In evidenza: Johnny Depp come Ed Wood, Tim Burton, 1994. 

Qui inteso non come interpretare un testo, tradurre, ermeneutica, ma come impersonare (fare delle idee “persona”, quindi concretezza), mettersi nei panni di, interpretare un ruolo. Quando un attore si mette nei panni del carattere che vuole interpretare. Quando si sceglie una persona adatta a quel determinato ruolo. Interpretare e impersonare. Prendere le parole di un copione (script) e poi le si mette in atto, per il teatro, per il film. E’ il mestiere dell’attore che mette in atto l’idea di un soggetto scritto da un regista, che in quelle parole, in quei dialoghi pensati e messi su carta, vuole trasmettere una sua morale, una sua etica, una morale anticonvenzionale, attraverso anche le movenze, le espressioni facciali dell’attore, la sua mimica, il suo portamento e tutto ciò che concerne l’interpretazione. Non tutti sono adatti ad un particolare ruolo. Spesso si sceglie sempre un determinato attore per fare quella determinata parte. E’ il casting, la ricerca tra un set di candidati potenziali a ricoprire un ruolo, quello che determina poi tutti gli attori di un film scelti perché quelle parole scritte sul copione meglio si abbinavano a quel viso, a quella fisicità (quando si dice quello ha il phisique du role). Il rapporto tra scelta e carattere, tra quell’idea che si vuole trasmettere con uno spettacolo teatrale o un film, è essenziale ad una buona riuscita del film. Anche perché coloro addetti al casting già prevedono come sarà quel ruolo interpretato da quel potenziale candidato. Ciò che rende un attore di successo è la sua umanità. La sua mimica facciale. La sua capacità di vivere emozioni in maniera reale, così come quelle emozioni fossero la realtà e non la finzione; quanto più è umano e variegato il panorama emotivo di un attore, quanto più espressivo e fotogenico è un carattere, quanto più sarà capace di riprodurre emozioni umane, quanto più egli è umano e quindi di successo. Ogni attore è portato per determinati ruoli. La bella femme fatale. Il bello e impossibile dal fisico scultoreo. Il bello dallo sguardo magnetico. Il gangster che è sempre Robert de Niro o Al Pacino. L’avventuroso. Il romantico. Il signore. L’eroe virtuoso. Quello che sembra ma non è, come il Tenente Colombo e la sua sillogistica e sveglia risoluzione di casi, nonostante all’apparenza dia sentore di trasandatezza e distrazione. Lo svitato, come Jim Carrey. Nel cinema ci sono sempre i classici. I personaggi classici. I classici cattivi. I classici buoni. I classici belli. I classici nemici. Questi sono sempre dei determinati attori che vengono scelti perché nella loro mimica e nella loro essenza cinematografica  (l’essere in un film che non è l’essere dietro la maschera) sono maggiormente adatti a quel ruolo. Il mondo del cinema riporta una ontologia propria (diversa da quella del soggetto – maschera di cui parlai in Aprile) secondo la quale l’essere in un film non è l’essere nella vita reale ma in un certo senso, da la psicologia particolare di quel personaggio ne deriva. Sul set e nella libertà di  espressione legale dell’arte, tutto è concesso, la liceità delle cose non trova freni e non può trovarli, perché l’arte è il diritto dell’uomo a criticare se stesso. Nella libertà artistica si fanno cose che nella vita reale non sono concesse. Gli attori si sfogano. Cambiano faccia. Mettono in scena la loro parte repressa dalle pratiche sociali e dalla maschera sociale (cfr. Aprile). L’arte permette all’uomo di ridere o di piangere liberamente delle cose. La settima arte, che è il cinema, è la migliore forma di espressione in rappresentazione visiva di ciò che la vita potrebbe essere. Un mondo possibile. Questa possibilità non può essere censurata, governata, smussata, messa a tacere, oscurata. Perché è la libertà di dissenso. La libertà di dire quello che si vuole. Senza temere uno scuro giudizio di censura. Menomale che c’è il cinema e i suoi dorati protagonisti che rendono la vita migliore. Se non fosse per le evasioni, non ci sarebbe possibilità di cambiamento. Spesso si sente dire che in quel film mi sono divertito molto, mi sono sfogato, ho messo in atto una parte di me stesso che nella vita reale non potevo far fuoriuscire. L’interpretazione, oggi sei maggio, come oggetto di spiegazione. Interpretare come altro verbo da aggiungere a quelli esposti in precedenza. L’interpretazione è quella che vediamo ogni giorno nei film o al cinema. E’ un essere nel film che affonda le sue radici profonde nell’essere reale. I migliori attori sono quelli che si calano meglio nella parte. Che, avendo inteso le ragioni del regista in quel determinato script, portano in essere quei concetti, quelle situazioni, quelle pause, quei suoni interrogativi, quei silenzi meglio di altri. Gli attori bravi capiscono subito le intenzioni del regista. Perciò interpretare non è riprodurre o semplicemente leggere-comprendere-fare. Interpretazione è un fuoco vitale. L’interpretazione di quel magnifico ed affascinante mondo del cinema, è mettere in atto e centrare le intenzioni del regista o dell’autore del soggetto scenico. Interpretare è un andare oltre la lettera, comprendere il senso delle parole e dei dialoghi, del plot, e di tutta l’architettura di significato di un film, per esporre attraverso gesti, mimica, tono della voce, movenze fisiche, emotività ciò che era intenzione dell’autore di un soggetto. Diverso da interpretare è leggere. Diverso da interpretare è riprodurre. L’interpretazione è un esercizio di stile di chi ha le qualità per mettere in atto quelle parole. Un attore che non va bene per quel ruolo, non ha naturalmente quelle doti che lo portano ad impersonare quel carattere con successo. Perciò il casting è un lavoro profondamente filosofico. Esso prevede ciò che quelle qualità, viste, indovinate, desunte dalla visione di un book fotografico, o da un intervista con domande mirate, ciò che quelle qualità saranno in atto. Prima facevo riferimento ad un’ontologia della maschera attoriale. La maschera attoriale non è la maschera sociale. La maschera attoriale (ciò che appare ed è l’effetto di un’essenza interna) pone il rapporto de l’esserci in scena con l’essere dietro la maschera o essere reale. Perciò chi seleziona, come ne La nobile arte della selezione, prevede già quelle qualità come saranno in scena. Un attore prima di essere un personaggio di un film, è un essere umano che vive una realtà che non è quella della finzione scenica, teatrale o cinematografica. Un attore non è quello che fa nei film. Eppure ciò che è lui nel film ha una radice e deriva dalla sua essenza autentica che gli permette di agire quella maschera a partire da qualità interne alla sua definizione, a qualità che quell’attore ha. L’ontologia della maschera attoriale prende le sue ragioni dall’essere dell’attore nella vita reale. Nel film quelle qualità vengono messe in scena, vengono esposte, vengono applicate all’esposizione di quel dramma o di quella determinata commedia. E, queste qualità che giacciono sotto la maschera sociale o che la informano, poi, verranno messe in atto nell’azione di fare un film. Il casting prevede la messa in opera delle qualità che sono parte dell’essenza di un personaggio e sono pre-attoriali e che il selezionatore indovina e desume da un dialogo con domande mirate, guardando i precedenti ruoli dell’attore o anche scommettendo su determinati personaggi, oppure scartandoli. Può anche darsi, ad esempio, che la timidezza di una donna nasconda invece un temperamento forte e sanguigno che va bene per ruoli d’azione o di romanticismo acceso, ma sono le luci del casting a metterla in imbarazzo, Il lavoro della selezione ha a che fare con le potenzialità. Quelle qualità saranno poi in atto (Aristotele atto e potenza) quando verrà girato il ciak si gira. Interessante il rapporto tra essere reale e essere attoriale. Come le qualità e gli attributi vengano poi messi in atto durante le riprese di un film quando si ripete mille volte una scena fino a che si trasmette quel determinato significato. Perché nel cinema, che è arte, come la pittura o la scrittura dei racconti, tutto è nei dettagli. Basta una virgola o un tono diverso e il pathos finale ne verrà condizionato. Nel cinema spesso gli attori fanno quello che nella vita reale non potrebbero fare. La maschera attoriale prende le sue radici da l’essere nella vita reale / maschera sociale. Maschera attoriale e maschera sociale. Finzione cinematografica e essere reale. Finzione e verità. Un altra cosa interessante da tenere a mente.

Giovanni Sacchitelli

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