Quando finisce un amore every me and every you, diceva una canzone (perché le canzoni sono poesie e liriche a tutti gli effetti e gli autori poeti-parolieri) dei Placebo (1998), ogni parte di me ed ogni parte di te si ritrova davanti a quello che eravamo, e lì come su un altare le varie forme di espressione dell’anima si ricompongono e spesso, questo ritrovarsi avviene dopo che si è stati con altri e ci si è confusi pensando di trovare la persona adatta, ma che poi si sono rivelati soltanto errori e fuochi fatui, persone manipolatrici o convinte di “amarci” ma in realtà amavano la nostra immagine pubblica o una deviata proiezione di noi stessi; cause there’s nothing else to do, dice ancora la canzone suddetta, perché non c’è più niente da fare, c’è soltanto l’anima che ritorna alla sua fonte sorgiva e ricorda cos’era in principio, quando quell’amore e quell’intesa di sguardi, come quella dell’immagine che ho scelto in evidenza, aveva acceso il fuoco vitale della passione e dell’intesa, profonda, recondita dei cuori e dei caratteri. My heart is a tart, my body’s broken e yours is bent, il mio cuore è oramai di tutte quelle che lo hanno trafitto, il mio corpo è “rotto”, distrutto, alterato e il tuo è piegato. Segno di come la vecchiaia sia giunta al capolinea e quello che era la gioventù con i giovani sorrisi e il cuore impavido e pronto a ricevere emozioni, oramai si è trasformata in una quieta accettazione in cui poco c’è ancora di quella passione originaria, our passion is spent (la passione è cosa unica, rara, quelli che  vengono chiamati “amori” ma poi sono soltanto un accordo per stare con il sedere attaccato ad una bella fuoriserie o per essere “venuti a prendere” non sono passione, sono amore-contratto), la nostra passione si è spenta, non c’è più quel coinvolgimento che rendeva di rosso porpora le giornate, ma soltanto una tiepida amicizia, in cui però c’è qualcosa di più forte che sopravvive alle contingenze umane e porta avanti un sentimento, perché l’amore è fuori dal tempo e anche a distanza di tempo, come descrive quella canzone dei Placebo, c’è una piccola fiammella che non si spegne, come ritrovarsi l’uno di fronte all’altra, perché, come dice il nome dell’album da cui è tratto il singolo, without you I’m nothing, senza di te sono poco o niente e quelli che erano stati errori e inganni del sentimento adesso vengono svelati, e io Sono quello che sono soltanto quando sono con te, ritrovo la mia essenza e il mio essere presente a me stesso, così come una comunicazione reale e profonda in cui si raggiunge il Tu direttamente, resta soltanto un amore “sfigato” (“…sucker love’s heaven sent..”), che non si è mai spiegato totalmente e che ha sempre trovato degli ostacoli o degli accadimenti ostili che lo hanno frenato, frainteso, separato. E’ un amore sfigato che deriva dal cielo, e quell’amore puro e dell’anima che trova sempre oppositori e finisce sempre per confondersi negli sguardi e nelle grazie di amori diversi, che imitano la perfezione del partner originario ma sono nulla a confronto dell’amore iniziale, e ci si sente comunque all alone in space and time fino  a che quel senso di smarrimento e di perdita del sé viene curato dalla presenza del partner perfetto come proiezione futura nelle cose a venire, in the shape of things to come. Canzone che descrive il fine-vita di un amore, metaforicamente è anche l’inizio-eterno ovvero quando un amore raggiunge se stesso ogni volta al di là del corpo che cambia e delle rughe di vecchiaia, di espressione e di cinismo. Il corpo invecchia, non l’amore vero. I tentativi amorosi, gli amori di facciata o quelli per soldi non sono mai iniziati e nemmeno finiscono perché non hanno mai avuto essenza reale e tangibile. L’inconscio è fuori dal tempo, quando si ama qualcuno lo si ama per sempre. Nel sub-conscio sta l’anima in attesa e bonaria sopporta tutto, come se stesse nelle segrete di una prigione sotto chiave ma quando arriva qualcuno in visita è immortale e pronta sempre a donarsi. Per questo quando gli amanti, dopo tanto veleno e dispetti reciproci, accuse, too much poison, alla fine si trovano come bambini l’uno di fronte all’altro, per essere qualcuno o qualcosa per ritrovarsi e specchiarsi l’uno dell’altro, arrendendosi a quel Dio di Hölderlin (il poeta pazzo che abitava in una Torre, ma mansueto e sentimentale) che abita dentro gli amanti ed è più forte delle contingenze terrene.  Chi non è capace di amare non potrà mai sentire dentro di sè quel meraviglioso fuoco vitale che deriva al donare e nel vedere splendere gli occhi del partner. Chi vuole essere “voluto bene” ma poi non riesce a mettere da parte i propri fragili, insignificanti e materiali schemi, sarà sempre lontano dal terreno mitico dell’Amore sentimentale e vivrà in posti bui alimentandosi di ombre e di negatività, cercando ma non essendo in grado di Dare. Per queste persona non resta che guardare attoniti l’amore vero e chi è in grado davvero di amare, perchè non sanno cosa si perdono. Torniamo a Brian Molko. Servo la mia testa su un piatto I serve my head up on a plate, non c’è più niente da fare se non quello di arrendersi al fatto che soltanto con Te io sono realizzato e ritrovo me stesso. Soltanto standoti di fronte io capisco che quelle piccinerie reciproche, quelle ragioni messe a forza sui sentimenti, quelle negazioni delle evidenze di intesa e di sentimento, sono soltanto armi di difesa che la ragione ha imbandito con il tempo, donandosi e dandosi in tante versioni, in tanti me e tanti te, every me and every you; tutte queste nostre versioni sono le varie forme di noi, quelle che non volevamo essere, tanti partner in cui però mancava sempre qualcosa, non c’era quel fuoco di intesa unico che è l’anima con Te, quei pomeriggi passati prendendo in giro i passanti, criticando le loro facce buffe o goffe, dimenticandosi di studiare sulle panche di legno di un giardino dell’Eden immaginario; tutte quelle volte in cui il futuro era il presente e si piangeva anche in strada, davanti a tutti, ché era l’anima contro il mondo, noi contro il mondo It’s you and me against the world and nothing will drive them away. Eravamo eroi e speravamo di esserlo anche per più di un giorno, come diceva Bowie, e in quelle liriche berlinesi  giovani vivevamo come un messale giornaliero sogni e desideri, speravamo di esserselo per sempre, quando c’era la passione dei cuori e della vita, la sera un dì di festa armonioso e terso, come d’estate un girasole si riposa dopo un giornata ad osservare il sole. Eravamo Io e Te, c’eravamo io e Te (come ho detto in una mia poesia, cfr. Oltre il cammino) e quello era l’Amore. Ora questo amore si incontra nella fase della vita in cui si tirano le somme, si capisce cosa voleva l’anima e cosa voleva il cuore, e di questo si stabiliscono colpe e misfatti, errori ed esagerazioni. Tutti i me e tutti i te, ogni me ed ogni te, tutte le volte in cui gli amanti si sono cercati negli sguardi di altri amanti scellerate, ma hanno trovato volti simili, pelle simile, parti di anima e di sentimento simili, ma non quelli che la Passione originaria si alimentava e univa nelle giornate felici. E’ una lirica che racconta la fine di un amore che in realtà non finisce mai, e anche dopo nell’antro freddo dove il custode dei Mondi separa le anime buone da quelle cattive, ci saranno ancora loro e spereranno di andare nella stessa direzione e magari di strizzare l’occhio a Cerbero che, come loro, disobbedisce alle regole del mondo. Chi non è in grado di amare, chi prova emozioni rifratte e non spontanee, non capirà mai cosa sto dicendo e per questi esiste solo cieco materialismo e comportamenti meccanici. E alla fine di un amore si ritrovano subito, involontariamente quelle incomprensioni e quei difetti di relazione che si avevano quando la fiamma ardeva rossa e invincibile, improvvisamente anche dopo tempo ecco che il disappunto per quella giornata o il ricordo di quel tradimento agitano le acque, si litiga subito, l’inconscio tira fuori come un mago prende dal cilindro illusioni, quella giornata al mare finita in un misunderstanding e quell’eccesso di gelosia che come un vizio erode le basi già fragili di un contratto di sentimento.  Gli amori più veri sono anche quelli più fragili, non è un caso che Brian Molko dica che l’amore sfigato è inviato dal Cielo. Le affinità elettive sono tanto uniche quanto rare. In un calderone di persone aride e incapaci di amare stanno i due amanti che si cercano e poi ci sono gli oppositori e le malelingue miserabili ed invidiose. Ma, nonostante questo, ancora la passione chiede, my heart’s needing, il cuore vuole ancora quella persona, più forte è il sentimento della ragione. Ciò che nell’effetto è, lo è nella causa. Perciò ho scelto questo tema giornaliero, e non a caso di Domenica, simbolo di rinascita, per evidenziare quanto la fine di un amore e il ritrovarsi dopo tempo sia in realtà segno di qualcosa che non muore mai, che l’amore non finisce, anche se noi ci mettiamo ad un tavolo e depenniamo dediche e baci passionali; non possiamo cancellare ciò che l’anima in segreto vuole e chiede anche contro i freni della coscienza, che invece vuole sedare a tutti i costi le pretese del sentimento. Ci si può ragionare quanto vuole e far passare tanta acqua sotto i ponti, ma se l’anima chiede spirito e quella persona specifica possiamo cercare di ricostruire come fa un signore delle marionette, tante parvenze del Tu, tante persone che somigliano all’originale, ma nulla sarà come quell’intesa originaria. Nulla è come Io e Te, e siamo già Amore. E’ una sensazione a dir poco strana, misto interno di amarezza, rimorso, incapacità di accettare come l’anima sia più forte dei dettami della ragione, incredulità mista a desiderio; eppure bisogna rassegnarsi al fatto che quando l’amore originario, l’anima gemella, sta davanti agli occhi, basta solo quello per depennare tutti i tentativi di emozione passati. Tutte le volte in cui I was hurt  and I was Helpless (il ritorno alla vita cantato da David Gilmour), erano in realtà un’assenza e quando si è mancanti di qualcosa, dell’altra metà della mela (nel Simposio, dialogo incentrato sull’essenza dell’amore, Platone  lo definisce come desiderio di mancanza), l’anima cerca sostituti, li trova nell‘azione, o in compagnie, in tante compagnie ed in ognuna di questa parti dell’amore originario, sguardi, lineamenti, camminate e voci simili a quell’assenza incolmabile anche con il più forte e argomentato ragionamento. Quel non so che, quell’indescrivibile alchimia di sensazioni, profumi, sentimenti che si hanno, mano a mano nel mondo, e anche dopo anni, l’anima ferita e danneggiata, dentro un corpo logoro e stanco, ancora sta come una fiammella a cercare sentimento e affetto. L’amore che vince la decadenza del corpo, l’amore che vince il nichilismo e il cinismo, più forte dei soldi e del mantenimento distaccato e quadrato di un partner da matrimonio. Affascinante e unico il ruolo dell’anima, quando questa sfida il tempo e nonostante tutti gli accadimenti, gli schiaffi presi in faccia simbolicamente o letteralmente, in tutto questo l’anima sta come Penelope aspetta il suo Odisseo e tutti i Proci sono tanti meschini che cercano di distoglierla da quell’unione unica di cuori. Erano tanti me e tanti te, ma ogni volta mancava qualcosa, potrebbero passare decenni ma alla fine l’anima chiede spirito, denutrita ed anziana ancora ha il coraggio di superare la ragione, e si ama per sempre.

Giovanni Sacchitelli

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