In evidenza un fotogramma tratto da L’isola del tesoro, 1950.

Quando parlavo de Il compito di educare (cfr. articolo omonimo, con riferimento al film Io speriamo che me la cavo, come simbolo di un vecchio cinema che descriveva l’uomo del nord, l’uomo ligure che porta educazione e valori in una Napoli dei bambini privati dei sogni, dei bambini che già piccoli indossano la giacca bianca dei gelatai e piccoli quasi si perdono dentro il frigorifero, dei bambini che già da piccoli vanno a fare cartoni e dormono sul banco perché di notte lavorano. Quel film, con un carattere centrale impersonato da Paolo Villaggio, il professor. Marco Tullio Sperelli, è il simbolo per eccellenza di un’educazione scolastica, dove il termine educazione va inteso come lo intendono gli inglesi, education, come “formazione e nozioni apprese”, che vuole tirare le persone dalla strada e dargli senso civico, di contro al pragmatismo, al dialetto imparato precocemente ad un senso di realtà venuto troppo presto, quando ancora l’anima dei bambini chiede colori, e immaginazione), facevo riferimento al termine “compito” non come compiti da fare a casa quando si va a scuola, tanto come “azione, dovere, responsabilità, azione fatta con senno, azione responsabile”. In quel senso intendevo il termine “educare”, ed il compito di educare era, come affermai, educare ad altre facoltà, nel senso di uno sviluppo delle altre facoltà, quali sono l’immaginazione, la fantasia, il fantasticare e anche il cambiare sensi e significati; l’educazione, come compito, quindi come azione responsabile, come lavoro educativo, è un’azione di grandissima responsabilità in quanto, come diceva Nanni Moretti in Aprile, chissà che carattere avrà suo figlio e come si svilupperà nel tempo. Educare non è un compito da fare a casa, il termine non va inteso come quando si fanno i compiti per il giorno dopo, per “compito di educare” va inteso il senso “missione di educare”, “azione responsabile volta ad un preciso fine educativo, morale, conoscitivo”. Per questo azzardai ad affermare, risultando magari estremo e inattuale, che non bisogna educare al lavoro; come intendere questa proposizione. Quando facevo riferimento a Marx e al suo concetto di alienazione, avevo in mente le conseguenze nefaste di un’educazione al lavoro come punizione, fatica incessante, negazione continua di altre facoltà e del principio vitale. Ne conseguiva la trasformazione dell’individuo in uomo-macchina dove progressivamente si spengono le luci e subentra un buio pesto in una valle di lacrime. Più appropriato è intendere quella mia precedente affermazione come educazione all’azione fatta con piacere, al lavoro come job, come desiderio realizzato, come azione spontanea. Perché, e qui viene il compito di educare come responsabilità, se si forma qualcuno al lavoro come fatica incessante fine a se stessa che porta alla progressiva perdita del senso di realtà o di aggancio con il mondo, alla cancellazione delle emozioni spontanee, allora bisogna stare molto attenti, perché ciò che si sta formando in quei momenti potrà poi assumere idee o convinzioni che staranno nella sua testa per tutta la vita. Come i bambini di quel film di Lina Wertmüller, che sono come i grandi, sono adulti in miniatura: portano l’orecchino, sono leggere e vanitose come donne adulte, quasi si truccano, parlano dialetto con un tono mafioso e aggressivo, lavorano di notte, sono immessi in situazioni di grave indigenza economica che porta così una povertà educativa, comunicazione scarsa e ruolo preponderante del denaro, perché quando non ce n’è, diventa quasi qualcosa a cui tutto si riferisce, quando non ci sono soldi. Quei bambini, che erano così simpatici e spontanei, diretti, c’è già il piccolo bullo più cattivo degli altri che usa il motorino con la miscela, che impenna, con i capelli impomatati come Al Pacino e che poi alla fine si rivela umano, come tutti gli altri. Perché i cattivi non sono mai cattivi, sono soltanto vittime di qualcosa o qualcuno più forte di loro. Non è un caso se una delle colonne sonore del film sia Armstrong nel suo what a wonderful world, che è il mondo è meraviglioso anche se sta in un contenitore malsano, come era Napoli per quei piccoli uomini e piccole donne che pensavano di essere già grandi ma essere grandi non significa essere disillusi e senza speranza, quando non c’è più meraviglia per ogni cosa e quel litio sono il comune pensare, essere grandi significa avere la capacità di pensare con la testa propria. Quello che l’uomo ligure cerca loro di insegnare, anche contro la camorra, o contro tutto ciò che dovrebbe preformare a priori la mente dei pargoli, facendoli così per sempre. In quella piccola classe si cerca di portare valore ed educazione: 1) rispetto per le donne: fiori per la festa della donna 2) rispetto per chi la pensa diversamente 3) rispetto per chi viene da una classe sociale diversa 4) l’arte e il suo valore educativo, visita alla reggia di Caserta 5) ognuno deve fare il suo dovere: quando i portantini stanno fermi e non portano subito la donna sull’ambulanza perché quel tipo di azione-efficiente, tipicamente del nord, lì non c’è ed il lavoro è un posto da occupare. Perché quei valori, in quella piccola classe non esistevano se non come si dice e si tramanda e c’era un’afferenza istintiva a questi modi di dire già da piccoli, e quando arriva il professore dal Nord tutto sembra già fatto e i bambini già grandi. Invece bisogna de-strutturare il carattere e far rifiorire nuovi valori e nuovi concetti, per educare con responsabilità. Per aggiungere e rendere più complesso il lavoro educativo, oggi aggiungo altri due concetti, da aggiungere al verbo educare e di questo sono corollari e elementi costitutivi. Insegnare ed invogliare. Quando si educa un bambino / a o un discente si fa uso di nozioni che vanno trasmesse (insegnare, dal latino “scrivere dentro, segnare dentro”) e bisogna in-formare la materia (in senso aristotelico di forma e materia). La materia viene formata da chi insegna (se precettore privato o professore). Informare è trasmettere forme, mettere forme nella materia. Per materia si intende non la materia scolastica ma metafisicamente il soggetto da educare che è come un vaso che si plasma dentro la terracotta, dove secondo la metafisica aristotelica, il soggetto agente dà forma e inserisce una forma nella materia, come si plasma un vaso o come si trae dalla roccia o dal marmo una scultura che è la forma (l’idea nel senso aristotelico del termine o “essenza”) che lo scultore decide di dare alla materia. Forma e materia, insegnante o docente o precettore privato o educatore e materia (discente, alunno, allievo). Parlavo sopra di insegnare e invogliare, e l’insegnamento è un’informare, no nel senso di “oggi è sciopero, volevo informarti”. Il termine informare non va inteso come informazione televisiva o informazione letta su un giornale. L’equivalenza insegnare = informare va inteso come scrivere dentro (dall’etimo latino di in-segnare) e così dare una forma alla materia. Io informo un allievo e scrivo, metaforicamente, dentro la tabula rasa della sua anima di modo che poi questa abbia una forma, ovvero un carattere e una personalità. La metafisica aristotelica è molto esemplificativa a riguardo, indica come metaforicamente una persona da educare sia qualcosa in cui noi scriviamo dentro (e questa scrittura non deve essere forzata, ma deve essere armonica e rispettando anche le potenzialità e le disposizioni caratteriali di ognuno) e poi formiamo secondo l’idea educativa (che è l’essenza dell’educazione, la giusta educazione che i filosofi si chiedono. Perché raggiunta l’idea di educazione possiamo formare persone rettamente secondo principi oggettivamente validi) che abbiamo in mente. Nel compito di educare, adesso, aggiungiamo ed arricchiamo questa definizione aggiungendo due lemmi: insegnare (e poi invogliare come tecnica di insegnamento) e informare. Ne consegue che se scriviamo male poi queste persone da educare vivranno anche male, secondo quei principi che sono stati immessi in maniera errata. Penseranno sempre “da piccolo mi dicevano così ed adesso faccio così”. Se formiamo male le persone, questa forma, come un quadro venuto male, saranno mal-formati per sempre. Da qui la responsabilità di educare e di come anche il più piccolo corpuscolo, idea, principio, sbagliato possano poi deturpare la psiche (da qui l’attenzione estrema che bisogna porre dando troppo precocemente strumenti digitali come smartphone, tablet o agganci con la realtà virtuale che può portare conseguenze nefaste con tutti i pericoli che la rete contiene, per una mente non ancora forte da distinguere reale da virtuale) e di come una psicologia ragionata (filosoficamente ed eticamente sostenibile) sia fondamentale per educare alle giuste regole che poi saranno gli adulti futuri. Un giusto insegnamento, è un insegnamento alla coerenza. Se quindi si trasmettono nozioni (si in-forma), queste nozioni, se si è scelto di farle entrare nella testa così malleabile ed influenzabile delle giovani menti, andranno introiettate e fatte proprie, secondo un principio di coerenza che sta alla base di ogni educazione filosoficamente fondata; coerenza, applicazione, introiezione. Introiettare vuol dire dirigere verso l’interno, dirigere dentro. Se quindi nell’atto informativo un discente dirige verso l’interno le nozioni apprese, queste in lui vivranno e agirà secondo quelle nozioni che sono state accuratamente scelte e ponderate a priori. Eticamente valutate nelle loro conseguenze. Le parole sono importanti e mai sottovalutarne l’importanza. L’introiettare di una nozione va si che il lavoro educativo di insegnamento abbia un senso futuro e con esso si vivano le relazioni. Per un mondo diverso che, dalle basi crea individui formati ad un mondo di civiltà, pace, accettazione delle diversità e soprattutto un mondo in cui la felicità è possibile, in cui i sogni si realizzano e si viene lodati per i propri meriti. Chi è bravo va complimentato e valorizzato. In caso contrario si hanno raccomandazioni e imposizione (cfr. La paura e l’ignoranza). Quanto mai emblematico l’esempio di Io speriamo che me la cavo e quella Napoli povera e pericolosa. Il secondo termine che è una tecnica educativa di insegnamento è l’invogliare. Trasmettere voglia e volontà. Come intendere questo termine. Avere voglia di fare qualcosa e sentirlo dentro. Invogliare significa trasmettere la volontà di fare qualcosa attraverso un modus educandi anche diverso da quelli consueti, con immagini e colori, immaginazione e non soltanto le cose come sono. Trasmettere anche il senso dell’azione e del lavoro (cfr. piacere). Perché la felicità è possibile, così come un mondo realmente felice è possibile, senza paura e con il sorriso, quello vero.

Giovanni Sacchitelli

 

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