In evidenza: William Hurt e Marlee Matlin in Children of a lesser God, 1986.

Fare qualcosa sotto il consiglio di, il consiglio di vietare alla visione i minori di un film violento o la visione consigliata con un adulto (che nella tv di altri tempi era il bollino verde, giallo o rosso in basso a destra delle televisioni) farsi aiutare da, entrambe azioni che riguardano le umane cose, le quotidiane azioni (“… e che la vita ha un andamento strano […] per chi ha bisogno di un’altra mano mettiamo, e per chi ce l’ha..” diceva il malinconico Ivano fossati in Milano, del 1983) le quotidiane questioni perché c’è sempre bisogno di qualcuno che ci insegni ad iniziare (cfr. dell’inizio), che ci dia il via, il benservito,  qualcosa (come il manuale di istruzioni quando si monta un mobile) o qualcuno che ci aiuto nello svolgimento o nella realizzazione di un compito; il consiglio e l’aiuto sono corollari dell’insegnamento, ne fanno parte come elemento strutturante e spesso l’aiuto, anche psicologico di un specialista, sono anche una forma di insegnamento in sé e poi per quanti vorranno ascoltare il nostro resoconto esistenziale. Nulla si fa da soli, nessuno si salva da solo, e anche quando questo accade c’è sempre l’altro te stesso o la voce della coscienza che ti dice cosa fare e cosa non, una sorta di intuito interno che è come una lampada che si accende quando bisogna prendere una decisione (cfr. decidere); il rapporto stesso con il testo, quando ad esempio si scrive nella scrittura clinica o di report esistenziali, è sempre un rapporto a due, tra lo scrivente e la sua oggettivazione, la proiezione dei propri pensieri e il proprio Io. Tutti quanti abbiamo chiesto consiglio o aiuto a qualcuno, quando da soli non ce la facciamo, quando abbiamo bisogno di conoscenze maggiori oppure di uno sguardo esperto, che trascende quando abbiamo fino a quel momento appreso o esperito; da qui il ruolo essenziale dell’esperienza come formante la mente che trasmette nozioni, che chi sa di più poi insegna, consiglia, aiuta chi sa di meno. In qualsiasi svolgimento di un’azione c’è sempre una parte che per essere realizzata ha bisogno di un altro, che sia reale o simbolico; quella parte altra la possiamo rintracciare e ritrovare anche in noi stessi e così fungere da insegnante di noi stessi, educarci, formarci per arrivare dove fino a quel momento non riuscivamo ad arrivare e così diventare mentori e maestri di noi stessi. Il consiglio e l’aiuto, per chi versa in condizioni di abbandono, esclusione, emarginazione, disagio psichico (ho scelto come still in evidenza il film Figli di un Dio minore, sia per il tema educativo di docente-allieva, sia per l’innamoramento che poi scaturisce da questo rapporto di insegnamento quando diviene più intenso e sentito, ma soprattutto perché stando alla traduzione italiana del titolo, “figli di un Dio minore” sono i sordomuti, come è Sarah Norman che è simbolicamente di serie B, come sono quelli che non vengono sani. Ma proprio per questo sono invece speciali e meritano attenzioni diverse proprio in virtù della loro diversa e più ricca percezione della realtà) sono spesso un pungolo per rivolgersi ad un consulto psicologico (e qui il primo raffronto tra psicologia e pratica filosofica, che sono due cose diverse, così come il ruolo della terapia verbale, essendo lo psicologo ancora una figura assistenziale a differenza del filosofo che è un maestro di vita, e agisce con etica) oppure per approdare all’idea, spesso contrastando con loro stessi, di parlare con un amico saggio, con chi ne sa di più della vita, con chi ha più maturità ed esperienza. La maturità, quella vera, vede le conseguenze delle condotte sbagliate e mette sulla retta vita. Il consiglio e l’aiuto sono i verbi dell’animo saggio e sensibile che capisce e comprende il disagio nell’altro o il suo bisogno di conoscenze accessorie o di un aiuto anche materiale talvolta (dove per materiale si intende economico), perché nulla è semplice, a nulla si arriva totalmente da soli, c’è sempre bisogno di un altro occhio che guidi e che accompagni la mano ed i gesti. Quella figura orante possiamo essere anche noi stessi quando ci sdoppiamo e ci vogliamo bene, agiamo con gli strumenti delicati dell’umiltà e facciamo riflessione, meditazione, training autogeno (schema e passi di rilassamento inventato dalla psicologia), ovvero una scaletta di gesti al fine di calmare corpo e mente anche parlando a noi stessi; l’anima, come diceva Platone, è sempre un due, un rapporto a due, per una oggettivazione che fa si che ogni pensiero ed ogni azione interna sia sempre in rapporto e speculare ad un oggettivazione che l’altra parte dell’Io, non si è mai soli e quando si è con se stessi ci si oggettiva in un oggetto (qui il termine oggetto va inteso non in senso materiale ma come alterità, posizione dell’Io di un non-Io nella coscienza), e si possono anche fare riflessioni o prendere decisioni argomentandosi a se stessi, come quando si passeggia o si cammina vicino ad un fiume aspettando che mi venga in mente qualcosa. Il consigliare e l’aiuto, sono due caratteri di chi comprende con empatia il disagio o il bisogno di un altra determinazione dell’essere (il consiglio può essere visto filosoficamente come il passaggio da due stati dell’essere: a) non essere capaci o in grado di fare x b) essere in grado di fare / essere capaci di fare x, dove x = abilità, azione, compito, azione fatta di sub-azioni in sequenza, capacità di introspezione et cetera), di cose che non si era in grado di fare e che con il consiglio (che è una forma e un corollario di insegnare) adesso riesce a farlo o ad esserlo. Il consiglio è spesso orientato a fare autocoscienza nell’altro, ovvero di capire da sé che si era in torto a fare qualcosa o che si sbagliava nel farlo, si esagerava. Quante volte: ti consiglio di andare da un medico per quella cosa, ti consiglio di leggere questo libro, ti farà bene, ti consiglio di smetterla con quell’abitudine, non ti rendi conto di come ti sta facendo male. Il consiglio, parte da uno sguardo empatico di scrutare nell’altro il bisogno di avere maggiori conoscenze (anche per analizzare se stesso), di avere bisogno di un aiuto materiale-economico che possa tirarlo fuori da una situazione perché non c’è niente di male a chiedere aiuto e a farsi guidare, quando è il caso e quando se ne sente il bisogno. L’aiuto è una forma di consiglio, ne è una specificazione, è un consiglio volto a portare fuori una persona da situazioni di malessere psicofisico e che all’esterno è lampante. L’aiuto è una forma di accesso all’altro necessario, un consiglio necessario. L’aiuto è la determinazione di un soggetto che è in una forma essenziale di disagio psichico, che non è in una forma sana e accettabile e necessita di un consiglio volto a passare da uno stato di essere malato o essere depresso a essere sano e normale. L’aiuto sopraggiunge quando il soggetto interessato non è più se stesso, è fuori di sé, e necessita seriamente di un’aiuto psicologico o filosofico. Perché ho scelto oggi, ventisette Aprile, che la primavera lascia posto lentamente all’estate e l’aria diventa più pesante come le norme dello stato che un po’ alla volta sostituisce il green pass (il vaccino non è il risultato o l’effetto dell’ottenimento di uno documento elettronico, è invece la causa della nostra salute e di quella degli altri, non va visto come imposizione o come obbligo, è stato creato da chi sa il suo mestiere ed è più che sicuro) con la libera uscita dei carcerati,  i temi del consigliare ed aiutare (come due verbi da mettere insieme nella serie dei verbi all’infinito già declinati in precedenza), perché il consiglio è il simbolo del dialogo. Il dialogo, come già spiega Platone la cui determinazione delle essenze è basata proprio sullo scambio reciproco di pareri al fine di ottenere l’idea, è secondo Bachtin il medium tramite il quale si realizza l’individuo, tramite il quale l’individuo diventa reale, presente, esistente, ed il simbolo di come, anche in natura, nulla sia singolo e monadico, ma tutto sia sempre un qualcosa a due, che si anche un dialogo con L’Io interno. La notte porta consiglio e la riflessione, la meditazione portano consiglio; nel senso che, anche stando con noi stessi, l’anima elabora sdoppiandosi ed oggettivandosi in un altro tu interno, al fine di ottenere la fine di un’argomentazione e la conclusione di un ragionamento interno volto a trovare la soluzione ad un problema, ad un enigma, ad una questione spinosa o apparentemente irrisolvibile. Quante volte si vuole essere lasciati soli con se stessi, perché lì lo sdoppiamento e l’essere sempre a due di ogni cosa, anche l’anima. Dopo una notte insonne, se lasciata con se stessa, l’anima dà consigli, da nuove cose, sintetizza soluzioni, da una dialettica dei contrari interna e autosufficiente. Questo quando si è soli. Ma anche quando si è con altri, il consiglio è una forma di realizzazione dell’individuo, che dallo scambio reciproco di opinioni poi sintetizza (cfr. Hegel tra i ciliegi) altre forme dell’anima, nuove nozioni, nuove forme di essere apprese, nuove conoscenze / capacità di fare cose che da solo non sarebbe riuscito a fare o magari si ma con una capacità diversa o più lenta. Il consiglio è l’anima che si rivolge ad un altra anima. Taluni, poi, decidono di chiedere questo consiglio a figure che denotano entità metafisiche, il consiglio di un parroco e quegli insegnamenti saranno strumento per raggiungere posti metafisici e guadagnarsi la redenzione. Alcuni chiedono consiglio ad un parere di uno psicologo. Altri a quello di un filosofo. Il bisogno di avere un consiglio nasce dal fatto interno di avere bisogno di altre determinazioni dell’essere e di ottenerle nel rapporto duale e  con chi può aiutare, con chi sa di più su qualcosa, con chi ha più esperienza. Consiglio ed esperienza. L’esperienza permette ed è un trascendentale per dare consigli. Soltanto chi sa di più di un altro, chi ha fatto più esperienze ha la capacità di dirigere saggiamente l’operato di qualcuno e di metterlo sulla retta via. Il  bisogno di ottenere un consiglio da qualcuno, cosa che tutte le persone hanno e anche se lo hanno talvolta mentono a loro stessi affermando di stare bene, nasce dal fatto che il tempo vissuto non è sufficiente per determinare il futuro. Le azioni proiettate al futuro, le progettazioni (cfr. progettare) sono possibili soltanto se, in questo sguardo rivolto al futuro, ci sono delle conoscenze che provengono dal rapporto con l’altro. Come quando si vuole comprare un mazzo di fiori e si chiede consiglio al negoziante perché nell’obiettivo di conquistare la propria amata, si necessita di un consiglio che viene dalla conoscenza dei fiori e dalla capacità della forma e del profumo delle corolle o dei gambi che possa ottenere il fine comunicativo, sentimentale, del regalo o del dono. Bisogna vedere al consiglio come a del carbone che viene immesso nelle fornaci di una locomotiva per mandare avanti il suo motore a vapore, come qualcosa che serve per alimentarne il continuo funzionamento e che in caso contrario porterebbe al rallentamento, o peggio alla fine emblematica della corsa, con la locomotiva triste sui binari e ansiosa di ripartire. L’aiuto è un consiglio con maggiore enfasi, come l’aiuto che necessita qualcuno di un farmaco che possa riportare uno stato interno di salute che il corpo da  non riesce a ristabilire. L’aiuto quando si porta in mano una scatola pesante che il corpo non è in grado di trascinare da sé e necessita invece l’aiuto di una mano e delle braccia più forti o di un prolungamento nella forma di un carretto trascinatore di ferro. L’aiuto istintivo di quando si soccorre una barca che ha mandato il save our souls (S.O.S), o di una persona che sta affogando oppure di una casa che se non innacquata a dovere può incendiarsi del tutto e cadere a pezzi. Come vedete da questi esempi l’aiuto è una forma di consiglio, ovvero di estensione volontaria dell’anima altrui tramite azioni, quando la situazione necessita un consiglio obbligatorio, una situazione in cui se non ci fosse questo intervento esterno ci sarebbero situazioni peggiori ed irrecuperabili. Il consiglio è il dialogo con se stessi o con l’altro. Perché soltanto nel dialogo fecondo, con i giusti interlocutori, quelli che alimentano il dialogo con domande o osservazioni che sostengono il fine comunicativo, si arriva al consiglio, all’aiuto, al fatto che ogni cosa è sempre un Io ed un Tu, anche con se stessi. Un altro punto invece sul rapporto tra psicologia e filosofia. La filosofia è un discorso sui fondamenti delle cose, sull’essenza delle cose. La pratica filosofica ed il consiglio di un filosofo anziché di uno psicologo, riguarda due diverse visioni dell’essere umano. Discipline affini ma non identiche. La filosofia del consiglio e la pratica filosofica del consiglio, così come dell’aiuto, affonda le sue radici nelle considerazioni a priori che fa il filosofo e sulle conseguenze dell’azione consigliatrice o di aiuto. L’aiuto filosofico è un aiuto teorico sul fine non singolare delle azioni (se io ti consiglio di fare del bene non perché fa bene a te e al tuo cenacolo di amici o nel rapporto singolare e particolare del tuo Io empirico con altri Io empirici), ma sulla visione più generale della singola azione nell’orizzonte più ampio e nell‘etica universale dell’interazione dei singoli; la pratica filosofica è una pratica di concetti che il filosofo specula e contempla per poi metterli in pratica. Da qui la maggiore fondatezza di una pratica filosofica che aiuta e consiglia dopo avere contemplato gli universali, che sono oggettivamente validi, nel presente, passato e nel futuro. L’aiuto che il filosofo da, da consigliere, è un aiuto razionalmente fondato che ha come obiettivo quello del miglioramento della persona secondo criteri che sono stai stabiliti dopo riflessione, meditazione e ragionamento. Il consiglio in base alle conseguenze e alla responsabilità degli effetti di un’azione e di un aiuto. Questo fa la pratica filosofica. Il filosofo può curare, soprattutto se i suoi precetti teorici sono accompagnati da un’esperienza concreta e di vita che lo hanno mosso al raggiungimento di quelle idee teoriche che vuole trasmettere e tramite le quali vuole curare l’anima ammalata. L’umiltà di capire che ogni azione è un’azione a due. Il consiglio e l’aiuto possono venire da se stessi, quando ad esempio ci documentiamo prima di raggiungere un posto che non avevamo mai vissuto oppure quando chiediamo consiglio a chi ci è già stato di modo che le nuove forme che l’anima assumerà saranno guidate da un’esperienza pregressa in maniera saggia  a razionale. L’aiuto ed il consiglio, dicevo sopra, sono spesso risultato di uno sguardo empatico su chi sta male e ne ha bisogno, questo punto di vista è profondamento ancorato ad un etica razionalmente sostenibile che suggerisce che bisogna aiutare chi è in difficoltà e che fare il bene (cfr. il bene ed il male) è il fine dell’umanità. Se invece non si è formati teoricamente a vedere l’altro con un fine e mai come un mezzo (come diceva Kant), potremmo fare come in quella canzone: vivi e lascia morire. Lo sguardo empatico, filosoficamente sostenuto, ha come fine la diffusione dell’umanità e il dirigerla verso saggi obiettivi di bene ed accettazione reciproca. Consiglio ed aiuto per evitare il peggio, la solitudine, la depressione, il disagio psichico o i mali esistenziali. Ai mali esistenziali che riguardano l’esistenza, la filosofia risponde con toni pacati e democratici. Se il male fa male allora non è necessario. Il dolore non è necessario e evitare il male fa parte del discorso filosofico, della pratica filosofica. Consigliare ed aiutare per essere parte di un tutto e capire che soltanto nel dialogo fecondo l’anima può estendersi, cresce, acquisire nuove determinazioni. Non tutti sanno che anche quando sono soli, in realtà sono sempre sdoppiati in un Io ed un Tu interno. Consiglio ed aiuto oggi ventisette Aprile.

Giovanni Sacchitelli

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