Del 1977 un film di Giuseppe Bertolucci, famoso come descrizione cruda e realistica degli ambienti di provincia, con caratteri toscani, alcuni presi direttamente dalla strada e non professionisti, che rendono reale e concreto l’idea di provincia come luogo delle meschinità, delle piccinerie, delle offese indirette, delle bassezze e della chiusura mentale. Quando vidi la prima volta questo film, dovetti poi bloccare la visione alla metà per l’eccessiva volgarità o basso materiale corporeo (Bachtin) che questo film, che Berlinguer ti voglio bene, trasmetteva e continuamente metteva su pellicola la cultura bassa e popolaresca, nella sua veste più spregiudicata e volgare; Bertolucci e la provincia, come luogo denotato da quel posto in cui il film è ambientato e da le situazioni che quel film così toscano (quanto quelli di Francesco Nuti) mette in scena attraverso una descrizione delle dinamiche (come quella del gruppo – singolo, e la discriminazione del diverso, quante squallide figure che attraversano il paese, come è misera la vita negli abusi di potere. Diceva Battiato) e verbi di espressione che ancora a distanza di anni suscitano interesse, come lo è stato per me nelle successive visioni del film. Mi piace vedere a quel film come il film della provincia per eccellenza, lo sono una dimostrazione anche la scelta dei protagonisti (in primis Bozzone, Carlo Monni, e Mario Cioni, Roberto Benigni) e i luoghi di Berlinguer ti voglio bene; i protagonisti sono dei manovali, dei muratori, stanno quindi a denotare la classe non scolarizzata (come il Mario Ruoppolo di Un cuore semplice che si lascia guidare dalla paterna e bonaria, nonché accogliente figura di Pablo Neruda. Il poeta colto che, con la sua apertura mentale, è in grado di voler bene anche a individui che socialmente vengono relegati in posti minori e di minore importanza) che sta in quegli ambienti di provincia, volontariamente descritti dal regista come squallidi e poco accoglienti (ne è un indizio anche tutta la fotografia del film, ancora pienamente anni settanta, stilizzata ed essenziale) in cui il metro di giudizio è la chiusura mentale e la discriminazione per il diverso (come avviene quando si da della signorina ad un omosessuale, escludendolo dal consorzio sociale e le battute da taverna dal gruppo che si impone sul singolo), per le donne, un ambiente proletario decisamente maschilista (tutti ricordano la famosa scena del dibattito, che sta a denotare il “momento culturale” all’interno di un ambiente arido e poco adatto alla riflessione, un ambiente in cui le bassezze, le vigliaccherie e le offese sono all’ordine del giorno. Il dibattito è principiato da due signorine, due femministe, che sono invitate a parlare dei loro diritti e della considerazione che esse hanno nei confronti di come vengono considerate dall’altro sesso), un ambiente in cui le dinamiche familiari, e su questo andrò ad imperniare questo mio articolo, sono basate sull’ assenza di figure genitoriali accoglienti e significative; la toscanità, cosa vuol dire essere toscani, Nuti, Benigni, quanto questi caratteri hanno saputo esporre e descrivere un popolo capace di tanta poesia, quanto a volte di momenti bassi o pragmatici.  Dante e Pieraccioni. Questo film è, a mio parere, una esposizione delle dinamiche familiari, dell’assenza di una figura materna accogliente (la madre di Mario Cioni, il Benigni manovale, continuamente fa sentire suo figlio inadeguato e sbagliato, come incapace di crescere) e di una figura paterna. Questi personaggi, che vivono situazioni a limite del tragico, con commistioni del comico e della disperazione, ciò fa di esso un film grottesco, sono succubi dell’ambiente in cui vivono, e diventano quell’ambiente, sono quell’ambiente. Non hanno la possibilità di cambiare la loro situazione e ad uno di loro addirittura viene diagnosticata la depressione, con tendenza allo stato vegetativo. Sono uomini con un rapporto difficile con l’altro sesso, hanno difficoltà comunicative proprio in virtù del maschilismo di cui anticipavo sopra, come carattere essenziale degli ambienti provinciali, da trivio, da locanda e da saletta video-games, sono pochi i momenti per la comunicazione (casa-lavoro) e ciò fa di essi dei caratteri poco comunicativi ed impacciati; sono circoli neri in cui piccoli sono gli spazi, angusti i posti da visitare e che tutti sanno di tutti. E’ la provincia e Bertolucci, in quel film del 1977, descrive benissimo, talvolta apparendo anche troppo diretto (come quando Bozzone si deve concedere per forza alla madre di Mario Cioni, perché quest ultimo non ha pagato un debito di gioco, lì l’uso di termini volgari e la mimica facciale di Carlo Monni toccano il fondo, ma sono cose che possono accadere) e decisamente volgare. Ma questa è la parte popolare della vita, così sono le provincie, nella realtà non si parla con la dizione e il vernacolo esprime tutti i sentimenti, dalla disperazione, alla gioia, alla speranza (si pensi ad esempio alla “lirica” cantata da Bozzone: noi semo quella razza). Il punto nodale su cui si impernia il film è a mio parere la scarsa considerazione che questi individui hanno da parte dei loro genitori e quindi come ad esempio avveniva in Nuti in Madonna che silenzio c’è stasera (1982). Quando la madre dice al figlio: ” almeno il tuo babbo qualcosa di buono nella vita l’ha fatto”, la scarsa considerazione, l’assurdo (quel film di Nuti è per certi versi più beckettiano, ancora più forte è il senso di vuoto e di assurdità descritto da quel film) e la conseguente bassa stima che i protagonisti hanno da parte della figura materna (la madre di Mario Cioni lo vede sempre come un bambino) li porta a proiettare nella figura del politico rosso Berlinguer la figura del padre bonario. Il padre che li possa voler bene, da cui anche il titolo del film Berlinguer ti voglio bene, l’espressione ti voglio bene è l’espressione di una richiesta di affetto (simbolico) da parte di lavoranti proletari che nel movimento comunista o socialista vedono una salvezza, una considerazione, un senso alla loro condizione; confinati nelle provincie stanno dal Lunedì al Sabato a lavoro, senza una donna (un ambiente dove la repressione si taglia a fette) e senza reali amici, se non persone che stanno insieme accumunate dallo stesso disagio, se possono si fregano a vicenda. In Berlinguer ti voglio bene, questi lavoratori, come individui facenti parti della classe non scolarizzata, hanno un cuore infantile, tenero, diretto. Come semplice ed essenziale è la loro vita e come semplice è il fluire del tempo. Simbolicamente Berlinguer è il loro padre (ad un certo punto Mario Cioni dice: “Berlinguer ci vuol bene a noi”), l’utilizzo dell’espressione ti voglio bene è semplice quanto quella di un bambino che chiede affetto diretto al padre, come sono quei lavoratori e come è il loro animo. In un certo momento storico Benigni prese anche in braccio Berlinguer e scrisse anche una poesia sul comunismo. Rosso sangue, rosso passione, rosso della battaglia, rosso del cuore semplice. Allora in quegli ambienti così angusti, Berlinguer diviene il padre ideale, il padre bonario che, nella sua figura di politico-intellettuale bonario, agli occhi dei lavoratori è il buono in una società fatta di meschinità, di un “amico” che non ci pensa due volte a fregarti e a fidanzarsi con tua madre, se l’occasione fa l’uomo furbo; questi individui disperati non hanno nessuno se non amicizie di compagnia e compagni di lavoro, è quindi quasi una figura messianica e divina come un faro che illumina la provincia. La provincia descritta dal Nuti di Madonna che silenzio c’è stasera, ancora più disperata e senza speranza. Questa è anche la toscanità, l’essere tetri e al contempo gigionare. Un invito alla visione ma attenzione agli effetti collaterali.

Giovanni Sacchitelli

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