In evidenza uno scatto, a still (un fotogramma, come dicono gli inglesi), tratto dal film del 1991, Paura di Amare (titolo originale: Frankie and Johnny), con Michelle Pfeiffer e Al Pacino, entrambi protagonisti di un amore proletario che germoglia tra i rovi delle situazioni negative, nei bassifondi della vita delle megalopoli, una New York scura e fumante veleno dai suoi tombini, luci tenui e decadenti, fatta di individui monadici tutti presi dalle loro vite e incentrati sui loro problemi (alla compagnia di un uomo, ad esempio, Frankie preferisce un videoregistratore ed i film che contengono in grammi di pellicola i sentimenti). Baudelaire diceva che si è giovani finché si ha desiderio di sedurre e di essere sedotti, perché la seduzione merita di far parte del lessico familiare dell’essere umano in generale (di cui è parte il creare, il ricordare, il preservare, il desiderare) in quanto dialettica essenziale alla base della nascita di ogni rapporto, anche quando si decide ad esempio di approfondire lo studio di un autore e si viene affascinati dal suo pensiero, ed è punto cardine del gioco degli sguardi, capacità di essere ammaliati e guidati dai profumi e dal rose dei sentimenti. Baudelaire affermava quella massima non a caso, perché il gioco della seduzione implica un patto con il propria visione dei fatti, con il credere ancora nell’amore romantico, tenere in vita in discorsi alimentandoli con parole pertinenti, nel cancellare la pragmatica del nichilismo che sta alla base, spesso, di quell’infinita distanza che tempo fa descrissi come essenziale ad ogni parlato, ad ogni rapporto a due. Si diventa vecchi, anche se l’età biologica ancora permette, quando l’anima non si fa più ammaliare, non si fa più condurre – via (etimo latino di sedurre: se + ducere) verso altri momenti, verso nuove forme di essa (forme molteplici); il fatto di voler essere portati via, sedotti (magari sedotti ed abbandonati/e) da qualcuno, ma anche da qualcosa, farsi conquistare è un credere ancora nella reale forza dell’amore romantico e il superamento delle logiche nere della vita, per far spazio, negli sguardi di intesa degli amanti, al cambiamento, ad una nuova vita (we are stronger when we are given love […] when we put emotions on the line […] make this a new beginning of another life. cit. Kenny Loggins, Meet Me Half Away, 1987). Nei tuoi occhi, Peter Gabriel vedeva una luce, e quel attimo magico che d’improvviso cambia l’umore di una giornata, è un antidoto invincibile contro il male di vivere; diversi i maestri della seduzione nel corso della storia, diverse le strategie e i metodi per far breccia nei cuori delle amanti. E’ una danza difficile in cui i partecipanti eseguono i loro ritmi, sui passi della passione. Sedurre è anche una scommessa, sperare che gli occhi della bella siano realmente un desiderio di amore, oppure una vana e malsana ricerca di attenzioni con il fine soltanto di avere gli occhi puntati su di sé, un vampiro energetico del doppio-gioco. Ma la seduzione e il gioco di sguardi sano, quello che nell’amore degli occhi, si fa condurre via, sono rari e significativi, la porta aperta ad un’intesa futura. Chi ancora crede nel corteggiamento (ma non nella manipolazione), nei complimenti sinceri, nelle dediche appassionate, nelle passeggiate notturne a bordo Senna, nell’oeil de la photographie di Brassai (e della sua affascinante quanto cupa Parigi di Notte) o come quel Midnight in Paris (Woody Allen, 2011), troverà nella seduzione un’arte amatoria, una ars amatoria, bella e complessa quanto la danza classica e le sue forme di espressione leggere e delicate. Trovarsi all’improvviso nelle stesse righe di un libro, intonare all’unisono la stessa canzone e poi essere accompagnati dalle sue note verso la sintesi di un bacio o di un abbraccio, è romanticismo di altri tempi, qualcosa che ormai è cosa da museo, qualcosa di troppo lento e delicato per far posto nella vie moderne. Lasciarsi sedurre, aprire la porta ai movimenti sinuosi, sensuali di un amante, morire nel suo sguardo (come diceva Flaubert, lo stesso che nell’Educazione Sentimentale, affermava che il suo mestiere, la sua occupazione era la sua amante), è stare davanti ad un quadro è confondersi in una sindrome che Stendhal avrebbe senza dubbio approvato. Ma anche l’azione del sedurre, incrociare gli occhi in un certo modo, muovere lo sguardo come se gli occhi fossero rubini che rifrangono la luce del desiderio, è desiderio di chi ancora è giovane dentro, di chi non ha detto no per sempre ai sentimenti. Ho scelto in evidenza uno scatto dal film di Garry Marshall, perché la storia e i due caratteri, un cuoco ed una cameriera di un fast food della grande mela, nel film si scontrano, si combattono, uno, mansueto e paziente lettore inaspettato di Shakespeare, cerca di sedurre l’altra, ma questa, per i fatti passati di sofferenza e di maltrattamenti, si nega e reagisce con un meccanismo di difesa, di scissione e allontanamento, perché troppo condizionata dal passato del precedente partner. Ma, il buon Johnny (Al Pacino), riesce alla fine a conquistare il cuore dell’amata con un io non ti tratterò male, questa, anche se avanti con l’età e scossa dai fatti passati, si lascia ancora condurre – via, via con me e la paura di amare, che dà il titolo al film, viene vinta dall’amore puro, sincero, incondizionato.

Giovanni Sacchitelli

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