Il migliore amico dell’uomo, il cane, i senzatetto o gli artisti ambulanti di strada spesso ne hanno uno di compagnia (il cane argo di Ulisse, Lassie che poi torna a casa), il miglior amico delle donne il gatto, e tutte le donne amano e si sentono dei gatti. Sono gli animali di compagnia o da soma (come il cavallo, l’asino, il bue). Sono i migliori amici o i migliori nemici, a seconda se vengono addomesticati o lasciati liberi, come in alcuni parchi, o negli zoo safari. Un tempo scrissi, nell’articolo Possiamo amare gli animali?, forse un po’ esagerando, ero più giovane, posto a mo di una quaestio medioevale, il tema (dove per tema non si intende il tema scritto per il compito di italiano, ma tema come “oggetto di discussione, argomento, cosa da spiegare”), dell’amare gli animali e ne conclusi logicamente (e si badi all’utilizzo di questo termine, “logicamente” e non praticamente, riguardo cioè alla pratica effettiva di tenere animali in casa, al guinzaglio o in un recinto, quando il concetto viene messo in pratica) che non si potevano amare per una questione di classi logiche di appartenenza e di tassonomia. Si tratta di filosofia teoretica. Pur tuttavia da un punto di vista meramente pratico (che riguarda l’etica e l’azione), invece, che si differenzia dalla questione filosofica logica, avere animali e chiamarli, come nel titolo di questo articolo quotidiano cari amici è più che possibile ed esperibile nella realtà concreta  avere conigli, cani, gatti, criceti, cavie peruviane e qualunque altro animaletto di compagnia; dissi anche in passato, citando Walter Benjamin, che gli animali non parlano perché se no gli uomini li farebbero lavorare. Come intendere questa frase. Gli animali, quelli dallo sguardo mansueto e calmo, come l’asino, il cavallo, i roditori di compagnia (i conigli), i cani delle razze non aggressive (un’aggressività quasi sempre indotta artificialmente dagli umani e che non appartiene agli animali in sé), a guardarci sembrano quasi chiedere pietà, talvolta e ci si chiede se in quelle testoline abiti coscienza alcuna o giudizio sui loro padroni; se possano realmente rendersi conto con coscienza e senno di quello che stanno facendo loro gli umani, se gradiscano il pranzo, se ad esempio un canarino dopo un pranzo abbondante a base di semi voglia anche il dessert o voglia dell’acqua gassata. Oggi, per parlare della filosofia degli animali e di come questi, seppur appartenenti ad una specie diversa (anche noi siamo animali, ma razionali, secondo la celebre definizione aristotelica), siano inferiori oppure possano essere messi sullo stesso piano di noi. Talvolta gli animali diventano anche cibo, spesso, e portano taluni a rinunciarne alle carni per dirigersi verso il vegetarianismo o il veganismo. Scelte etiche del tutto condivisibili, soprattutto quando poi si guarda come viene prodotto un prosciutto e come la sua origine, il maiale sia condannato ad una vita puramente vegetativa senza rendersi conto che poi finirà in pensione dentro uno speck. La fattoria degli animali di Orwell, che è un esempio di inversione e capovolgimento dei rapporti di dominanza. Fatto letterario concreto di come l’utopia comunista venga poi a trasformarsi un un’oligarchia in cui non siamo tutti uguali, ma c’è sempre Napoleon e i suoi che si impongono sugli animali più deboli. Dove sono gli animali a stare a capo di tutti e poi arrivano anche a mimarne i vizi e i gesti di superiorità (si ri-creano inoltre le gerarchie di superiori-inferiori, quelle che si volevano inizialmente cancellare portando ad un’uguaglianza che li avrebbe liberato dal giogo degli umani). Gli animali, introducevo sopra, sono meritori di affetto e tenerli fa anche bene alla salute, ci addolcisce, tenendo ad esempio animali mansueti in casa come il coniglio nano da appartamento, razze di cani da compagnia, animali che sono anche un pretesto per uscire fuori e farsi una camminata. La questione teorica, oggi, non è tanto sulla possibilità logica di amare gli animali. Tanto su quella pratica e concreta. Su come gli animali poi, vengano visti nell’immaginario collettivo, su come siano considerati da tempo. Come strumento per tirare aratri. Come strumento per trovare tartufi. Come strumento per tenere insieme o proteggere un gregge. Addomesticati ad essere cani da guardia o soprattutto nelle razze più aggressive come strumento per fare paura. Ma l’intenzione del Creatore era diversa. Come strumento da tenere in parchi o in zoo o in circhi per attirare l’attenzione dei bambini, messi talvolta in acqua putrida o in ambienti che riproducono il loro habitat naturale.  Giraffe ed Elefanti al freddo e poi  foche ed orsi polari esposti ai raggi troppo caldi per il loro progetto evolutivo interno. Il migliore amico dell’uomo, tra i tanti amici animali, è da sempre il cane. La sua indole mansueta e calma,  giocosa con i più piccoli, estremamente affettuosa e facile all’amicizia, lo rende quello più comune. Le donne preferiscono, (Baudelaire ci scrive a proposito una poesia: le chat, che stava dentro i fiori del male), i gatti, decisamente più femminili, anche nello sguardo e nella forma degli occhi, taluni davvero perfetti nella combinazione di colori, sono animali più per i fatti loro, definiti più egoisti e più per le convenienze, più individualisti, meno facili all’affetto, più furbi, più scaltri, più astuti, felini. Sono i due animali domestici per eccellenza. Tra loro combattono come cane e gatto e poi il gatto con il suo inferiore in grado, il topo; gli animali fanno parte delle famiglie, come Pluto per Pippo. Sono belli gli animali da tenere in casa e da gestire. La questione teorica è come però gli animali vengano ancora considerati, anche indirettamente, come sottomessi, come qualcosa che è sempre un essere senza volontà propria o capacità decisionale. Per fare un esempio: non è un caso che tutti i cartoni animati, o la maggior parte abbiano sempre come protagonisti animali: conigli, cani, gatti, conigli che hanno sub-conigli come animali di compagnia, topi, paperi. La saga di Topolino ha come protagonisti Paperi, Topi e Cani (anche mucche, si pensi ad esempio a Clarabella), cavalli, come se per impersonare quelle parti fossero più buffi e da ridere rispetto al fatto che quei caratteri fossero stati impersonati da umani veri e propri. Quanto dicono i cartoni animati riguardo a come vengono considerati gli animali. Sono diversi, ma ciò non è un motivo per considerarli uno strumento. I peluche sono sempre animali. Da un punto di vista della sociologia dell’uomo in rapporto alla considerazione con gli animali l’animale è ancora strumento. E non un fine. Spesso si dà a loro connotazioni negative: si pensi all’utilizzo dei dispregiativi: maiale, cane, asino, mulo, coniglio. Oppure quando si dice questa casa non è un porcile. Ancora l’animale come qualcosa da tenere in luoghi definiti, di etiche inferiori e con minor cura. Il lupo cattivo (che poi il lupo non è cattivo, è semplicemente un lupo e in quanto tale la selezione naturale gli ha dato quell’aspetto e quell’istinto predatorio e comportamentale che lo rendono adatto alla natura più selvaggia e non ai condomini) delle fiabe, il lupo mannaro, il gufo che è sempre sinonimo di presagio o il termine gufare come sinonimo di augurare infausti eventi o evoluzioni (come se fosse possibile associare a cosa ha il gufo in mente con quel suo aspetto esteriore apparentemente ostile e sornione), il leone che ruggisce e la tigre. Spesso sono soltanto aggettivi che diamo a questi esemplari e che usiamo poi senza che loro possano dire alcunché, per questo diceva quel filosofo, che gli animali non parlano, se no poi l’uomo se ne approfitterebbe e li farebbe lavorare, ma senza contratto e come paga un pasto freddo e indigesto. Oggi per riflettere di come gli animali, invece meritino di stare sul nostro stesso piano e non di essere oggettivati come protagonisti di cartoni animati, dove assumono vesti umane che loro nemmeno sanno poi di indossare. C’è ancora una sociologia dell’essere inferiore. Il fatto di portarli al guinzaglio, non è sempre sinonimo di libertà. Comunque, per questo, cari amici animali vi scrivo così, dagli umani, mi distraggo un po’.

Giovanni Sacchitelli

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