Davanti ad una fotografia, ad un ricordo personale, un ritratto su tela, a qualcosa che ci appartiene l’identità personale viene ad essere mossa per far si che si venga attratti da cose passate,  e d’un tratto avvenga un po’ quel ritorno al passato (cfr. Filosofia del viaggio nel tempo, dove sostenevo che l’essenza del viaggio nel tempo è il recupero o la risoluzione di fatti passati) che caratterizza ogni sguardo su cose antiche, su fatti lontani, su identità lontane; guardarci e rimirarci nelle nostre manifestazioni (come lo Spirito Universale di Hegel che si riconosce nelle sue apparizioni del tempo e poi arriva ad affermarsi come unica realtà, argomento trattato nella Fenomenologia dello spirito, 1807) e chiedersi come sia possibile che siamo noi quelle cose passate e come sia stato possibile il cambiamento. Una fotografia, anche una parola scritta, una dedica autografa, una lettera sentimentale, un chiaro-scuro fatto a matita, sono fatto di essere, noi non siamo quelli nella foto ma comunque, mentre la rimiriamo, la nostra identità continua ancora a sussistere. Siamo cambiati nel corso degli anni, a partire da un dato momento nello spazio-tempo fino ad un altro, ma, il sostrato, ciò che sussiste sotto i cambiamenti contingenti, dovuti agli anni o alle avversità delle vita, resta identico. Il ricordo, è anche un possibile ritorno a come eravamo, può essere anche un riagganciarsi ad un dato momento nel tempo e riprendere il filo da lì; il grande interrogativo che sottostà a questa questione, è: siamo unici o siamo molteplici? guardando una foto passata si può parlare della stessa persona oppure siamo entità differenti? Talvolta, poi, le differenze sono talmente grandi, che chi ci conosce, dice “ma sei cambiato tantissimo, non sembri quasi tu!!”. Parlo di questo argomento, in quanto mi sembra estremamente attuale, poiché, ognuno guarda all’album dei ricordi e ognuno, inconsapevolmente, si pone il quesito se si tratti della stessa persona oppure di persone differenti. Ho fatto riferimento all’idealismo hegeliano come descrizione alta del processo di riconoscimento dello spirito universale, questo deve far riflettere anche il senso comune su come i prodotti fotografici siano un enigma filosofico vero e proprio. Il ricordo, come azione dell’anima sui fatti passati, mette in comunicazione tra loro due mondi: a) mondo del soggetto che contempla l’oggetto fotografico b) mondo della passata contemplazione del soggetto-oggetto fotografico. L’attuale soggetto, intendendo con questo termine la coscienza della persona x che guarda ai suoi momenti passati su carta satinata, entra così in comunicazione tra un qualcosa che non è più, ma, quel non-essere passato (e qui la sottile questione filosofica che sorregge la questione) è adesso attuale perché permette la contemplazione; paradosso, il non-essere, il fatto che io non sono quello nella foto, mi permette di fare questa affermazione, di pensare e di dire cartesianamente (se io penso e dico che non sono quello nella foto, vuol dire almeno, che Io esisto, se no non potrei nemmeno dire alcun che) che nella foto non ci sono io. Prima questione: come può qualcosa che non è più sussistere ancora? Seconda questione: le fotografie, magari quelle in cui ridevo oppure quelle in cui sorridevi e non guardavi (F. De Gregori, Rimmel, 1975), ritraggono aspetti molteplici della mia persona, umori diversi, frammentazioni della mia individualità, ebbene, siamo unici o molteplici? Verrebbe anche da chiedersi poi, se proprio vogliamo fare i cartesiani dubbiosi (fatto di cui parlai nell’articolo Matrix e la filosofia) se siamo noi che esperiamo e viviamo oppure lo fa qualcun altro per noi, ma questo vorrebbe dire complicare ulteriormente la questione e cercare un inutile quanto vano pelo nell’uovo. In una stessa giornata ad esempio, gli scatti che si fanno nel corso di una gita o durante splendide giornate all’aria aperta, cambiamo dalla mattina alla sera, i viaggi cambiano nell’anima si sa, ma in tutti quei cambiamenti consapevoli e non, che vengono descritti dai colori e dalle combinazioni cromatiche delle foto, si può ancora parlare dello stesso soggetto particolare oppure di persone e quindi, identità diverse? C’è un sostrato, un’essenza invariabile agli accidenti momentanei e contingenti? Una questione filosofica lampante, nella quale si può essere coinvolti semplicemente guardando ad un album di ricordi. Il corpo e la mente cambiano nel tempo, si potrebbe essere portati facilmente a pensare che non esiste un’identità ferma nel tempo, che il soggetto x nel tempo y e nello spazio z, non sia lo stesso del soggetto x nel tempo k e nello spazio f. Ma, nonostante le sottili questioni ontologiche (termine filosofico che sta per cose che riguardano l’essere), comunque il senso comune continua a considerare le sue apparizioni passate come un Io attuale che non è più, ma che sempre resta lo stesso, al nucleo invariato. Riflettendoci, sorge anche un’altra questione, cioè che Io attuale non è mai esistito, perché il soggetto x che pensa attualmente la frase “nella foto ero a Posillipo”, nell’anno immaginario che stabiliamo essere il 1986, non esisteva in quanto quell’atto intellettivo di pensiero-linguaggio (della frase “nella foto ero a Posillipo”) nel 1986 non era, in quanto cosa passata. Un bel esercizio di pensiero per riflettere su chi siamo, ma soprattutto cosa siamo.

Giovanni Sacchitelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*