Ascoltare qualcuno, è anche auscultare (quello che ad esempio fanno i medici) per capire di che pasta sei fatto, ascoltare una canzone, ascoltare un discorso, ascoltare (in senso metaforico) i bisogni del proprio corpo (ad esempio il desiderio di uscire o l’aria fresca), ascoltare un consiglio, ascoltare un amico. Quando Seneca invita Lucilio ad ascoltarlo, quando il padre di Robinson Crusoe lo invitava ad una vita normale, che gli avrebbe permesso tranquillità, stabilità, ma che poi lo avrebbe portato lontano dall’avventura; un’avventura che poi trasformò la sua permanenza su quell’isola in un bildungsroman (romanzo di formazione). Quell’esperienza formò la sua vita e lo cambiò, ma in quel caso non ascoltò il consiglio e decise di fare di testa sua. Probabilmente, a volte, fare di testa propria  e non ascoltare può essere una cosa positiva. Quando si fa orecchie di mercante e l’una cosa che si decide (cfr. scelta e destino) è la voce interiore che porta consiglio, come una notte che è una madre accogliente che culla i pensieri e porta l’estro creativo verso determinati posti. Quella che mi ha portato verso il bleu di Monet, perché come diceva qualcuno art is joy e segue Keats dicendo a thing of beauty is a joy forever. Oggi, tredici aprile, parliamo dell’ascolto ed è un altro verbo all’infinito, concreto, di filosofia di tutti i giorni. Diverso dall’ascoltare è il sentire. Questa volta, intendendo quest azione, non nel senso di sentire interno (come quando si sente dentro e si ha la sensazione che si sta facendo la cosa sbagliata oppure quando si sente o si ha il presentimento che le cose andranno male). Sentire è fare entrare rumore nella propria testa, soltanto parole vuote, mentre ascoltare, implica un’attività di organizzazione del molteplice (per fare contento Kant e la sua gnoseologia. Altro termine strano della storia della filosofia, che sta ad indicare “discorso sulla conoscenza”), quindi non di passività (come quando si sente ripetutamente il discorso in una lingua che non si conosce, allora quelle parole, quelle frasi e quelle esclamazioni, non conoscendone il significato sono suoni che arrivano agli orecchio ma non sono compresi), per il tramite di una sintesi (ovvero di un’attività di sintetizzare, dove questo termine non va inteso come “riassunto”. E’ un termine che Kant trae dalla biologia, si pensi alla sintesi delle proteine, e sta ad indicare “composizione”, “mettere insieme”, “mettere insieme a partire da regole”. Queste regole di sintesi del molteplice tramite le categorie di interpretazione della realtà, di cui in Kant e l’aragosta, permettono di rielaborare l’empirico secondo regole che edificano la realtà e la verità, detto in maniera semplice). Utilizziamo lo schema kantiano per capire come la parole sentite vengono poi ascoltate (ascoltare = sentire con attenzione). Mi capita di ascoltare un discorso di un politico, sento parole, si fa riferimento a cose, concetti, progetti ed ideali che conosco e di cui ho già idea, potrò allora ascoltare quel discorso, in quanto quelle parole sono già state riorganizzate nella mia mente secondo quei determinati principi e regole (in questo caso della lingua italiana). L’ascolto è un sentire attivo, in cui il Soggetto ascoltante, ha un ruolo attivo nella comunicazione. Da un punto di vista filosofico potremmo vedere all’attività dell’ascolto come un’attività di riorganizzazione del molteplice (i vari suoni, fonemi, parole, concetti sentiti) che porta alla conoscenza. Questa è la teoria dell’ascolto. Ma, l’ascolto ha anche un lato simbolico, morale ed esistenziale. Se sono state scritte delle arti di ascoltare un motivo ci sarà; è l’attività, come i sentimenti (cfr. Arte di amare), in cui più di tutte è necessario avere un punto di vista imparziale sulle cose (cfr. La nobile arte della selezione), quando si ascolta un candidato (non quello politico! Il termine candidato va inteso come “potenziale lavoratore da selezionare per una data posizione lavorativa”) per un colloquio di selezione, quando si ascolta una persona che ha un profondo disagio psichico, quando si ascolta un amico (come fa Troisi con Lello Arena in Scusate il ritardo), quando si ascolta un album di un’artista che richiede impegno, quando si ascolta una lingua che si vuole imparare. Imparzialità e accettazione. Apertura e mancanza di pregiudizi. Se si arriva addirittura a formalizzare l’arte di ascolto, vuol dire che questa è poco comune, poco facile e spesso si risponde soltanto per dire la propria, si risponde per poi contrariare, si risponde per criticare. Ascoltare è invece un fare entrare nella propria testa idee e concetti senza pregiudizio e senza sentire solo per controbattere. Per questo non è un’attività istintiva, anzi, è un’attività (e quindi non una passività, come lo era il sentire) che implica una chiara visione di cosa debba essere la comunicazione efficace e come raggiungere l’anima della persona; niente pregiudizi, apertura mentale, visione morale della comunicazione come dialogo fecondo e che arricchisce e non parlare per manipolare, per deviare, per esercitare cattive influenze, per instillare dubbi nella mente dell’interlocutore. Da un ascolto fecondo, il soggetto parlante (ciò che nella linguistica si chiama: mittente. Non quello della posta!) ne esce arricchito, può cambiare la propria visione del mondo e può poi nella propria testa pensare a quelle parole, trarre saggio consiglio, cambiare. In un mondo dove i valori e la moralità, è ancora estremamente discutibile, soprattutto per i giovani per i quali la personalità sono ancora da edificare, malleabili, contingenti, che possono essere portati sulla cattiva strada, non è sempre facile essere disposti a cambiare, quindi a rendere più flessibile il proprio schema valoriale (se viene prima famiglia o se viene prima lavoro, se è più importante il denaro, o la soddisfazione personale. Se badare alla forma o al contenuto) perché quando si ascolta, quando si vede un film, o quando si ascolta ad esempio il consiglio di un anziano, per chi è più giovane non è facile accettare un consiglio saggio che viene da un vivere più lungo ed esperito (cfr. esperire), si fa di testa propria, si reagisce in maniera irrazionale, si chiudono i confini con il mondo nelle cuffie di un lettore mp3. In quel caso la musica sarà non ascolto, ma puro sentire di rumore, che serve a non pensare, per evitare il confronto diretto e l’accesso all”anima.  L’ascolto è invece pensiero, è percezione pensata, non è facile pensare a ciò che si dice ogni volta, figuriamoci ascoltare ciò che razionalmente è giusto ma alle orecchie appare prolisso, desueto, inattuale. L’ascolto, a differenza del sentire, ha un più forte ancoraggio con il nucleo morale e il proprio schema-struttura di valori; questi vengono edificati nel corso del tempo, a partire dalla giovinezza, quando ascoltiamo qualcuno e queste parole che, se siamo attenti, entrano nella nostra testa, e possono andare ad intaccare il nucleo morale. Quante volte, come in quella canzone di Bennato, devi ricominciare da zero, ed è una canzone cantata da una persona adulta; sembra che ormai tutto sia compreso, di ogni cosa e azione, si sia raggiunto il significato, un piccolo iperuranio platonico da tenere sotto il braccio come una baionetta per combattere il caos e l’angoscia. Pur tuttavia, quando si ascolta un parere contrario questo nucleo interno viene ad essere mosso e sgretolato, quando i cardini della porta del sentimento e della ragione, vengono fatti cigolare nello stesso momento e lì avviene la confusione. Parlare con te mi confonde. Meglio stare da solo o meglio stare con chi la pensa uguale a me. In questo modo si starà in quella che in psicologia si chiama comfort zone. In questa zona si starà tranquilli, come si sta in una casa di cui si conoscono stanze, buchi e pertugi. Quando poi, in quella casa, entra l’ospite inquietante, che può essere il nichilismo, l’irrazionalità feroce, la vacuità, la superficialità, ci sentiamo privati del nostro spazio vitale e sono come ladri che ci entrano in casa, e vogliono mettere a soqquadro tutto. Così avviene quando si ascolta e si riorganizza quello che si ascolta secondo le proprie categorie (intendiamo qui il termine non nel senso kantiano ma quello che significa secondo il senso comune). C’è un sentire attivo, ma sempre secondo il nostro filtro, la nostra rete concettuale di interpretazione; queste categorie sono quelle che riflettono i contenuti del nucleo valoriale. Una persona, uomo o donna, costruisce i propri valori sulla base del proprio vissuto psicologico particolare e quindi poi, si crea, delle regole di vita, “mi è successo questo, d’ora in avanti farò sempre così”. Come quando si hanno numerose delusioni amorose e si decide di mettere una diga davanti al cuore. Può accadere, che qualcuno poi ci faccia ripensare tutto e quelle categorie che utilizzavamo per ascoltarlo, diventano pietra pomice, vanno giù come un cancello di latta. L’ascolto può cambiare le categorie del sentire e dare nuove regole di vita. Per questo, proprio perché va a toccare i valori, per chi ci crede in essi, può essere fonte di alterazione di una stabilità emotiva (la cosiddetta corazza) che si è costruito nel corso del tempo. Più facile è non accettare quello che si ascolta e fuggire, che invece essere pronti al confronto e a cambiare il proprio nucleo valoriale. Seneca diceva che ogni volta che usciamo torniamo a casa con un umore diverso, rinnovato e ciò lo si deve anche alle compagnie che frequentiamo e come queste influiscono sull’umore, che varia e diventa instabile, saturnino quando vengono toccate le fondamenta. Una casa dalle fondamenta solide, ai terremoti emotivi esterni, si muove ma non si distrugge. Una casa dalle fondamenta friabili, basta poco, che cade giù in mattoni e calcinacci. Se si ascolta, lo si deve fare sia senza pregiudizio, sia cercando in tutti i modi di accettare il parere dell’interlocutore, essere imparziali, non giudicare (se qualcuno ha commesso una sciocchezza o una “ragazzata”, avrà avuto i suoi motivi per farlo, e non va subito punito e sanzionato senza capire le cause), e capire che l’ascolto è come un porto in cui la barca dei valori può prendere il largo oppure restare ancorata lì e aspettare sempre il solito Caronte. Se si ascolta, le persone giuste, quelle che hanno da insegnare, la barca andrà verso nuove terre e ne usciremo rinnovati, facendo entrare nella nostra anima nuove cose, nuovi paesaggi, nuovi orizzonti. Per questo ascoltare non è facile, e spesso per paura dell’instabilità che può derivare da un confronto, si preferisce starsene nella propria zona di comfort. La saggezza sta nel capire che l’anima come il corpo è movimento. Fluire costante (dove costante non significa la costante delle dimostrazioni logico-matematiche), costante perché l’anima e il corpo sono vita, cambiamento continuo ed il valore, così come le idee o essenze sono delle palafitte che si costruiscono su quel fiume in piena che è l’animo umano, nella sua infinita e affascinante complessità. Se si comprende che l’anima è movimento e fluire costante, si è anche disposti (l’arte della disposizione) a farsi cambiare, plasmare pur avendo sempre come obiettivo una struttura ed uno schema di regole-categorie che sono indispensabili per la formazione dell’individuo e il suo approccio con il mondo. Non si può essere schiavi del caos. Bisogna avere una propria personalità che sta negli eventi e nelle cose, disposta a migliorie, cambiamenti ma resta pur sempre un nucleo stabile; stare al timone di una nave tra i flutti dell’esistenza. Perciò ascoltare è l’essere disposti ed aver compreso già a priori che quando si ascolta un parere contrario o molto diverso ci sono due alternative: 1) fuggire e non ascoltare 2) sentire attivamente, dunque ascoltare e magari trovare un punto di incontro, perché anche chi dà consigli potrebbe esagerare oppure essere oggettivamente nel torto. L’ascolto, nella comunicazione, è il principale approdo verso nuove terre. Chi sente ma non ascolta, sta ancora con le lenti del pregiudizio e pensa che le sue categorie siano quelle assolute. Ascoltare, nucleo morale, valori, categorie. Lessico dell’animo nel cambiamento.

Giovanni Sacchitelli

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