Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei o meglio dimmi di cosa scrivi e ti dirò subito di che pasta sei fatto. Da cosa è composta la tua anima, se ne hai una o se è un riflesso incondizionato di sentito dire e frasi fatte. Prima che il Dio dell’accademia inventasse il soldo del progresso, chiamato c.f.u. universitari (di quelli che in sé raccolgono l’essenza di un pensiero e se qualcosa non ci va dentro diventa strano, “questo lo leggi per l’esame?”, “non serve leggere questo tanto non te lo chiede”, “questo è facilissimo!”, “questa parte saltala, tanto non la chiede”. Chi ha fatto l’università ed è stato dentro i tempi corti degli appelli e dei voti, inaspettati, sperati, capirà sicuramente) esisteva la cultura, e questa stava nei libri di testo e nelle loro bellissime forme arrotondante e pregne di significati. Poi vennero inventate le università e la cultura divenne produzione, qualcosa che serve per il raggiungimento di un titolo di studio (spesso raggiunto soltanto per dire di averlo o per essere pieni di sé davanti  chi non lo ha, o per essere chiamati “dottore”), e in quei momenti in cui le dita scorrono l’indice e le pagine di un volume, si è come in una catena di montaggio in cui parole e termini sono messi uno su l’altro in schemi e riassunti (esempio di come la cultura diventa qualcosa da abbreviare per essere adeguata ai tempi borghesi e alle sue cose utili), per far si che alla fine le parole diventino qualcosa come uno strumento per raggiungere il fine, che è il bel voto (in Inghilterra ad esempio, si dice che si studia soltanto per superare gli esami e la cultura non ha azione alcuna su l’edificazione della persona, sulla sua formazione; esemplificativo è quando al termine di una sessione si decide di “bruciare”, nei fatti o simbolicamente, quei libri che sono stati di peso, “noiosi”, esempio di come la cultura diventi qualcosa da non raggiungere in sé, ma come un semplice passaggio obbligato per il borghese rivestimento dei titoli e dei gradi di accesso alle professioni, lunghi e complessi, ma antitetici rispetto a poi quello che si andrà a fare), che è il fare bella figura con il professore, per ingraziarsi il relatore, per essere all’altezza con gli amici, per essere “colti” (quantità e qualità, non quali libri si è letto, ma quanti. Anima e spazio esterno). La scrittura, così come la cultura, seguono i lineamenti del volto dell’anima, dire cosa scrivi per capire chi sei è come leggere nel volto di qualcuno e cercare di indovinare dalle conformazioni esterne del volto, cosa è quella persona, se disonesta e inaffidabile, se buona o cattiva, se sincera o falsa. E la scrittura, così come dissi in passato, è l’arte più difficile, perché coinvolge i pensieri e i rivolgimenti dell’anima, che non sono mai semplici come uno schema di un manuale di testo e sono cosa più complessa di una storia di Instagram. I social network, ad esempio, frammentano il carattere e l’anima in momenti diversi, con spazi e sezioni dedicate, costringendo l’espressione dell’anima in quadrati stretti o in videoclip (forme di espressione dei profili personali che cambiano nel tempo, si pensi ad esempio al fatto che in precedenza il contorno del profilo di facebook era quadrato adesso è circolare come morbido e smussato è diventato il mondo. Forma e valore) che dovrebbero “rappresentare” un momento saliente o qualcosa di interessante che si è detto / fatto. Ma su i social network mi sono già espresso abbastanza, finirei per sembrare troppo antipatico e “all’antica”. Tuttavia è proprio quel classicismo di scrittura, di espressione che bisogna ritrovare, perché la forma della scrittura, ovvero come i pensieri vengono messi su carta, sviscerati, spiegati è espressione non solo della volontà del singolo, delle sue caratteristiche della personalità (della sua formazione, dei libri che ha letto, della “deformazione professionale”), ma soprattutto della volontà generale di adesione, in maniera inconsapevole ed indotta dalle pratiche sociali, ad un modello generale di pensiero. Per fortuna nei libri di testo o nei romanzi (non ho mai visto una poesia con strani asterischi) non esistono collegamenti ipertestuali o hashtag, che sono già una traslitterazione del pensiero-linguaggio in una veste elettronica e computazionale. Quando il computer forma la persona e non il contrario. E’ probabile che anche il vocabolario sia stato aggiornato immettendo questi anglicismi da mondo telematico e magari anche i linguisti ne accettano serenamente l’entrata. Così come una scrittura frazionata, con spazi e grassetti, tutto questo, seppure esistano forme di ordine e di esposizione, non è mai stato oggetto della mia attenzione in un romanzo o in un saggio (deve essere il lettore intelligente a sforzare le meningi e interpretare lo scrittore e non il contrario). La scrittura classica, quella che è come un fiume in piena, così è l’anima, che non si ferma a chiarire tutto con un grassetto o con una riproduzione tassonomica di concetti (la scrittura descrittiva) ma dice tutto in un turbinio, in un vortice travolgente di pensieri e parole di getto. Pertanto il carattere di una persona è visibile, rintracciabile anche e soprattutto in come si esprime, se scrive con pause (i tempi borghesi, del tutto velocemente, senza spazio per la riflessione di fatto prediligono una scrittura ed un’espressione mozza, tronca ed ansiosa), se usa abbreviazioni, se è sobrio nella scrittura. La sobrietà nella scrittura è anche una diversa concezione del tempo: se ad esempio scriviamo con uno spazio e una virgola regolarmente immessi cerchiamo distanza e rispetto della nostra individualità, quindi anche con un tempo diverso e distanziato. Diversi ed innumerevoli gli esercizi di stile che ognuno mette in atto quando si esprime secondo il gergo della propria professione (come gli avvocati che vedono fatti legali o punizioni in ogni cosa, convinti che la vita sia qualcosa sempre da regolare, da sorvegliare e punire), e la scrittura è il carattere messo su carta, ed è anche la capacità di esprimere quel qualcosa, si può anche avere un foglio di carta davanti, ma se si parla con il cervello si dirà poco o nulla, una riproduzione ed esposizione di concetti, come un manovale mette mattoni su un muro secondo quanto gli dice geometricamente il suo tecnico. C’è sempre bisogno, adesso nel duemilaventidue, di fare una bonifica dello stile ed evirare il linguaggio di tutte quelle infezioni che provengono dall’uso massivo di piattaforme, dal dominio del digitale sulla persona, dalla mancanza di riflessione e di autocoscienza, da tutto ciò che rende la cultura cosa frammentata e divisa, tutto ciò che priva l’anima dei suoi fiori e li fa appassire con il consenso generale borghese che predilige un dialogo istintivo ed ansioso (che mastica pregiudizio), così come una scrittura frammentata e con commistione malsana di stili e registri di espressione diversi. Quando si esprime qualcosa, si agisce mettendo fuori parole e pensieri che sono dirompenti e non una riproduzione passiva di ciò che pensano tutti. Perché magari si ha paura dell’isolamento, si ha paura che gli altri, vedendo che qualcuno esprime la verità, possa metterlo a tacere o possa trovare strategie di esclusione (instillando ad esempio dubbi sulla veridicità di quanto si dice, nonostante ciò che il soggetto esprimente dice è esattamente oggettivo e veridico) volte ad eliminare la voce fuori dal coro, perché pericolosa sia per la società tutta (che campa di menzogne ripetute come un ruminante rimastica roba vecchia e ammuffita), ma soprattutto per loro che vedendo quella parte di sé che hanno con la forza soffocato, potrebbero venire a patto con loro stessi e smascherarsi davanti allo specchio per puntare il dito contro la loro stessa menzogna, con il mentire a loro stessi. La scrittura è espressione di valore, perché essere sobri e regolari, per una scrittura fluida e corposa, organica e legata in sé in ogni punto, è un’azione valoriale, un’adesione alle massime assiologiche del rispetto del pensiero di un autore o della scrittura come credere in qualcosa che può veramente cambiare il mondo, e liberarlo dalle immagini del profilo e immagini di copertina (esempio della frazione dell’individuo in momenti psicologici differenti e suddivisione in caselle che dovrebbero corrispondere alle varie parti dell’anima). Scrivere la verità non è mai cosa ben accetta, figuriamoci scriverla bene, dando una veste bella ed elegante ai nostri pensieri. Estetica e romanzo. Scrivere è un credere in noi stessi, da qui il carattere, da qui il parlare davvero o un mettere insieme luoghi comuni e frasi velenose verso ignoti o verso un nemico, a cui, lo scrittore ingenuo, nemmeno crede, perché magari è troppo preso dal gesto fascinoso dello scrittore desueto che sta davanti al calamaio pensoso, riflessivo e profondo. Forma e contenuto, non soltanto forma. C’è un grande bisogno di scandagliare le profondità dell’animo umano, di liberarlo dalle corde dei luoghi comuni e delle maschere, e qui ancora una volta il ruolo dello scrittore come educatore e risvegliante le coscienze, dove non arrivano gli altri, arriva lui, con il suo acume profondo. La forma come espressione di contenuto, questo sconosciuto alla società del consumo e della cultura come strumento, e non come fine in sé. La cultura che è per definizione antitesi al sistema e non semplicemente una serie di esami-produzione che si svolgono artificiosamente (per levarsi quanto “prima il pensiero”), leggere è un viaggio e lo scrittore ci ospita bonariamente e di buon grado nelle sue lande, per farci vivere altre vite e sperare la felicità. Scrivere non è un lavoro, nemmeno un mestiere, è un’arte. E come tale non rispetta nessuna forma ripetitiva, sempre identica ed ansiosa (nemmeno nei tempi di realizzazione), totalmente innaturale che confonde la scrittura con il feuilleton da giornalismo quotidiano, da riproduzione ansiosa e veloce di cose e fatti che si sfiorano soltanto sulla superficie e si improvvisano interessi  (o tentativi facilmente smascherabili di empatia con persone che hanno vissuto brutte vicende) che non si hanno perché chi guarda la tv vuole tutto e subito, se no cambia canale. Lo zapping, il cambiare canale è un’altra forma di frammentazione dell’anima e la sua indiretta causa per via del senso di realtà borghese che tende a distruggere i momenti patetici o noiosi per preferire il nulla o il trash che meglio si abbinano al deserto esistenziale che li circonda. L’arte, diversa dalla produzione o dalla scrittura con francobolli, non segue nessuna regola se non quella dell’ispirazione. Come già spiegai in Creare, quello che lo scrittore artista ha in mente non è “confusione”, egli è capace di ordine di esposizione e di una prosa chiara a bonificata da infezioni psicologiche causate da mode o cose senza senso. L’artista ha un ordine cristallino nella sua mente e proprio per questo il mondo, che è cosa irrazionale, non è di comprensione e tutto resta sospeso e mobile.  Cerca legami razionali tra gli eventi, ma non li trova e così tutto è sempre in discussione, tutto è mosso come i suoi capelli sconvolti o il suo volto stressato dai continui rivolgimenti dovuti a fatti, cose, persone. Scrivere, di una scrittura espressiva ed evocativa, non è una cosa meccanica e fatta di norme prestabilite, il lettore deve poi essere soggetto attivo e sforzare il cervello per capire cosa vuole dire il suo autore, così è soggetto attivo, così il lettore diventa partecipe e realmente coinvolto. L’arte di scrivere e non il mestiere di scrivere (quello si chiama impiegato amministrativo di kafkiana memoria) viene naturale da un momento di ispirazione dell’artista che vuole rendere noto a tutti un suo pensiero, condividerlo, cercare di stabilire valori e universali. L’anima non è mai uguale a se stessa, ogni giorno ci si sveglia con una faccia diversa, e così sono i pensieri, che non possono essere sempre messi in un ordine millenario che porta soltanto sterilità e nessuna espressione se non una messa in esposizione meccanica e poco eloquente. L’artista non è un lavoratore borghese, egli è in linea con la vita e ne sente ogni cambiamento, sta bene con il sole e sta in pensiero con la pioggia, non è un impiegato delle parole e quello che fa lo fa perché sente che viene naturale da dentro. Sente i cambiamenti climatici e indovina l’umore di un gatto che gli passa davanti. Poi trova un verso per strada, lo raccoglie e corre per colorarlo su carta, sarà poi l’immaginazione e le altre facoltà naturali di cui è dotato a guidarlo in quella saggia e unica unione di pensieri e parole. L’anima e la scrittura, come dire la testa  e la natura. Essere naturali, essere spontanei è la natura che parla e si esprime, essere tassonomici, riproduttivi “ordinati”, porta soltanto un ordine apparente che nasconde banalità e una finta complessità. Come quelli che sembrano seri e poi ridono di una battuta volgare. Oppure quelli che fanno il muso duro (incutendo timore reverenziale) e poi dopo qualche attimo cambiano grottescamente l’umore per l’arrivo di un amico altrettanto volgare. Scrittura e giudizio, perché si può giudicare e se qualcuno dice “chi sei tu per giudicare!?!?” magari con volto minaccioso e “giusto”, si risponde “sono colui che giudica”. Sono un essere che ha capacità di giudicare e lo fa perché ne sente il bisogno.  Criticare in greco significa dividere, stabilire limiti e confini.  Criticare anche per separarsi o prendere le distanze da qualcosa di malsano. Chi non giudica vive in un mondo in cui tutto va bene, in cui tutto è uguale e dove non esistono differenze specifiche. Ma siamo differenti l’uno dall’altro e spesso, le differenze sono inconciliabili. Scrittura e censura, spesso dai capi di agenzia di stampa che si dicono “artisti” o “giornalisti” ma sono un conglomerato di luoghi comuni e paura immensa di criticare e giudicare per non andare incontro alla censura o per non attirarsi l’ira dei lettori, che in realtà amano chi li prende in giro. Pertanto lo scrittore-artista (tra le varie arti che esistono) non è un impiegato o un amministratore che si limita a dire o mettere insieme cose e concetti per quello che sono, ma dà una rappresentazione su carta del caos esistenziale che è dentro di sé, perché è in linea con la natura ed è assolutamente naturale. La scrittura di impiegato è una scrittura riproduttiva e di quello che si scrive mai si pone dubbio o quesito alcuno, la scrittura dell’artista è una scrittura mobile e intessuta di dubbi e problemi. Se ci fosse costantemente un’ispirazione, ogni giorno, in ogni posto, alla stessa ora, non ci sarebbe scrittura, ci sarebbe una problematica di origine clinica o un disturbo dell’umore. Non si è mai visto un posto in cui ogni giorno fa sempre la stessa temperatura o il vento fa sempre in un determinato punto lo stesso mulinello e la polvere che danza intorno. L’artista, quindi, è la natura, l’artista è emozione. L’emozione è un sollevarsi dell’anima del pavimento di significato consueto per raggiungere un qualcosa che si chiama umore, che si chiama gioia, che si chiama anche protesta e dissenso. Come tutti seduti in una aula a leggere in maniera inespressiva parole di un manuale e vedere l’artista dirompente (come il Franti del libro Cuore ) che si alza in piedi sul tappeto delle parole già incastonate su carta e già definitive  per anni, per esprimere un’emozione contraria, una protesta, una satira potentissima. Si è veri artisti (pittori, scultori, musicisti, scrittori) soltanto se non si fa della propria arte un tempo-produzione in cui le parole e i colori sono superati e diventano strumento per accontentare i desideri di un committente (lì non c’è arte ma artigianato, come il falegname che crea tanti armadi quanti sono i desideri delle casalinghe da accontentare) noto o ignoto (e questo si chiama pubblico), non se lo si fa per soldi, ma se lo si fa in , per rendere il prodotto artistico un valore aggiunto e qualcosa di più forte, di più bello del lavoro come riproduzione senza creatività. Questo è la creatività, trasformare i sensi consueti e metterli insieme per dare una nuova speranza, un nuovo mondo possibile, senza scadere negli umori trasognati, esagitati, o frutto di menti psicotiche. Se 2+2 fa quattro o se la terra gira intorno al sole, l’artista dice “2+4=5” oppure “2-2=7” oppure dice che sole danza con la terra e la terra è al centro dell’universo. Mondi possibili e espressione artistica. Il resto sono mestieri delle parole o scrittura tassonomica o descrittiva (come quella delle enciclopedie). Scrittura, arte e carattere, per un mondo diverso.

Giovanni Sacchitelli

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