Poesia e parole, amore e mancanze, vacuità e senso di elevazione dal più cieco materialismo. Nero tutto ciò che circonda le lacrime del poeta, come quell’album che fece la storia della musica e di cui ho scelto di porlo in evidenza nella sua copertina con una rosa rossa al centro, quell’album che conteneva in sé quell magnifico elogio del silenzio (Enjoy the silence, traccia n. 6 di Violator, 1990), un’ode all’inviolato e a quei momenti alti e nobili che sono dell’amore estatico, quando l’anima è mossa da quell’inscindibile insieme di combinazioni ed elementi primari che disarmano il pensamento e in cui si è uno parte dell’altra, nell’unione delle anime nel supremo sinolo dell’amore della presenza e degli occhi; è sempre un contorno nero quello che circonda una rosa che prende vita dai rovi del materialismo e si alza verso il cielo, come se venisse chiamata da un padre mansueto ad esprimere tutto la sua luminescenza, anche se fuori tutto è scuro e nessuno ha braccia aperte per accoglierla. Quella rosa che si offre a chi non si sdegna di rifiutarla, quando il nero avvolge il sole debole e stanco ai raggi neri dell’utilitarismo e del vuoto esistenziale. E’ un affascinante opera dei sentimenti puri quelli che sono simboleggiati da quei petali rossi che sfidano le tenebre per portare ancora vita e amore, come una luce fioca contro le convenienze degli esseri sociali. Queste parole per comprendere cosa sia l’amore, quello vero, quello che non vede distanze  o paure di sorta, l’Io più profondo che parla, ed il tempo, così come gli estremi della vita, sono cuciti in un unico gesto che abbraccia l’altro e lo tiene vicino a sé per non essere in nessun altro posto e per star bene soltanto lì, respirando e gioendo di quella morte vinta e di quei finti sorrisi di esseri in realtà morti dentro, soltanto in quell’attimo irripetibile in cui cuore e anima capiscono che è quella la vera rosa della vita, contro tutti e contro qualsiasi pallido surrogato di moralità alcuna. L’amore, e  lo scrittore che parla d’amore, sono anime invisibili nel nero della cattiveria e della superficialità, perché se esiste un Dio allora questo ha creato e benedetto l’amore, poiché ciò che è buono discende sempre da una radice di bontà, a sua volta opera della creazione divina. Amore è bontà pura e dedizione, è un andare oltre le parole, per vivere quel romanticismo desueto, di cui esistono si concretizzazioni ma che sono minate troppo dal nichilismo e dalle parodie da baraccone. Silenzio, non dire nulla, come in quell’elogio del silenzio, words are very unnecessary, they can only do harm, perché All I ever wanted, All I ever needed  è qui tra le mie braccia. Come una rosa d’inverno è la donna e l’amore tra il freddo della natura, ma soprattutto tra il freddo e l’indifferenza di chi confonde l’amore con l’accettazione della convivenza, con chi ne vede soltanto l’aspetto dell’unione dei corpi (trasposizione della mente borghese e del suo utilitarismo), con chi pensa che amare sia sopportarsi per una legge indiscutibile di fedeltà matrimoniale o peggio una distanza mascherata da regali e felicitazioni. Ma per chi ha ancora un’anima, per chi non la mette a tacere, l’amore è qualcosa di molto di più. Nasce come una fiore sensibile nel nero meschino del denaro, del calcolo borghese, nei tempi veloci borghesi che nulla rispettano del cuore e per niente sono in grado di elevarsi; il patetismo, i momenti alti, l’estasi davanti agli occhi ed i lineamenti perfetti di un viso di ragazza, tutto ciò è degno di stare in alto, sospeso nell’aere e di non essere continuamente abbassato e reso sterile con parodie e dicendo che tutto ciò è all’antica o esagerato. La rosa di inverno è anche una meta alla quale il poeta tende in maniera indefinita, come una tensione romantica verso l’infinito, che gli rende il vivere degno e dà un senso al suo profondo struggimento. Incompreso e messo a tacere dalle anime volgari, il poeta reagisce con rose rare e profumate, contro ogni tipo di ostacolo, perché se un Dio esiste questo rinforza gli occhi e gli strumenti sublimi della poesia e gli dice ancora all’orecchio, come un comandamento, ama. Amare sempre e comunque, anche nella pece più nera, come quell’involucro che avvolge la rosa d’inverno. Amare e accettare, amare e non giudicare, amare e comprendere, perché ciò che è bello è sempre sinonimo di una bellezza interiore, che quel Dio, se esiste o meno, ha creato nel cuore degli amanti e delle dolci creature. Tra i rovi e la mancanza di pietà dei malvagi, c’è sempre l’amore che è forte e non teme le parole carsiche dei benpensanti, l’amore non è un aderire in maniera irrazionale a codici di comportamento, l’amore è sentire in di voler bene, di avere una rosa di inverno che al mattino sorride e quella luce che irradia dagli occhio è come una nuova alba, e non c’è niente che possa sostituire anche minimamente, il dolce accordo degli sguardi degli amanti e le mani tenute insieme, e stare uno sull’altra, guardando gli invidiosi e rospi della gelosia incapaci di stare come stanno loro e dei ragazzi che si amano (J. Prevért), che stanno vicini e si vogliono bene. Nulla al mondo, può sostituire o parafrasare il momento umano di quando si sta insieme alla persona che si vuole bene, ed è come un ideale trascendentale che come lanterna illumina il cammino delle anime salve.

Giovanni Sacchitelli

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