Sarebbe bello andare come fanno quegli strani animaletti che stanno in fondo al mar, che vanno indietro anziché in avanti. E poi tornare sui propri passi quando si è sbagliato, evitare gli errori. Tornare e fermare il tempo di modo che l’errore non è più possibile. E questo spesso accade. Cosa è l’errore? Kafka disse una volta in sostanza non esistono errori. Autore che ho letto molto, lo conosco quasi per intero. Da ragazzo mi appassionò tanto. Dove con il termine “sostanza” non intendeva un oggetto singolare, ma l’espressione quando si dice “sostanzialmente”, “in essenza”, “detto in poche parole”. In pratica, commentando Kafka, non esistono dei veri errori. Frase emblematica, in stile pienamente kafkiano, assurda quanto i suoi racconti (cfr. Blumfeld un vecchio scapolo e la mia analisi), le sue massime, le sue teorie, i suoi appunti di vita vissuta. Non esistono errori, quindi cosa può voler dire? Che qualsiasi cosa si fa, comunque, va bene così? Che l’errore è sempre relativo? Probabilmente questo. Kakfa autore interessante, filosofo delle lettere raffinato e mai banale. Se non esistono errori vuol dire che errare humanum est, e che forse perseverare e diabolico. Ma l’affermazione kafkiana (si pensi a cosa Kafka diceva della psicologia) non è un ammonimento morale, come dire “non bisogna fare errori, attenzione a non sbagliare mai”, è invece un affermazione paradossale di modo che, se non esistono errori, non esiste nemmeno un altro termine di paragone,  non esiste un qualcosa tale che, si fa riferimento per dire che “hai agito bene”, oppure “hai agito male”. Il bene e il male, sembrano essere la stessa cosa, perché se così non fosse allora ci sarebbero errori e questo deriverebbe dal paragone dell’errore con una regola generale, tale che se uno agisce male, è nell’errore. Non esistono errori, quindi non esistono cattive o buone azioni, condotte regolate o riconducibili ad una legge o una regola morale. Se quindi non esistono errori, ogni cosa che si fa è sempre giusta, corretta, allineabile ad un indefinito trascendentale del bene e del male e che ogni cosa che si fa va bene lo stesso. Il mondo affermato da Kafka è un mondo in cui non si può andare indietro nel tempo e correggere gli errori, perché l’errore sostanzialmente, quindi, per essenza alla vita stessa, per quanto riguarda la morale in generale, un errore non è. Affermazione sulla quale invito alla riflessione e di come sia possibile un mondo senza errori. Il mondo kafkiano, come già spiegai nell’analisi di quel racconto, secondo la mia personale psicologia letteraria, fondata da citazione e da una conoscenza dell’autore ferrata, è un mondo del desiderio irrealizzato. Un desiderio che non si raggiunge, che lascia sempre tutto in sospeso, o incompleto. Un mondo quindi, in cui, non c’è un compimento o un paradiso simbolico da raggiungere. Un mondo in cui la morale è strana. Nella scrittura kafkiana non c’è mai un bene e un male. Non ci sono personaggi assolutamente buoni, dolci, pervasi da una caratterizzazione netta. Così come non esiste propriamente il male. Si è sospesi in questo limbo di significato in cui il bene e il male non sono mai netti e separati. E dire che in sostanza non esistono errori ci fa pensare quanto questa proposizione sia internamente collegata al paradigma morale kafkiano. Provare a fare un’applicazione. Io cammino, vado con i passi su un muro di mattoni, in equilibrio come faceva Proust, poi ad un certo punto inciampo ed esco fuori dal tracciato longilineo e perpendicolare della traccia dei mattoni, e cado a terra. Questa altro non è che un’applicazione della regola cammina su seguendo la traccia dei mattoni e non mettere mai un piede parallelamente all’altro, potresti cadere; l’individuo x, ha applicato questa regola ma poi non è riuscito a non sbagliare, è inciampato, e si è fatto pure tanto male. Tanto che chi gli va in soccorso gli dice “ma dove metti i piedi?”. L’applicazione della regola è venuta meno, potremmo dire che l’individuo x, malcapitato, ha sbagliato e ha commesso un errore; un venir meno dalla regola che lui ha cercato di seguire, regola, seguita la quale, egli è in grado di camminare rettamente e di evitare, quindi, la caduta nella terra bagnata, quindi sporcarsi, anche. Ha commesso un “errore”, ma se ci fosse stato Kafka lì vicino, che passava, lo avrebbe fermato e gli avrebbe detto “hai fatto bene, non hai commesso nessun errore, va bene così, non sentirti in colpa”. L’errore non sarebbe esistito, non c’era un errore, quindi vuol dire che se non esistono errori, sostanzialmente, quindi relativo alla vita e a come sono le cose, non ci può essere per definizione una regola tale che uno se sbaglia  a camminare, cade a terra. Paradosso. Le regole sono essenziali. In ogni campo delle cose umane. Ma l’affermazione kafkiana è ancora più profonda di quello che può apparire ad uno sguardo superficiale. Se non ci sono errori, allora vuol dire che ogni cosa nel mondo va per il verso giusto e che non c’è una teoria superiore ai fatti concreti. Non c’è un’idea antistante o che sta sopra l’applicazione pratica. Dire che non esistono errori è dire che ci sono soltanto fatti individuali, eventi o stati di cose individuali e la teoria non c’è, ci sono solo cose materiali, l’idea non esiste. Perché, se fosse esista una regola generale tale che, se io metto un piede di traverso allora cado dal muro di mattoni, allora io avrei sbagliato. Ma nonostante io cada a terra, io non ho sbagliato. Dire che non esistono errori è negare l’esistenza di un qualcosa di superiore che regge le condotte individuali. Come i romanzi kafkiani o gli emblematici racconti, in cui non c’è propriamente una fine o un finale educativo, o di risoluzione dei fatti. E’ possibile un mondo senza morale? Un mondo senza la possibilità di un’idea che conduca le azioni materiali, concrete, empiriche, individuali? Su questo bisogna riflettere ogni volta che si fa caso all’affermazione kafkiana, in base alla quale, non esistono errori. Sostanzialmente, in essenza alla vita stessa. Quindi non ha nemmeno senso dire che errare è umano, che fare sbagli è umano, perché gli sbagli non esistono. Si fa sempre azioni che non possono nemmeno essere definite “giuste”, perché se non c’è un termine di paragone che definisce lo sbaglio, allora, non c’è nemmeno quello che definisce la giustezza, correttezza di un’azione. Un mondo in cui non esiste una teoria e ci sono tanti fatti individuali non ancora definiti. Un mondo forse più libero. Meno autoritario. Assurdo Kafka ma anche contemporaneo, molto contemporaneo.

Giovanni Sacchitelli

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