In evidenza: R. P. Bonington, veduta della città di  Pisa.

Tornato nuovamente a Pisa, dentro un Febbraio freddo quanto l’inverno dicembrino anche e soprattutto per poi farne un racconto emozionale, teso al fine di raccontarne i dettagli, come fece H. D. Balzac nella sua Comédie humaine, per riflettere anche sul senso del termine felicità, come già feci in passato e come riflessione più alta e nobile di ogni discorso teorico o filosofico; i sensi e i lessemi del termine felicità, ciò che essa significa profondamente per ogni essere umano e come essa potrà essere intesa da ognuno, come ideale regolativo e trascendentale di ogni azione, quando ci si chiede se la felicità sia uno stato di cose, sia un tramonto, sia una persona, sia una carriera e un luogo dove stare al caldo, se la felicità sia un posto. Felicità ed emozioni, capire cosa trasmetta un paesaggio o un monumento, senza un’indagine pedissequa sulla storia retrostante una facciata o un insieme di affreschi. E’ stata la mia città dell’anima, come già enucleai in Pisa città aperta, probabile anticipazione della mia esperienza sensoriale di ri-vissuto psicologico dei miei anni di apprendistato (come quel freddo di Febbraio che mi ha riportato dolcemente ai Natali e all’aria particolare delle feste nella Piazza Garibaldi) e di giovinezza in quella piccola e calma città del centro-nord Italia, vicina al mare e dentro la toscana ricca di arte e bellezza; una città dell’anima anteposta alla città della ragione (Parigi di cui in precedenza in Voyage au centre du monde e Tableaux parisiens), la città più bella d’Italia e la città più bella del mondo, l’una in cui ristretti stanno le università e il campo dei miracoli verde e fresco con la sua Torre pendente, e l’altra città della ragione veloce e moderna, sta al centro d’Europa con il suo grande motto liberté égalité fraternité. Pisa è la città dell’anima e ritornarci è stato come rendere vivo e concreto quello scatto di Martin Parr, ironico, che simboleggia la Pisa del Turismo e delle attrazioni, curiosa ma transitoria, con un rendere la Torre un luogo calmo, rilassato, serale, vedendo quella Torre come il luogo dove si affacciò Galileo per rendere noto a tutti quanto l’esperimento e l’esperienza siano essenziali per ogni tipo di procedimento, andando anche contro la sacra e affascinante fisica aristotelica; e fu proprio nell’anno Galileiano che lessi il famoso Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, così ho rivisto quello strano errore architettonico e così ho ripercorso a piedi la città dell’anima, in cui tutto è a portata di passo, e camminare sul lungarno è stato come ripercorrere i sentieri della giovinezza e dei suoi sogni, quando le giornate erano scandite dai grandi temi dell’umanità e il materialismo se non un contorno necessario e qualcosa assolutamente da evitare. Parigi, bellissima e possente, città della ragione, geometrica e cartesiana, sta all’occhio dell’osservatore come una donna dell’alta società, austera e fredda e siamo sempre nel nord europa; Pisa è invece la città del coeur, sia per il carattere dei suoi abitanti, ancora mitigato dalla posizione geografica e da quel fiume lento, ma che a volte alza il gomito e fa paura, durante le interminabili piogge dell’inverno Pisano, il fiume Arno, specchio riflesso dell’anima di ogni studente che in quella città dolce e mansueta ci dà i suoi anni migliori e viene ricambiato da una madre a braccia aperte. Probabilmente la felicità è un posto. E’ quello che in prima persona, con il mio animo, ho sentito davanti ai luoghi della mia giovinezza per l’azione magica di quella memoria involontaria che moltiplica l’Io, lo rende diverso in ogni luogo, lascia tracce della persona ovunque questa abbia speso tempo ed emozioni; si potrebbe vivere in posti anche distanti molte tese da un luogo, cambiare nella forma e anche nel contenuto, ma poi tornare esattamente come si era semplicemente ripercorrendo a piedi un luogo, come ero Io camminando per il Borgo Stretto, ricordando quali pensieri e quali sere avevo passato seduto davanti quella determinata chiesa oppure davanti il proprio luogo di lavoro, la Biblioteca, pensare a tutte le volte in cui si è passato in quel luogo e tutte le ore che si è passato dentro quel posto accompagnati dal pensiero astratto e superiore di un pensatore, perdendo la concezione del tempo, puro librarsi dell’anima sopra i rumori sordi del mondo e della sua voce rauca di denaro e aridità, o quando si è incontrato lo sguardo di una bella frequentatrice di quel posto. Eppure adesso, qui, mentre sto scrivendo io non sono più quello che camminava leggero e giulivo in quell’aria tersa che solo in quel posto si trova, dove le luci dal giallo tendente all’arancione della sera sono quasi un perdono all’ansia e all’angoscia del giorno, e si viene proiettati nell’aria della sera, accovacciati sulle spallette (muretto di affaccio e protezione che separa il passaggio a piedi dallo spazio dell’Arno), guardando quel magnifico tramonto fatto di palazzi antichi (taluni pendenti come la Torre) e lampioni, che sono più bonari di quelli parigini di Montmartre, già scuri e poco rassicuranti per quella serie di scale che porta fino al monte, di notte cupo e austero. In quel momento, a Pisa, c’era la felicità, era quell’attimo decisivo ed era una percezione semplice, in cui l’anima è adeguata al mondo esterno, come lo si è davanti agli occhi di chi si ama. E ciò che si è, è un abito perfetto ed adatto, l’abito che l’anima indossa per uscire con la sua sposa, grande ed estesa come quei monumenti e quelle case medioevali nella città più bella d’Italia. La riflessione più alta che si impone alla coscienza è: la felicità è un insieme di stati di cose che si danno all’anima nel qui ed ora, e ciò che si chiama pensiero è assolutamente superfluo davanti a quella semplice osservazione. Ne consegue che la felicità, quella che provavo Io e che mi riscaldava l’animo, è un punto definito nello spazio-tempo e non il risultato di una percezione pensata in cui ci si convince, come quando si sposa la persona sbagliata, che lo stato dell’anima in un determinato spazio-tempo sia giusto o moralmente sostenibile, come quando si dice a se stessi non ho motivi per essere infelice, anche se poi la percezione è un coagulo di lacrime e non si riesce a dare ragione dell’insensatezza del vivere in un posto sbagliato o nell’avere intorno a se persone, cose, situazioni inaccettabili. La felicità sembra essere localizzata in un determinato posto, dove il tutto è più della somma delle parti, tali che non è comparabile e sostituibile lo stato dell’anima in quel determinato Posto, ad un ragionamento a posteriori di felicità razionalmente giusta in cui il pensiero prevale sulle percezioni malsane e addirittura dice che è giusto così. Diverso il tempo costeggiando il Tirreno e diverso il tempo e non uguale quando si sta in un altro posto o con diversi stimoli sensoriali; come già dissi in passato, l’anima vive e rinverdisce con stimoli nuovi, è un dato di fatto. Pisa è allora la città dell’anima, aperta e multicolore, diversa nelle sue università di studio e variegata nei punti di vista sulle cose e sui temi nobili degli esseri umani. Città principe per la riflessione, adatta ad ogni spirito ed animo contemplativo, sempre ridente e gioiosa nelle sue mille sfaccettature, un invito aperto ad essere felici. Per chi ancora in quel termine ci crede e ci spera.

Giovanni Sacchitelli

 

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