In evidenza: una giovane Kate Bush in kimono rosso ai tempi di The Kick Inside, 1978.

La poesia, i versi, l’espressione dell’anima non sono cosa che può essere “insegnata” (ognuno dentro di sé ha un vissuto psicologico particolare e ognuno lo esprimerà nell’atto dell’ispirazione secondo quanto gli dice la testa e la penna in quel momento), nel senso di una vocazione dell’anima ad essere rivolta in versi, alla parola danzante come diceva un famoso filosofo (una parola che metaforicamente non è “ancorata” a stati di cose da descrivere, ma sta sospesa a denotare oggetti di metafore e di tutte le altre figure retoriche e strutture di rime, di prosodia). La parola denotante è quella “descrittiva”, quella che dice la realtà com’è, com’è quella scritta sui fogli di giornale o come quella di un elenco telefonico. Varie le forme della poesia nel corso degli anni e vari i metodi, le misure, la metrica e i punti di vista. Se libera e sciolta come quella di Prevért e il suo cet amour (1946) o se matematica e precisa nelle sue forme e nei suoi ingranaggi. Ma meglio quella francese. Se una poesia deve esserci, quest ultima, a mio parere deve essere sentimentale e talvolta anche ingenua, perché così è l’amore, così è la vita dell’anima. Per poesia sentimentale intendo una poesia affermativa, diretta, che non è intrisa di disillusione e che descrive i moti del cuore in maniera netta, trasparente, cristallina. Quasi adolescenziale e da collegiali. Dire quello che passa per la testa quando si torna a casa dopo una giornata ricca di emozioni e di sensazioni. Una poesia di tale sorta arriva dritto al dunque, è un verso “sereno” e non si nasconde dietro serpenti sintattici o rime emblematiche che in realtà nascondo incapacità di esprimere i propri sentimenti o di nasconderli come quando si nasconde l’amore con l’odio e la diffidenza. La poesia di Neruda appartiene a questo tipo di espressione poetica. Shakespeare e i suoi bei sonetti. Garcia Lorca o la lirica di Baudelaire. Come ho già detto in precedenza, la forma-canzone, quindi la poesia dei cantastorie  o cantautori, sono liriche e poesie a tutti gli effetti. Pertanto vanno considerate, analizzate, commentate come se fossero versi di poeti non musicanti. Andrebbero messe nei libri di testo. Si pensi ad esempio al Gatto e la volpe di Bennato (1977), perfetta descrizione del mondo dei manager e dei furbi approfittatori. Quelli che promettono ma poi non danno, quelli che quando poi non soddisfi più i desideri del pubblico non vali più niente e ti abbandonano. La poesia e il poeta sono gli strumenti di un detto diverso, che, danza, ovvero sta sospeso sopra le righe di un foglio e quelle parole non sono una descrizione del mondo, come quando si dice “quella mela sta sul tavolo”, ma sono parole diverse, con un ritmo ed un tempo differente da quello della parola descrittiva; tutti ricorderanno quando il professore Keating (“..we don’t read and write poetry because it’s cute. We read and write poetry because we are members of the human race […] “. Scriviamo e leggiamo poesie perché siamo membri della razza umana ed essere umani significa essere sentimentale e vivi) de l’attimo fuggente, quando sale sui banchi, dopo aver stracciato le ascisse e le ordinate della “poesia formale” e poi tutti gridano  o capitano!, mio capitano!. In quel caso la poesia non può essere semplicemente letta con metodi universali, strutturalistici, di teoria della letteratura. La poesia è quell’autore singolo che si esprime, com’è il suo vissuto particolare singolo, come sono i suoi pensieri irripetibili e non succede che applicando una teoria matematica di interpretazione (ad esempio basata su contesto storico – espressione letteraria) poi si arriva all’essenza e si capisce cosa volesse veramente dire quell’autore. Utile è per comprendere cosa c’è intorno a quell’autore, quali erano le sue influenze, ma non credo si possa universalmente dare una teoria che possa sussumere sotto ogni caso particolare una regola generale di interpretazione dei fatti poetici. Sopra dicevo che la poesia deve essere sentimentale, dolce come quella di Keats o come la prosa perfetta di Flaubert (quello che diceva che impiegava giorni anche per scegliere una singola parola, dimostrazione di quanto anche un singolo spillo possa cambiare le sorti estetiche di un intero libro). La poesia deve essere sentimentale, diretta, senza fronzoli, non cattiva, non velenosa, non remissiva. L’amore sentimentale e la poesia sentimentale come espressione di esso, deve essere altrettanto dolce, sincera, trasparente. Come la musica pop, che parla di temi universali e dell’amore, sempre. Mi sono sempre chiesto perché le canzoni parlino sempre d’amore, soprattutto quelle in lingua italiana. Non c’è mai una canzone che parli di un merlo o di un ponte abbandonato. Perché i versi e la canzone, sono espressione di quell’anima che spesso si nega; mi rimase impressa e al contempo restai interrogativo ascoltando una volta in televisione l’annuncio di un presentatore che annunciava la dipartita di una poetessa e poi sottolineava la sua, una costante ricerca dell’anima. La poesia è espressione dell’anima. Ma, il fatto che in una trasmissione televisiva questo venga detto con un tono quasi di distanza, e non con il giusto peso, fa riflettere; è la cosiddetta tolleranza repressiva, ovvero quegli strali della società, quelle parti e quei membri (i poeti e la loro ricerca diversa, il loro “lavoro” diverso), vengono relegati in un secondo piano, come esseri secondari, “strani”. La poesia di Alda Merini è di questo tipo e fa parte della serie di poeti sopra esposti come poesia diretta e sentimentale. Come espressione talvolta cruda e diretta di struggimenti interni. La ricerca dell’anima, questo è la poesia. Non deve sorprendere se poi se ne faccia spesso una grottesca e squallida parodia nei momenti in cui il pathos diviene “troppo pesante” e si rischia poi di farsi trascinare dal poeta nel suo mondo cupo. Se quel presentatore televisivo ha usato quei termini, di “ricerca dell’anima”, magari mettendo dietro il suo sfondo digitale un libro aperto con una rosa sopra, questo vuol dire che cultura = distrazione, cultura = mancato senso di realtà, poesia = pazzia. Che senso avrebbe in un mondo denotante e assertivo, cercare un verbo alternativo un modus di visione delle cose diverso? Quel cronista, quel presentatore televisivo, ha fatto una dichiarazione di stile, ovvero ha evidenziato quanto la poesia, in fondo, diventi inutile, in un mondo in cui caos e deformazioni sintattiche e di parola regnino sovrani. Una frase di Shakespeare serve per fare colpo su qualcuno / a o nei baci perugina. Una frase di Neruda serve per una dedica ad una persona che magari non sa nemmeno chi sia il poeta cileno. Perché, e qui viene la lezione di poesia, la ricerca dell’anima non è inutile, non è qualcosa di strano o di non allineato / adeguato alla realtà. Così che, per tollerare la figura del poeta, che non è aitante come gli impiegati di concetto,  lo si trasforma in saggista, in proprietà degli editori, o in personaggio da talk show o da conferenze alla Feltrinelli. Le cose intime e i pensieri di quel singolo autore vengono (come avveniva in Valore e visualizzazione. Analitica dell’esserci in rete)  moltiplicati, resi tanti quanti sono i prodotti della catena di montaggio che scarica tonnellate di carta pesante nelle librerie o nelle biblioteche. La poesia è cosa intima, non pubblica. Me lo immagino Baudelaire a rispondere alle email e poi tornare nella caverna del suo spleen. La poesia sopra dicevo, deve essere sentimentale. Essere sentimentali e in precedenza utilizzati il termine affetto, è un andare sopra il materialismo e vivere di pathos e momenti nobili, elevati, la cosiddetta spannung. Ora, questi momenti nella società della tolleranza repressiva, quella che mette i libri in uscita in programmi dedicati o in un lasso di tempo culturale in cui ci si fa immediatamente seri e pensosi, questi momenti sono “inutili”. Che senso ha stare pensosi e “lenti” davanti ad un tramonto o guardare negli occhi la propria amante per ore ed ore se poi questo ha come fine ultimo “la distrazione” e la perdita poi del senso di realtà. I poeti vengono spesso parodiati in trasmissioni comiche di bassa lega, con gente convinta che far ridere sia umiliare il prossimo. La ricerca dell’anima è la ricerca dei sentimenti puri, dell’amore. La poesia parla d’amore, ma se non si è disposti ad amare, se si è insensibili e se non si è in grado di mettersi da parte, allora non si potrà mai diventare poeti. Si scriveranno poesie ma non si è poeti. L’amore e i sentimenti divengono oggetto. Oggetto dell’industria culturale. Oggetto del botteghino. Amo da pesca per iscrizioni a programmi culturali altamente discutibili. Oggetto per far soldi a discapito dell’autore e contro le sue volontà. Non credo che si scriva o si diventi poeti per far soldi o per la fama. Il lessico dell’umiltà si esprime attraverso la semplice volontà di esprimere i propri pensieri, anche tenendoli in un cassetto. Quando poi questi pensieri vengono tirati da un cassetto e portati fuori, il poeta diventa lavoratore. La sua una ricerca meccanica, automatica, sterile come quella di un rabdomante, che cerca tesori inesistenti. La poesia parla d’amore, è dedica ad un bel viso o dei begli occhi. Per essere e per fare queste cose non serve metodo, non serve cervello, serve il cuore e i buoni sentimenti. I poeti sono buoni e fragili e poi finiscono al manicomio perché non servono. Alla società del consumo, la poesia e i momenti catartici servono da sfondo a campagne pubblicitarie, a film con tanto di citazione colta all’inizio per fare presa sull’uditorio, servono per fare soldi o per mettere colonne sonore a trasmissioni “sentimentali”. Poesia e produzione, sentimento e produzione. I poeti non “lavorano”, i poeti scrivono. Scrivere è una ricerca dell’anima, questa che in un mondo sempre più arido e meschino, diventa quasi inattuale. La poesia è pulizia della forma. I poeti voci diverse dal coro e spesso in esilio come in Un cuore semplice (cfr. mio articolo precedente). Questo vale per tutte le anime volgari convinte che declamare un verso con tono nobile ed alto sia cosa inattuale e “troppo seria”. Questi non sapranno mai cos’è la percezione estetica e guarderanno al mondo sempre a qualcosa in cui occuparsipassare le giornate, spingendo un tramonto verso la fine come si porta un aquilone a terra nonostante voglia ancora volare. Per tutti quelli che incapaci di sentimenti nobili fanno delle parole importanti e profonde oggetto di parodia per comicità da quattro soldi per uomini e donne che mai hanno avuto pensieri diversi nella loro testa se non di riempire il portafoglio e guardare le partite di calcio. La poesia è vita. Parlare soltanto e descrivere con il cervello è il suo contrario, la stasi. Poesia è bontà d’animo. I malvagi non scriveranno mai poesie, si limiteranno a copiare quelli che sono buoni e parlano d’amore fraterno e romantico. Fine è l’animo del poeta. Inattuale e desueto il suo modo di parlare e la sua visione troppo pura della realtà. Il peggior nemico del poeta e del suo animo nobile sono i nichilisti feroci e il poeta li guarda non con odio, ma con pena. Questi vivono nelle bassezze della loro volgarità e del loro materialismo, convinti che la vita sia sempre qualcosa su cui riderci su, sempre. Anima frammentata e tronca. Vedono i momenti nobili inutili, troppa distrazione potrebbe poi disancorarli alla realtà e poi non riescono a pagare le bollette. L’arte e il denaro sono nemiche quanto il fuoco e l’acqua che lo spegne. Non si scrive per soldi, non si scrive per la “fama”. Si scrive per mettere su carta il proprio animo complesso e se poi qualcuno, furbo, ci specula, questo verrà punito un giorno dal Dio della parola, che soltanto chi è buono e sentimentale potrà guardare in faccia. Stanno lontano dalla società i poeti, inadatti, troppo pensosi e con tanti scrupoli. Con la paura di ferire il prossimo, educati e schivi. La loro anima che è come un peso che va a perpendicolo dalla testa ai piedi, sta goffa tra i passanti e non riescono ad essere come loro. Veloci, netti, istintivi, come se avessero già tutto programmato nella testa e poi tutto divenisse scontato e ovvio. La poesia, invece è meraviglia. Meraviglia di fronte all’odio. Alla cattiveria gratuita. Al male a viso aperto. A chi fa del male e poi mai si pente. Ma per questo c’è una cura, è l’amore ed io avrò cura di te.

Giovanni Sacchitelli

 

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