L’ultimo episodio della saga di Rocky (di cui in Giallo uguale sole), del 1990 (per la regia di J. G. Avildsen, prodotto dalla United Artists), è un film dell’addio, addio alle vecchie glorie passate, addio alle armi, per ritrovarsi in quella famiglia che aveva tralasciato per dedicarsi a Tommy Gunn, e poi ritrovare invece, quel figlio, (Robert), Sage Stallone, reale figlio di Sylvester, che quando il padre allenava il cadetto atleta, stava a guardare con stupore, meraviglia, allenandosi con la maglietta di batman, e anche con un po’ di malcelato odio, per quell’intruso che improvvisamente gli aveva rubato la stanza, il ruolo e le attenzioni del padre, quel ragazzo era il simbolo di qualcosa da combattere; in molti film il ruolo di Stallone come padre virtuoso ed educatore (cfr. Over the top) o anche in Rocky IV, quando confessa al figlio di avere paura prima di incontrare il russo Drago, alto e freddo come la faccia di Putin,  pugile tanto apparentemente forte all’esterno (di fatto bara facendo uso di doping), ma privo di cuore, cosa che invece permette all’avversario americano di vincerlo sul campo. Lezioni di vita, dialoghi sull’autostima e sul credere in se stessi, perché se non si crede in se stessi la vita non è vita e si finisce per credere a quelli che dicono che non siamo bravi, crescono le difficoltà e poi le si trova in un’ombra. Autostimarsi e credere in se stessi come chiave per accedere al mondo dell’amore di sé, dell’amor proprio e anche dell’amore per il prossimo. Alla fine non è tanto importante come reagisci, se alla violenza fisica o simbolica, come quella meschina di chi gioca sui nostri punti deboli per imporre la sua fragile essenza, è importante invece come incassi i colpi (su questo si veda il dialogo sull’autostima tratto da Rocky Balboa, 2006) e poi dopo avere preso quei colpi in faccia, trovi la forza di reagire, così sei un vincente dice il padre in quel primo episodio, della saga degli anni duemila (a mio parere degenerativi e lontani dalla autentica rappresentazione classica dell’eroe di Philadelphia, il Rocky autentico finisce con la fine degli anni ottanta), in cui il padre sta davanti al figlio, insicuro ma riesce a chetarlo ed addolcirlo ricordandogli quando era bambino e che stava in un palmo di mano, cresceva forte e sano, poi qualcosa è successo a bloccare ed ostacolare quella giusta sicurezza di sé, il giudizio negativo di chi nega l’oggettività, di chi non riuscendo a riconoscere il talento (se il talento c’è va evidenziato, valorizzato e reso presente a chi lo detiene. La persona talentuosa, va resa autocosciente di quanto possiede nelle mani. Nonostante la potenza è nulla senza il controllo. Il talento va affinato, indirizzato, limato e portato verso obiettivi in linea con la sua struttura e la sua consistenza. Questo vale anche come monito per tutti gli esperti dei talk show, che spengono sul nascere talenti oppure instillano dubbi nelle menti di chi invece, va condotto, elevato e costantemente rassicurato ed incoraggiato. Se il talentuoso è meglio dell’autorità, questa deve farsene una ragione e lasciare spazio ai giovani, ai giovani di successo) fa di tutto per buttare a terra e abbassare l’autostima di chi ha qualità e ne sa farne uso, mettendole a disposizione delle proprie facoltà, intelletto e fantasia. In quel dialogo, ormai appartenente ad un Rocky diverso, non c’è più il carismatico Ferruccio Amendola a dare la voce al pugile schivo e timido, ma c’è una voce diversa, pur tuttavia siamo nel 2006, quindi ancora relativamente vicini agli anni novanta e c’è ancora possibilità di un cinema espressivo, in cui c’è ancora contenuto prima che le degenerazioni successive, la chirurgia plastica e la trasformazione di Stallone in eroe da film dozzinale ci facessero dimenticare i suoi gloriosi anni ottanta e la creazione di quel carattere che ha fatto emozionare grandi e piccini. In quel dialogo il padre, che ha aperto un ristorante e che ha messo i guantoni al chiodo, si confronta con il figlio, adesso grande, la madre è morta, Rocky è rimasto solo, ma c’è il figlio. E qui, come le glorie dei vecchi tempi passati dei gloriosi anni ottanta, non manca il padre forte e virtuoso che dà insegnamenti saggi, umani, provinciali ma veri. Fatti di strada, forse un po’ troppo diretti e di confronto da saletta di video-games, ma efficaci, tratti dalla vita vissuta. Devi avere fiducia in te stesso, fregatene di cosa pensano gli altri, affidati al tuo intuito, che è un fuoco che ti anima dentro (come quel fuoco che è la paura, di cui parla il manager Rocky a Tommy di fianco a lui del ring, come se fosse il suo angelo custode. Come Mickey lo era stato con lui. Il manager virtuoso dice al pugile provetto, la paura è un fuoco, se tu controlli lei allora ti scalda, se è lei che controlla te allora ti brucia e brucia tutto quello che ti circonda. E poi Gunn vince sempre e diventa il Rocky’s pupil o il Rocky’s clone) e ti dice che stai facendo la cosa giusta, quelli che a fianco a te cercano di buttarti a terra in realtà negano l’evidenza e ti temono, lo fanno per indebolirti o giocando sui tuoi punti deboli, ti mettono in confusione di modo che tu esiti nell’azioni e fallisci. I forti, i vincenti non reagiscono, ma incassano e poi trovano la forza di rialzarsi. Questo vale per lo sport, per la competizione agonistica, ma è soprattutto un fatto simbolico che riguarda ogni azione, ogni obiettivo ed ogni competenza. Al male non si reagisce con il male (anche se la guerra in Ucraina fa eccezione, ci sono persone che per la loro cattiveria a viso aperto meritano altrettanto soldo in cambio, per la loro completa disumanizzazione ne meritano altrettanta), al male si reagisce invertendo il ciclo dei pensieri negativi in pensieri positivi, trasformando il veleno in miele dolce di modo che la cattiveria non diviene ostacolo, anzi, diviene strumento per migliorarsi e rendersi sempre più forte. Guardare il lato positivo. Questo insegna in quell’episodio della saga Rocky al figlio, che si lamenta del fatto che sul padre circolano barzellette e tutti ridono di lui, finanche nel ristorante che ha aperto al tavolo i mangioni stanno comodi a ridere delle sue imprese e tutti lo prendono per fesso. Ma lui va avanti, anche quando nel primo episodio della saga (1976), una ragazzina, che lui cerca di condurre sulla retta via, lo considera un rompipalle. Va avanti e così, in quel film sulla competizione dei bracci di ferro, tra omaccioni grondanti sudore, Popeye nel 1987, dice “non lo guardare” e pensa a portare quel polso sul tavolo. Combattimenti simbolici e vigore di spirito, capacità di competizione sana e valori da tenere in mente. Il ruolo del padre-educatore, come ho scelto come titolo di questo articolo, si evidenzia anche nel Rocky del 1990, quando dopo gli errori educativi, dopo aver dato attenzioni ad un giovane ragazzo in erba si accorge che lui non è lui, non ha il suo cuore (come dice la dolce Adriana, che lo stima sempre e le è stata sempre accanto), che i tempi sono cambiati, ci si immetteva nella strada degli anni novanta fino al post-moderno più accanito. La post-modernità che si esprime nella nuova relazione manageriale e dei magnate del successo del sogno americano. Non è più come il sano insegnamento di Mickey e in quel povero ambiente di provincia di Philadelphia, quelle dirty streets, è tutto cambiato i giovani vestono bene, amano le belle donne, le belle macchine, frequentare locali alla moda. Non c’è più l’idea agonistica del pugile arrabbiato e povero che con le sue braccia vuole farsi strada del mondo e vive in una catapecchia; il mondo è cambiato, le persone iniziano a diventare cattive e viziose, quello che Mickey aveva fatto con lui, di tenerlo lontano dalla parte sporca del mondo, un mondo fatto di ladri, farabutti e approfittatori, questo ruolo manageriale, del manager sano, fallisce. E nonostante Rocky abbia dato l’anima per insegnarsi tutto quello che Mickey ha insegnato a lui, perché sul ring e nella vita non servono solo i muscoli ci vuole pure il cuore. Quello è un ring simbolico di non violenza, dove si insegna a competere, anche a vincere, ma con metodi puliti ed onesti. Rocky diede tutto per quel pugile, credendo in lui e non accorgendosi della sua vacuità di spirito, arriva anche a regalarsi i pantaloncini con i colori del sogno americano, la nazione della democrazia, del progresso e di quella strana commistione tra educazione britannica ed il calore dei popoli indigeni e del timbro pre-colombiano.  Non deve sorprendere se poi in Rocky IV ad esempio il blocco americano, con tanto di canzone di James Brown (siamo ancora nella guerra fredda) rappresenta il bene e l’U.R.S.S. il male. Ma, quel ragazzo non è lui. E lui non è Mickey. Il giovane ventiduenne cerca soldi, successo. Tutto e subito e si fa abbindolare, manipolare e guidare da manager da strapazzo che sono interessati soltanto al fine della competizione e non al mezzo, al mezzo umano. Così, dopo che i preziosi insegnamenti, coltivati nella gioventù e nel passato di un grande atleta, vengono traditi da un giovane in realtà poco sveglio, decide di dedicarsi al figlio Robert, come in Giallo uguale sole, per un sole che dopo quanto successo nei sobborghi di Philadelphia, in uno squallido circolo ricreativo, ritrova nel figliol prodigo un ottimo fanciullo da educare. Nonostante Tommy lo facesse sentire di nuovo giovane, e qui viene la virtù e poi la chiave di quanto andrò a dire dopo, quando lui vinceva, io vincevo, in questo piccolo dettaglio si capisce l’umiltà di chi è davvero bravo. Di chi si mette da parte per gioire dei successi del suo pupillo, dei successi del suo allievo. Ma quell’allievo irriconoscente, non è quello che sfidava la neve ed il freddo, non è quello che si alzava su una barra a rischio di finire nelle fiamme, è un giovane moderno, senza nervo, senza personalità. E’ più bella una Maserati  che una sana reputazione. Così, dopo avere finalmente capito di aver sbagliato e di aver perso i contatti con la sua vera famiglia, decide di dedicarsi nuovamente al figlio. E cosa fondamentale, dice: avere te è stato come rinascere, quando vedo che tu hai le qualità e le possibilità che io non avuto, io sono felice e vedo questa gioia attraverso i tuoi occhi. Glielo dice appoggiandosi al suo letto, come per essere bimbo come lui e cercare di capirlo. Avere il figlio è stato come rinascere, nonostante nella vita ci siano sempre due lati, il lato A ed il lato B, ovvero il lato del sacrificio e dell’austerità e poi il lato dolce, bonario che si dona ad un figlio per non inglobarlo e trasmettergli gli affanni della vita matura. E’ felice a rivedere il figlio, e la sua felicità diviene quella del padre, che gioisce vedendo fare o essere quelle cose che magari voleva essere lui da giovane. Nasce e rinasce, attraverso i tuoi occhi ed è sempre dolce e scanzonato con il figlio, si fa prendere in giro, sta ad ogni suo scherzo, cerca di fare battute per farlo ridere, anche se queste battute sono desuete e non attuali; fa di tutto, questa volta. E’ affettivo e gioca con lui, copre un disegno un po’ osé della professoressa di francese e tollera di buon grado, pensando che in fondo è solo un disegno e che non c’è motivo per essere severi e rimproverare. Vedo la felicità attraverso i tuoi occhi, vivo di nuovo, rinasco e ti do quelle cose che mi sono state negate, l’affetto e la vicinanza che mi è stata negata. Nonostante nella vita ci siano sempre due lati, quello triste e quello di facciata, agli educandi bisogna dare sempre la seconda e dire che tutto va bene, perché, soprattutto nell’età dello sviluppo, ogni minima particella di male o di bene negato poi sarà un fiore nero che metterà petali per sempre nel campo fiorito dell’anima, che deve crescere e formarsi nel bene. L’amore, l’affetto diretto, gli insegnamenti virtuosi di un padre che vuole la felicità del proprio figlio e quando questo è felice, lui è felice. Anche se Robert si dimostra poi nel film ribelle, tollera tutto, perché gli vuole bene, davvero. Non approfitta delle debolezze e delle insicurezze adolescenziali per imporsi e per tirare ancora più giù l’anima da educare, il fanciullo da educare. Se uno vuol bene, ci è. Esserci ed essere presenti, fare sentire questa presenza, e non assumere un modo educativo in cui il padre o la madre sono la punizione o il tremore d’angoscia se si fa un errore. Educare non è educare al terrore. Educare è far sentire questo affetto sempre e comunque. Anche se si fanno errori, perché la vita non è una competizione obbligatoria e non si nasce per far contenti dei giudici da talent show chiamati mamma e papà. Per questo, il padre fa sentire l’amore per il figlio, gli vuole bene davvero, ed è dolce e premuroso, anche se la vita potrebbe renderlo diverso, i fallimenti e perdere tutto (come accade in Rocky V). La vita potrebbe alterarlo e renderlo severo e prendersela con i figli. Questo non accade e resta dolce e bonario. Vuole spassarsela con il figlio, farsi guidare da lui, magari fargli credere di essere scemo o ignorante. Fargli fare da guida e lui è il padrone, lui insegna qualcosa al padre. E attraverso i suoi occhi rinasce, sempre e per sempre.

Giovanni Sacchitelli

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