artisti senza questa qualità fondamentale. E spesso, come era successo a Jim Morrison, si viene anche arrestati, in quel caso proprio sul palco, davanti a tutti. Perché, l’artista, almeno quello autentico, è contro. Questo essere contro gli può costare caro, ma è fatto così. E’ la sua anima che lo porta per natura alla definizione di nuovi significati. Che vanno al di là delle consuete definizioni delle cose. De André insisteva molto sulle due dita in giù, che voleva fare la A dell’anarchia, insisteva molto sul concetto di cattiva strada. E di quelle anime sbattute a destra e manca. Quello si chiama Io Artistico. Difficile se non impossibile metterlo in catene. Come mettere Alice in catene. L’artista esprime ciò che gli altri vogliono che si dica, e lo fa per tutti. Quelle canzoni per chi poi, nei momenti dedicati si occuperà di ascoltare quelle parole di avviso, quelle parole che chi si sacrifica per un’unità di espressione artistica, le fa proprie per esprimere i sentimenti universali. Nostalgia. Mancanza. Rimorso. Sogno. Amori negati. Attenzione, ancora una volta, ai falsi d’autore. Vedo la barba ma non vedo il filosofo disse qualcuno. Così come essere di sinistra non è semplicemente, come diceva Nanni Moretti, mangiare due patate per pranzo. Così come avere la barba incolta non è sinonimo di una umanità che la si vuol fare trasgredire da un segno di trasandatezza che è più di una pigrizia, ma una rinuncia al liscio delle cose borghesi. Artista non è servo. Artista non è impiego. Artista non è parola certa e ripetuta. Possono passare molti giorni o mesi o anni prima di trovare la giusta ispirazione. Quell’ispirazione e come la creatività artistica viene stimolata. Artista non è venditore. Artista non è commerciante di emozioni. Arte è protesta. Arte è dissenso. Arte è verità. Collegamento e associazione fondamentale. Arte è vita ed emozioni. Emozioni forti. E queste emozioni, come diceva Battisti, vengono dal vivere e dalla vita vissuta. Ne consegue che, per fare arte, bisogna vivere e lasciarsi vivere. Vivere con tutte le fasi della morale borghese. Con i volti torvi. Con la malignità. Con la falsità delle persone. E poi cercare tramite l’ispirazione di fare un’arte che possa cambiare il mondo, farlo nuovo. Questo è il fine dell’arte. C’è poi chi viene incompreso, tutti ricordano l’infausto episodio di Luigi Tenco, e quello che egli decise di fare, per una giuria che non seppe abbastanza apprezzare il suo prodotto. Quell’autore credeva in ciò che faceva e questo credere gli è costato caro. Non si sa se fu un’incomprensione reale o un’incomprensione voluta. Fatto sta che non venne valorizzato. E poi quello che è successo. L’artista, può capitare, che non venga compreso. Succede molto spesso. De André non dormiva per la paura di non avere successo. Gli artisti, come quelli che scrivono canzoni, ci mettono l’anima. E dedicano la loro vita e si sacrificano per i vari ideali che propinano nelle loro creazioni artistiche. Artista è strano. E’ diverso. Lo si vuole rendere umano tramite un dialogo con chi non può capirlo. Che sia un medico oppure altre figure borghesi. Lo si vuole portare ad un livello quadratico e ordinario di visione del mondo. Ne uscirà annoiato. Niente è come sembra. E con un foglio e una biro si possono fare tante cose, perché la maestra può anche sbagliarsi nella lettura dei dieci comandamenti dell’obbligo scolastico e nella disciplina, puramente, borghese; L’io fluttuante dell’artista nel suo talento è visionario, spirituale, puro, e può creare cose magiche. La sensibilità come caratteristica essenziale. Come un essere sensitivi alle cose della vita e scriverle, bene. Così che tutti poi ritornino a quella parte che mettono da parte, e anche in tutti c’è una parte artistica. La si supera o la si ritiene ovvia. L’artista invece la tiene e la conserva. La approfondisce. La rende più ampia ed universale. Il denaro, poi, è qualcosa di estraneo all’arte quanto lo è una nube al volo di un gabbiano.

Giovanni Sacchitelli

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