In evidenza: Franco Fontana, Mediterraneo, 1988.

Dalla pace del mare lontano, fino alle verdi e trasparenti onde, dove il silenzio non ha più richiamo e tutto si confonde, è questo il nome di una canzone di Sergio Cammariere, che in un album di un po’ di tempo fa (Cantautore piccolino, 2008) cantava l’inno alla pace ritrovata in luoghi lontani, in antri  di significato, come ne Le pietre di Polignano dove la felicità è un’idea semplice e davanti al mare il soggetto si confonde con le onde e i marosi, fino a ritrovarsi in quegli ingorghi d’acqua e corrente dove la natura si infervora e si agita quasi avesse un’anima inviolabile e il contatto con la terra la rendesse inquieta; una musica classica da sala, un album classico e da ricordare, di un’artista semplice e incisivo, come le note del suo pianoforte, una giusta unione e punto di mezzo tra la classica da concerto e la musica pop, testi leggeri ma riflessivi, sonorità piene e dense di pathos. Lo stesso album ospita il capolavoro Tutto quello che un uomo, una dichiarazione di coraggio e prosa di virtù per tutto quello che un uomo può fare stavolta per te lo farò e il mondo mi appare per quello che è, un oceano da attraversare per un cuore di donna o la spada di un re. La vera virilità, quando come disse Schopenhauer l’uomo raggiunge la sua piena maturità, una mente matura che si unisce ad un cuore sensibile e vivo. Bella e riflessiva anche le porte del sogno (traccia n.5), quando l’amore leva il sonno perché c’è qualcosa nei tuoi occhi che non mi fa più dormire. Davanti al mare, si la felicità è un’idea semplice, a tutti capita quel senso di mare di inverno (ottima lirica  sia nella versione interpretata dal Ruggeri che in quella de la Bertè), magari anche quando è estate piena e le onde del mare sono un insulto alla pittura e troppi gialli gonfiabili sporcano la vista rendendo il mare fruibile e utilizzabile come un oggetto. In quei momenti la natura sta a vedere mansueta, poi viene il pomeriggio e l’umore cambia, le onde diventano più alte, il vento porta a riva costole di alberi deceduti chissà dove, celenterati agonizzanti, legni, sassi e scudi di granchio. Il pomeriggio, d’estate o d’inverno è la natura che torna a se stessa, tiene lontano i suoi invasori, non più pescatori o avventurieri, ma bagnanti, e impone il suo grido severo, “andate via, voglio stare da sola!”. Davanti al mare la felicità è un’idea semplice, perché stando l’anima davanti all’aria fina e all’acqua che è terra, che costituisce la maggior parte della terra, ritrova le sue origini; nervosismi e agitazioni di colpo si fermano, davanti a quell’infinità di flutti e di correnti millenarie, di mondi inesplorabili e lingue d’acqua che mai potranno essere osservate dal minimo occhio umano, in quei posti l’anima si trova fuori dal tempo, come se il mare dicesse al suo osservatore di chetarsi perché quegli affanni e quelle cose umane, veloci e fatte di trambusto, non sono la sua casa, ma lo è quella distesa pura, sempre più blu, con volti e occhi che cambiano come il sole le illumina, come un’amante che si cambia di vestito ogni volta che vuole impressionare il suo amante e il sole l’entusiasmo che colora come quell’amore di Balzac che è la poesia delle donne e le rende vive. Senza amore una donna è come senza ali. Il mare e la natura, nel blu che si colora di sfumature sempre più diverse, diversi i sorrisi degli orizzonti, come tanti sono i porti che quei sorrisi accolgono o che sperano, quando sono i fari, simbolici o alti come torri di ferro, che quel sorriso ricambiato che di notte diventa buio, non sia un rimprovero ma soltanto un latrato di angoscia e di desiderio di ricongiunsi con la terra. Nessuno non è felice davanti al mare, se si è soli ancora meglio quel senso di smarrimento e di tranquillità ancora meglio e ancora più inteso e poetico. Tornando a Cammariere, in quella lirica di qualche anno fa, Dalla pace del mare lontano, il pianoforte si unisce ad un testo forte e di dimenticanza. Dimenticare (cfr. il mio omonimo precedente articolo) è possibile davanti alla poesia del blu, che sia quando fa caldo o quando fa freddo, più interessante la seconda alternativa. Nel mare di inverno quando ci sono punti invisibili rincorsi dai cani oppure quando i più nobili e bianchi volatili che popolano i cieli, stanche parabole di vecchi gabbiani fanno curve e planano nell’aria, cercando posti salubri o rinfrescandosi le zampe. D’inverno il mare è poco moderno (e tuffarsi perplessi in momenti vissuti di già) e quella distesa d’acqua, blu scuro e con una sabbia acida e rarefatta, sono un contrasto ai luoghi in cui la gioventù si perde in volumi alti e in suppellettili di senso e d’amore, in discoteche illuminate piene di bugie. E quando non riesco nemmeno a parlare con me, in quei momenti, allora c’è il mare che dà la risposta a tutto e nel mare gli animi sensibili, gli animi veramente sensibili e non un atteggiamento sensibile da film d’essai oppure facendo cose da persone sensibili (come piangere sempre o commuoversi, come quelli che pensano che essere omosessuali significhi essere sempre dolci, delicati e effemminati o che peggio ancora sensibilità = gay, oppure sensibilità = debolezza), momenti in cui gli animi sensibili, proprio perché stando al termine stesso hanno maggiore sensibilità e quindi leggono maggiori dettagli nel mondo che li circonda come indovinano subito la cattiveria di un passante, in quei momenti l’uomo o la donna sensibile, si curano, si auto-curano davanti alla brezza marina e a quell’aria che è un toccasana per il corpo e per la mente. Davanti al mare, ci si mette fuori dal mondo, niente è così perfetto e così armonioso come quella terra millenaria che ospitò Moby Dick e in cui andarono a fondo tante e tante navi transatlantiche, luogo millenario in cui l’essere sensibile è fuori dal tempo e tutto si ferma, tutto il resto appare superfluo, non deve sorprendere se poi quando si va al mare le giornate sembrano più lunghe e si fa amicizia facilmente, i pensieri diventano morbidi e seguono la marcia delle nuvole, che stanno sopra il blu e lo proteggono dallo sguardo cattivo degli altri pianeti. Ma nella lirica di Cammariere, che è una poesia dell’esilio e della dimenticanza si parla del mare come luogo lontano, magari un mare nascosto e  chiuso nell’arco di una roccia, che bacia la riva con labbra avvelenate come se volesse separarsi dalla terra e facesse di tutto per spezzare quel matrimonio che la Creazione lo ha unito con la terra. In quel mare lontano, dopo faticare senza riposo, dopo la fame, la sete o il più segreto tormento, si capiscono tante cose, quanto la vita e le sue cose in fondo siano alterabili e finite, ma come questa stessa fine sia in realtà apparente, si guardano le scogliere che abbracciano i frangenti d’acqua e si pensa come quelle non abbiano coscienza del proprio cuore di minerale e che non avendo questa coscienza in fondo non sono mai esistite,  come finito è l’essere umano davanti a qualcosa che esiste da molto tempo prima di lui, occhi enormi e sguardo di fata davanti al piccolo osservatore che sta sulla sabbia e vuole capire l’incomprensibile, come prendere la luna e metterla in un cassetto. La poesia è anche facile davanti al mare, se la vita non si comprende allora la poesia deve parlarne (una volta Achille Bonito Oliva disse che l’arte deve essere come la vita, incomprensibile, perché incomprensibile è la vita stessa), perché la poesia è la lingua dell’oltre-uomo e con questa egli si spiega al mondo, che non lo comprende e sta nel linguaggio di tutti giorni sereno e nulla mai è un problema. Nella pace del mare lontano si raggiunge la pace definitiva come Robinson Crusoe, che da quell’esperienza negativa imparò a cavarsela da solo, si pensa alla propria vita, al fatto che avemmo madri e avemmo padri, fratelli, amici e conoscenti, ed imparammo a dare un nome nuovo ai nostri sentimenti. Ma davanti al mare si è soli e tutti le facce d’avorio e le anime di gesso, friabili al primo tocco e fatte di pensieri malvagi, vanno al tappeto. L’uomo solo e sensibile si dà al mare, dopo un amore che sembrava dolce e si è scoperto amaro ma è solo un eco nel vento, nel vento che mi risponde. Venga la pace dal mare lontano, venga il silenzio dalle onde. Testo semplice ed espressivo, eravamo ancora negli anni duemila, note d’autore modesto e italiano, del sud e quindi passionale-romantico, per le cose come sono, per un classico che esprime l’anima direttamente e non fa di essa un qualcosa di cui vergognarsi o una lirica nichilista-scura-decadente che nulla esprime e soltanto astio o delirio. E poi nel mare c’è un punto lontano, lontano dal porto, la linea dell’orizzonte confonde persone e ricordi nel tempo. Davanti alla linea dell’orizzonte, che simbolicamente è l’infinito attuale, ovvero un qualcosa che si dà alla percezione ma che di fatto non esiste, non esiste la fine dell’orizzonte (come infinito è l’universo), i ricordi, volti buoni e cattivi si perdono nell’orizzonte, che è più forte di tutto, una geometria dell’infinito infinitamente più forte delle miserie umane, delle offese, degli amici meschini o degli amori di latta. Nel mare lontano, nell’orizzonte che all’apparenza si prende con la vista ma che è logicamente irraggiungibile, si ritrova la pace, la pace nell’infinito che mai si potrà cogliere in sé. L’essere sensibile si rispecchia nell’infinito, dimentica le offese dei villani, va avanti con l’occhio che insegue nella chioma bianca e disegnata delle onde lontane, va avanti alla ricerca di risposte. Le domande che costantemente la sua percezione nobile gli dà alla coscienza, il perché delle sofferenze volontarie, il perché della terra che sta di ferro e di cuori avari lontano dal mare, che è invece calma, quiete e pace dei sensi. Tutto si ferma davanti al mare, non c’è inizio e non c’è fine, non si è mai nati davanti al mare. Una conchiglia è la migliore amica dell’anima, più si avanti e più il mare è profondo, così come più intense sono le riflessioni del poeta. Andare a fondo nelle cose, sulla terraferma che sotto di sé ha soltanto tubi d’acciaio e fondamenta di ceramica povera, non è il luogo del poeta, che cerca pathos e percezione aesthetica. Il luogo d’ispirazione prediletto dell’animo sensibile e quelle cose che non trova negli umani e negli amori amari, li trova in quella distesa profumata, in quell’aria pura che cura le punte acuminate del suo senso interno, la sua capacità di vedere più significati, la sua bontà. Il mare rende anche più forti e astuti sono i suoi abitanti, l’occhio nobile dello squalo o l’imponenza dei capidogli. Ma tutto questo sta lontano e anche la pace, nel mare lontano.

Giovanni Sacchitelli

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*