Non è Novembre ma siamo a Maggio, passata la festa dei lavoratori, passata la protesta torna il lavoro. Il lavoro che spesso è fatica e sfruttamento di kafkiana memoria, alienazione, privazioni dei diritti umanitari (prima che lavorativi) scivolando talvolta verso l’essere obnubilati. Le parole di protesta dei sindacalisti al Primo Maggio ad Assisi che non siano soltanto una retorica e un esercizio di stile di ars oratoria  (o, usando un altro termine in voga, che non si è mai capito cosa vuol dire veramente: populismo), San Francesco non si faceva problemi di costo o di cuneo fiscale. L’umanità non è tanto quella del diritto al lavoro corretto. Tanto ad una corretta umanità. E al lavoro come piacere e non come dolore. Non siamo a Novembre, ma quel titolo di quel film Sweet November (2001) di cui in evidenza ho scelto un fotogramma con Charlize Theron e Keanu Reeves è per certi versi simile al nome di quel racconto di Flaubert e al suo emozionale contenuto. Le emozioni non hanno stagioni. Quel che valeva per l’autunno vale anche adesso che è Primavera e di rinascita si tratta quando si parlare di emozioni forti e di emozioni salvifiche; la stessa protagonista femminile di quel film dice che il suo vuole essere un aiuto, al protagonista maschile (Nelson Moss) che si chiede il perché di tanto interesse nei suoi confronti,  la considera una stalker, una scocciatrice, un simbolo di superata, melensa ed infantile umanità, che è ancora un residuo del carattere-lavoro, una reazione preformata derivante dall’essere immesso nel circuito lavorativo in cui le distanze sono di obbligo. Tra Cliente e Dipendente. Tra Dipendente e Capo. Un aiuto, dice sempre la protagonista femminile, che possa portarlo fuori dagli eccessi di lavoro, dalla routine lavoro-casa e il pensiero del dovere che pervade ogni aspetto della sua vita. Troppo lavoro porterebbe ad una cancellazione progressiva delle emozioni spontanee e addio umanità. Poi, in quel film, il protagonista rinasce e si sente meglio. Perché, tu chiamale se vuoi, emozioni. Mollare tutto e lasciarsi andare. Perché no? Cosa c’è che impedisce di farlo? Emozioni. Cosa voglia dire questo termine e qual è il suo rapporto stretto con l’ambiente lavorativo e di come, spesso, questo porti ad una deformazione dei rapporti e alla progressiva sostituzione dell’umanità con reazioni preformate o comportamenti aziendali che poi portano il loro seguito anche tra le mura domestiche e si sta in giacca e cravatta simbolicamente, anche se non lo si vuole o si sta in pigiama. L’accenno iniziale alla festa dei lavoratori e il riferimento ai discorsi dei vari leader sindacali, manifestazione tenutasi ad Assisi (luogo dei francescani e della pace per eccellenza), per indicare che le parole dignità, salario minimo, contratti collettivi, next generation e tante altre categorie di diritto del lavoro non sono tanto un riferimento alla bontà di Francesco D’Assisi che proprio contro la moneta decise di inveire, spogliandosi dei beni materiali e andando verso una vita in cui non serviva essere ricchi, nemmeno colti, ma avere una fede dei semplici che fosse una fede percettiva e del cuore anziché una fede teologica, dottrinale in cui il religioso è un dotto che sillogisticamente afferma l’esistenza di Dio e ne dimostra logicamente la creazione o gli attributi: Francesco D’assisi viveva di offerte e ciò è antitetico al lavoro come tecnica, filosoficamente come utilizzo della natura a proprio vantaggio. Francesco aveva in mente una realtà in cui il denaro fosse totalmente accessorio e anche il guadagno era completamente fuori dal suo dominio concettuale (si dice ad esempio che Francesco D’Assisi fosse d’aspetto completamente vile. Esempio di come, anche a quei tempi, la mitezza d’animo, la dolcezza venissero grossolanamente confusi con la mancanza di coraggio). Nella festa dei lavoratori bisognerebbe non tanto considerare il diritto del lavoro, tanto il diritto alla vita, non tanto diritti umani, quanto diritti umanitari. Se i sindacalisti sono di sinistra, almeno quanto la mascherina rossa che indossano, allora devono essere orientati ad un’umanità assoluta, che rifletta non tanto sul tempo-produzione, quanto sul tempo umano e umanitario. Così come la guerra in Ucraina non è cosa politica, ma fatto e problema di defunta umanità, quanto l’assurdo di Putin che solenne tiene in mano il cero Pasquale nella sua Ortodossa Chiesa. Disumani e umani al contempo. Non è politica internazionale è umanità deformata, la guerra è evil, come ha detto giustamente il segretario delle nazioni unite Guterres, tra le strade distrutte, ed è assurdo che ancora adesso ci siano palazzi neri di bombe e civili portati al massacro. Non è politica è genere umano. Sono le logiche assurde del conflitto che non riguardano il soggetto universale ma la maschera universale. Non entriamo in queste buie questioni e invece cerchiamo di definire cosa sia emozione e quanto siano salvifiche, importanti, come lo sono per il protagonista del film. L’emozione è la vita del cuore. E’ la sospensione del giudizio dell’intelletto davanti ad una cosa che non è compresa ma è sentita, attraverso una facoltà che permette di sentire e di percepire, di provare gioia, entusiasmo, felicità improvvisa anche per qualcosa che non si sa perché. Dicevo nell’articolo precedente, che non siamo soltanto intelletto, comprensione, razionalità, ma anche cuore ed emozioni; perché la vita si alimenta di opposti e spesso una cura emotiva, la cura del contatto con la natura, la cura dei colori, la cura di un bel quadro, la cura di una bella melodia, riportano l’essere umano alla sua altra dimensione di emotività. Quante volte si va in confusione alla vista di una cosa che suscita reazioni estetiche spiccate, un bel monumento, oppure quando si incontra la persona giusta. Questo andare in confusione è la vita stessa. Che è un turbinio interno, un caos primordiale. Il protagonista maschile del film rinasce grazie al rapporto sentimentale e colorato con la protagonista femminile. Il fiore dell’emozione, stava come appassito dentro alle cose dell’anima e poi è arrivato il sole rigoglioso dei sentimenti a farlo rinascere. Il sole delle emozioni che sono luce. Queste emozioni erano tenute dentro un cassetto. Non potevano venire fuori. A lavoro, come in Investire, l’emozione ha il suo antagonista: l’intelletto. La razionalità che filtra e governa tutto. La logica che domina le emozioni. A lavoro sono i comportamenti aziendali. Il dialogo che diventa interfacciarsi, carteggio di email. L’incontro che diventa talvolta virtuale oppure in briefing aziendali. Qui, non sono amici a confrontarsi, ma colleghi, con una diversa funzione. L’emozione è filtrata attraverso il cervello e le buone maniere dell’ambiente ufficio. L’affettazione e la formalità stabiliscono distanze infinite. Un persona diventa immediatamente Gentile Cliente e un estraneo diventa Spettabile. Persone nomi scritti su agende. Le maschere sono le persone e se non fosse per le emozioni spontanee, quelle maschere finirebbero per prendere il sopravvento su chi ci sta dietro. L’umanità, quindi, non è un diritto del lavoro, norme che stabiliscono orari e possibilità di fuga (ferie). L’umanità è il diritto ad essa stessa. Il diritto di essere umani e con ciò tutto che ne consegue; la protagonista femminile del film insiste molto sull’aiuto perché vede il suo lui in difficoltà. Stressato, che lentamente invecchia. Invecchiato prima del tempo. Come il cinismo che prende il sopravvento sull’umanità più spontanea e dice addio all’anima, per sempre. Negli ambienti lavorativi, dimenticare il cuore. Emozioni filtrate attraverso funzioni e ruoli, tempi veloci, invasione degli spazi privati, sostituzione del sentire con il pensare. Sentire, non è il sentire uditivo, è il percepire internamente qualcosa. Quelle sono le emozioni. Un eccesso di negazione del sentire può avere conseguenze gravi e negare ogni emozione spontanea. Le ferie spesso sono viste non come pausa, ma come fuga. Qualcuno scrisse una volta: la vita è un costruirti continuamente una gabbia da cui continuamente fuggire. Paradosso e verità. Il lavoro come piacere e non come fatica incessante, che se ti rilassi troppo poi sei lavativo. E se ridi troppo sei poco serio. Se ti lasci andare sei invadente. Poi, se manchi più di un giorno, diventi uno inaffidabile. Su questo dovrebbero riflettere i sindacalisti, non sulla legge umana del lavoro, tanto sul diritto universale ad una vita degna di questo nome. Questo fece Francesco ad Assisi. Questo fecero i francescani come ordine mendicante.  Di quello sono simbolo le pietre di Assisi. Pensarono che i soldi e il lavoro portava cattiveria e imposizione sul prossimo. Per questo agirono alla fonte. Eliminarono i soldi e ciò che da essi deriva. Anche le emozioni più pure, come il parlare agli uccelli. In quel Novembre flaubertiano, l’amore cura. L’amore che è sentimento, non calcolo. L’amore dell’anima che non è un premio aziendale di fantozziana memoria. In cui l’amore per il prossimo è associato al merito. E il rispetto è associato al grado. L’amore è diretto e incondizionato, come ho detto centomila volte. Come le cose del cuore e dell’anima. Su questo si veda la bella descrizione che fa il beneamato Rousseau nell’Origine delle Disuguaglianze, testo attualissimo, riguardo al concetto di pietà naturale dei selvaggi e di come questa venga poi soppressa successivamente dall’uomo civile in un ragionamento (esempio del filosofo). Spesso si licenzia perché ci sono esuberi e perché le persone non servono più, sono obsolete. Lo si fa in base ad un calcolo contabile senza sentire poi il disagio interiore e successivo di quella persona. Sono le categorie dei soldi e il dio Semplice di Francesco D’assisi a queste cose non ci pensava. Umanità, non tanto legge e lavoro sicuro. Sull’umanità in generale insistono i filosofi e su questo oggi parlo. Il novembre delle emozioni è la capacità delle emozioni di curare l’eccesso di ragionamento, gli esaurimenti nervosi, i conflitti, che se ci si lascia andare alle emozioni vengono cancellati. Basta buttare via quel blocco al cuore e tutto va meglio. Sopra facevo anche riferimento al rapporto tra emozione e lavoro. Lavoro inteso come fatica, come punizione, come sforzo, spesso fine a se stesso o per rincorrere obiettivi economici. Negli ambienti come quelli sopra descritti, l’emozione è filtrata, indebolita, da attività ripetitive. Differenza e ripetizione. Anche il papa disse una volta che il lavoro deve essere creativo. Di testa e di anima. Nella ripetitività un’emozione, viene progressivamente ad essere alterata, canalizzando il centro focale inziale di energia in corridoi in cui questo fuoco iniziale diventa sempre più flebile e alterato. Come quando si chiama ripetutamente una persona e dopo le prime chiamate subentra l’essenza e non più la maschera e si ride talvolta oppure la persona dall’altra parte del telefono risponde male. Nella ripetitività l’emozione viene canalizzata in un molteplice. Il fuoco originario, con la sua vis espressiva si perde in tanti frammenti. Uno delle cose che avviene con le emozioni e di come, negli ambienti della formalità possano portare ad una alterazione dei rapporti umani e delle cose, e si da del lei anche a se stessi. Le emozioni e la vita.

Giovanni Sacchitelli

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