In evidenza: la Ferrari f 300 di Michael Schumacher nel 1998.

Cuore e coraggio, cuore e arditezza, cuore e orologio, cuore e capacità di vedere oltre, di essere visionari, di cogliere l’andamento dei tempi, capacità di intuire gli strumenti ed i modi per avere successo. Alti e bassi. Salite e discese. Tempi fermi. Ripensamenti. Capacità poi di rialzarsi se è il caso, le circostanze lo permettono o lo giustificano; tra le tante cose di cui uno scrittore può scrivere, è quella della vittoria, e anche della fuga per la vittoria. La vittoria, il successo o il fallimento. Sono i verbi della vita. Talvolta si perde. Talvolta si vince. Il circolo della vita. Ma per essere di successo e vittoriosi, servono tante qualità che o si hanno o non si hanno. Non a caso si dice “hai la stoffa del campione”. E non soltanto il pullover. Non soltanto gli atteggiamenti saccenti. Non soltanto un’apparenza o un’aria esterna di saggezza unita a giacche con le toppe e calzoni  di velluto marrone, ma qualcosa di più, di più forte, di più profondo di una etichetta di buona apparenza. Essere fatti diversamente. Essere diversi. Essere vincenti. E nella vita si vince, si può vincere. Correttamente. Ma ci sono purtroppo anche  coloro che barano e non se rendono nemmeno conto. Ci sono i vincitori, quelli che vanno sul podio e poi ci sono le coppe di argento. Ma per vincere serve anche umiltà, perché, cosa importantissima il successo è composizionale, le conoscenze sono composizionali, si costruisce dalle base, dalle piccole cose. Per questo bisogna inventarsi bambini e poi diventare grandi su quelle gambe che sono già state bambine e sanno camminare bene. Serve coraggio, serve amor proprio, serve credere in se stessi. Quel believe in yourself di contro a chi pretende di saperla lunga o sguazza nel nero del nichilismo, è fondamentale, ed è un passo fondante per avere una vittoria, sana, possibile, civile, democratica. Non distrarre. Come quelli che vedendo un maratoneta sulla linea della vittoria lo strattona e lo tira verso di lui. Per impedirgli di vincere. Quanta villania. Questa meschinità talvolta non è così materiale ma è anche simbolica. Con quelle strategie di esclusione che ho in precedenza enucleato. Se si ripete tante volte il nome del vincitore della medaglia di bronzo, se si dice ad esempio “Alberto ha vinto”, ma oggettivamente non è così, il risultato non cambia. Lo si può anche gridare ma Alberto resterà terzo classificato e non già vincitore. Le regole sono così. Se si ripete a squarciagola “2+2=5”, ebbene, questo risultato non cambierà. Anche se si mette su una lista o in un layout che “2+2=5” e lo si mette davanti o prima di “2+2=4”, questo risultato non cambia. La matematica, così come i criteri di vittoria, sono oggettivi. Pubblico consenso. Pubblica vista. Vincere alle elezioni per una fetta di elettorato che esprime il suo consenso guardandoti e ascoltando cosa dici, senza che un avversario o contendente possa in quel momento bloccare le sue parole, confonderlo, sovrascriverlo, parlarci sopra come fa qualcuno che non accettando l’evidenza allora fa di tutto per ostacolare la tua vittoria. Perché ci sono i vincitori. Ma cosa è propriamente una vittoria? Lo spieghiamo adesso. Si vince, in una competizione (sana, regolata, senza trucchi o concorsi guidati le vie corte tipicamente italiane di cui già ho parlato a sufficienza), in cui ci sono dei partecipanti (una gara di bellezza per i cani più belli, una gara di ciclismo, una partita di calcio), che si confrontano più o meno civilmente a seconda poi del tipo di competizione, sulla base di determinate regole di conduzione della gara. Ne consegue che, violando queste leggi i competitori saranno penalizzati, ammoniti o in caso estremo esclusi, tutto nei limiti del legale e del rispetto delle leggi della competizione. Ci saranno quindi delle regole che stabiliscono punteggi, graduatorie, penalty o fuoripista e soprattutto, cosa su cui mi preme esprimermi e spiegare, criteri oggettivi di vittoria. Questi criteri, che stabiliscono oggettivamente cosa sia meglio di altro o chi vince o chi perde (se una squadra fa più goal di un’altra vorrà dire che oggettivamente ha vinto e non si può discutere, queste sono le regole del gioco), definiscono i vincitori o il pubblico consenso. Una vittoria è possibile soltanto se si rispettano le regole, in maniera democratica (quindi non copiando o facendo falli come nel gioco del calcio), imparziale, oggettiva. Ci sono cose che oggettivamente sono meglio di altre. Modelle più belle di altre per un casting. Una macchina è oggettivamente più bella di un’altra. E così via dicendo. Nella competizione sana un vincitore intuisce i criteri per la vittoria e li mette in pratica. Quando si dice che uno ha la stoffa del vincitore, proprio perché ha quelle qualità o quelle conoscenze che gli permettono di essere un passo avanti (una persona che studia per più tempo sa più cose di una che ne studia di meno o di una che non sa proprio niente). Un politico è rappresentativo quando esprime nel suo programma o nei suoi discorsi i voleri del pubblico, glieli oggettiva e gli pone innanzi quanto il pubblico vuole, il desiderio di cambiamento, la riduzione delle tasse, progetti per il futuro et cetera. Quindi, oggettivamente, un politico ottiene maggiori consensi quando intuisce sagaciamente quanto il pubblico vuole perché così lo impongono gli stati di cose. Così è consigliabile fare. Le capacità o le qualità del vincente sono quella marcia in più che gli permettono di fare meglio di altri e di vincere democraticamente. Si vince in maniera sleale quando non si rispettano le regole. Quando si parla sopra. Quando in una rappresentazione grafica dei candidati si mette volontariamente in basso il candidato che si vuole osteggiare perché mettendolo in fondo alla lista (succede talvolta anche con i poster per i concerti) lo si vuole simbolicamente declassare. Ma una posizione geometrica non è una garanzia di valore. Stare in basso non vuol dire stare da meno o essere da meno. Cambiando l’ordine degli addendi, ebbene si, il risultato non cambia. Questo sia un ricordo a tutti quelli che furbescamente vogliono declassare formalmente e geometricamente tutti coloro che pensano di essere da meno. Oltre ad essere estremamente meschino come gesto è anche inutile. Se uno è meglio di altri, può cambiare posto nella folla, ma la sua irripetibile e inimitabile essenza permane. La competizione sana, invece, sta entro determinate regole, stabilite a priori. Uno vince se oggettivamente e universalmente rispetta le regole. Italia-Brasile 3 a 0 è vero in Giappone e anche sulla Luna. Sono verità oggettive. Verità matematiche. Quindi se anche in una lista da totocalcio si mette il match e il risultato alla fine, ebbene, L’italia sarà sempre vincitrice, comunque sia. Questo perché esistono criteri oggettivi per stabilire se una cosa è meglio di altre. Come se una cosa è bella e un’altra no. Il vincitore ha quelle qualità che gli permettono tramite una facoltà magica che è l’intuito di capire come arrivare e raggiungere la vittoria. Lo fa in maniera naturale. Dote naturale. Resterà vincitore anche se lo si confina in una stanza  buia. Anche se passano anni, l’italia in quella partita che supponiamo essere nel 1976, anche a distanza di 40 anni, L’italia sarà sempre vincitrice, come è sempre vero  che 2+2= 4. Le verità matematiche sono verità necessarie. Anche sulla Luna o nello spazio, la matematica è sempre vera. Così un risultato ed un vincente. Possono passare anche anni, ma uno che è stato decretato come vincente, come oggetto di consenso lo sarà sempre. Come chi vince la formula 1 o il giro d’Italia o le 24 ore di Le mans. Chi vince un concorso canoro perché nella dichiarazione di intenti del saggio si dice “verranno premiate bravura, costanza, originalità ecc..”. In base a questi assiomi viene definita la vittoria. Quelle caratteristiche oggettive non stanno in tutti i candidati come in tutti i curriculum. Un vincitore intuisce le regole del gioco e viene premiato. Un altro verbo quotidiano. Vincere si, ma con la testa.

Giovanni Sacchitelli

 

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